7 agosto 2021

Linguaggio inclusivo: una panoramica

Intervista a Cesco Reale

Cesco Reale è membro dell'Associazione Mondiale dei Poliglotti, coorganizzatore del Congresso Mondiale dei Poliglotti, creatore del Festival di lingue “Limbas”, rappresentante alle Nazioni Unite dell'Associazione Mondiale di Esperanto e creatore di IKON, lingua di icone/Emoji. Ha organizzato un dibattito sulle questioni di genere tra le lingue al Congresso Mondiale dei Poliglotti 2021.

 

 

Sacha Giordano: Gentile Cesco Reale, ti ringrazio per aver accettato di partecipare a questa intervista. Da più parti sta emergendo il bisogno di utilizzare forme linguistiche inclusive. Da dove derivano queste esigenze e su cosa si fondano?

 

 

Cesco Reale: Esistono almeno tre situazioni che stanno generando in molte lingue queste esigenze di forme inclusive agèneri.

 

Riguardo la prima situazione si considerino due esempi.

 

Il primo esempio riguarda le persone non-binarie, ossia coloro che non si identificano esclusivamente né nel genere maschile né in quello femminile. Ebbene, queste persone possono avvertire grande disagio in italiano sia a dire “sono andato” sia a dire “sono andata”, potendosi non identificare come uomini o come donne; ciò ha spinto parte della comunità non-binaria a cercare forme di espressione alternative.

 

Il secondo esempio è valido per chiunque: se si volesse evitare di esprimere il genere di una persona (ad esempio perché non si è sicuri se usare il maschile o il femminile e si vuole evitare imbarazzo), ciò è molto arduo, in quanto normalmente il genere è sempre espresso, e non esprimerlo è spesso insolito e forzato. Sarà capitato che, parlando con una persona (specialmente in giovanissima età), si possa avere il dubbio su quale sia il suo genere sociale. Ad esempio, la persona in questione potrebbe avere una chiara identità di genere femminile, e sbagliando il genere grammaticale potrebbe risentirsi.

 

Questa prima situazione, mostrata nei due esempi appena descritti, si può definire obbligo di scelta binaria.

 

La seconda situazione è quella in cui si usa il maschile singolare in casi in cui la persona non è necessariamente di genere maschile. Anche qui vediamo due esempi.

 

Il primo si riferisce all’eventualità in cui si parli di una persona di genere sociale ignoto: «Se viene qualcuno, portalo da me». Il genere grammaticale maschile può essere esteso sia a persone indefinite (“qualcuno”) sia a persone definite (“il nuovo collega appena assunto” di cui chi parla non sa ancora nulla).

 

Il secondo esempio, molto più dibattuto, si riferisce al caso di ruoli e professioni, per i quali si usa il maschile anche quando si sa che tale persona è di genere femminile: il sindaco o la sindaca? il chirurgo o la chirurga? Da un punto di vista linguistico (in particolare morfologico) spesso non c’è alcun problema nel declinare il nome al femminile, però molte persone per abitudine o per altre ragioni preferiscono non farlo.

 

Questa seconda situazione si definisce maschile singolare esteso (o generico).

 

La terza situazione è simile alla seconda, ma riguarda il plurale: per un gruppo di persone di genere ignoto o di genere misto (non tutti uomini e non tutte donne) si usa normalmente il maschile: “tutti quelli che…”, “gli italiani”, ecc.

 

Questa terza situazione si definisce maschile plurale esteso (o generico).

 

 

 

S.G.: Questi usi linguistici coinvolgono e riflettono anche aspetti psicologici e culturali? o devono essere considerati come fatti puramente grammaticali senza alcuna – o scarsa – relazione con la sfera sociale?

 

 

C.R.: In effetti, molte persone considerano le ultime due situazioni (il maschile esteso) come poco rilevanti se si tengono in conto i risvolti sociali che esse avrebbero. Però, alcuni studi hanno mostrato l’influenza di tali problemi sulle rappresentazioni mentali di chi ne fa uso.

 

Ad esempio, uno studio francese del 2017 (Lévy et al., L’écriture inclusive. La population française connaît-elle l'écriture inclusive ? Quelle opinion en a-t-elle ?) riporta gli interessanti risultati di un’intervista a un campione di 1000 persone (rappresentativo della popolazione francese adulta); a tre sottogruppi è stato chiesto (in francese) di citare rispettivamente “due scrittori celebri” (maschile esteso), “due scrittori o scrittrici celebri” (genere doppio) e “due persone celebri per i loro scritti” (genere indefinito). Lo stesso quesito è stato posto anche su conduttori/conduttrici di telegiornali e su campioni e campionesse olimpiche. In confronto al maschile esteso, il numero medio di donne citate in risposta alle domande con genere doppio o genere indefinito ha avuto un incremento del 46%, mostrando quindi che il maschile esteso fa pensare al genere femminile molto meno del genere doppio o del genere indefinito. Questo problema assume anche risvolti monetizzabili nel caso di annunci di lavoro: una traduttrice mi segnalava, ad esempio, che riceve molte più offerte di lavoro su LinkedIn da quando ha aggiunto al suo profilo anche la parola “traduttore” (oltre a “traduttrice”), in quanto i/le clienti sono in gran parte abituati/e a cercare al maschile.

 

 

 

S.G.: In quali lingue stanno emergendo queste esigenze? Quali sono state finora le soluzioni proposte?

 

 

C.R.: Queste esigenze stanno emergendo in diverse lingue. La Svezia, ad esempio, è all’avanguardia nella non-discriminazione di genere: nel 2014 l’Accademia Svedese ha incluso nel suo glossario ufficiale il pronome agènere (ossia di genere indefinito) hen (che significa “quella persona”), accanto ai tradizionali han (lui) e hon (lei). Questo pronome in svedese era stato proposto già nel 1966 e riproposto nel 1994, ma è solo dal 2010 che ha cominciato a diffondersi in maniera consistente.

 

Recentemente le Nazioni Unite hanno redatto delle direttive per ognuna delle 6 lingue ufficiali (arabo, cinese, francese, inglese, russo e spagnolo) proprio finalizzate a favorire l’uso di un linguaggio inclusivo rispetto al genere.

 

Tali direttive restano chiaramente nei limiti del linguaggio abituale, non propongono neologismi, ma invitano ad adottare tre strategie generali:

 

- evitare espressioni discriminatorie. Ad esempio, evitare l’uso di “signorina”, o espressioni stereotipiche (meglio “il personale sanitario” che “medici e infermiere”);

 

- quando necessario, enfatizzare il genere tramite genere doppio anziché usare il maschile esteso. Ad esempio: “i bambini e le bambine” (anziché “i bambini”); “il/le candidati/e” anziché “i candidati”;

 

- non enfatizzare il genere quando non è necessario. Ad esempio: “rappresentanti” anziché “alcuni rappresentanti”; “il personale” anziché “gli impiegati”.

 

Oltre a queste direttive generali esistono direttive ONU specifiche per ogni lingua.

 

Non stupisce che anche al di fuori delle Nazioni Unite esistano proposte di forme linguistiche inclusive.

 

In inglese vi sono soluzioni in parte simili allo svedese, ma l’opzione sempre più usata è l’uso di they (loro) al singolare: questa soluzione permette di utilizzare parole già in uso per la terza persona plurale (they, them, their, theirs, themself) allargandone il significato al genere indefinito singolare. Nel 2019 il singular they è stato accettato anche da uno dei più famosi dizionari di lingua inglese, il Merriam-Webster che l’ha perfino dichiarato Parola dell’anno 2019.

 

In francese è piuttosto difficile trovare una soluzione soddisfacente per avere un linguaggio agènere. Ci sono guide per utilizzare nomi collettivi, coppie (tutti e tutte) o asterisco, restando nel francese standard.

 

E ci sono proposte di riforme che introducono neologismi, come ad esempio al o iel per il pronome di terza persona agènere, accanto a il (lui) e elle (lei).

 

In spagnolo invece si è trovata una soluzione che funziona piuttosto bene: la -e-. Accanto ai classici todo, toda, todos, todas, si usa sempre più spesso tode, todes per il genere indefinito. In alcuni casi però, il problema resta aperto: nel caso di actor, actriz, actores, actrices non c’è una forma per l’indefinito. 

 

Il cinese mandarino è una lingua molto regolare, con sillabe immutabili che portano significati specifici. Ad esempio, 人 (rén) = persona, 男 (nán) = maschile, 女 () = femminile, quindi 男人 (nán rén) = uomo e 女人 (nǚ rén) = donna. I problemi sono essenzialmente due.

 

- Il pronome di terza persona si pronuncia indifferentemente dal genere della persona o della cosa indicata. Però, nello scritto questo pronome si può scrivere con cinque caratteri diversi: 他 che vuol dire “quella persona” o “lui”, 她 che significa “lei”, 牠 che significa “quell'animale”, 它 che si riferisce a cose e piante o 祂 che vuol dire “quel dio o quella dea”. Quindi se nell’oralità il problema di genere per il pronome personale è inesistente, esso appare però nello scritto, in quanto per dire “lui o lei” generico si usa il maschile 他, e per dire “loro (uomini e donne)” si usa lo stesso carattere con l'aggiunta di una sillaba per il plurale: 他們 (tā mén).

 

- Per professioni o ruoli che storicamente erano (o sono ancora) in prevalenza maschili, quando si tratta di una donna c'è l'abitudine di enfatizzarlo aggiungendo 女 () = femminile. Ad esempio, 法官 (fǎ guān) = giudice; 女法官 (nǚ fǎ guān) = una giudice.

 

La direttiva ONU raccomanda in questi casi di usare 人 (rén) anziché 他 (), per evitare il primo problema, e più in generale di non indicare il genere, se non è indispensabile, per evitare il secondo problema.

 

Per completezza d’informazione, va detto che esistono anche lingue in cui il dibattito per un linguaggio inclusivo è quasi assente, in quanto per ragioni storiche e culturali la maggior parte delle persone non lo considera rilevante. È il caso di russo e arabo, ad esempio.

 

In russo i verbi al passato hanno una desinenza maschile singolare, una desinenza femminile singolare e una desinenza plurale. Chi vuole usare un linguaggio agènere usa al passato sempre il plurale anche per riferirsi a una sola persona.

 

In arabo invece anche il “tu” ha una versione maschile e una femminile; chi vuole evitare l’indicazione del genere usa spesso il duale, che in arabo si riferisce a due persone di sesso imprecisato: ad esempio أنتُما (aantumáa), che significa “voi due”, viene usato per dire “tu” agènere. E هُما (humáa), che significa “loro due”, viene usato per dire “quella persona”.

 

In tedesco il modo più diffuso di esprimere un genere indefinito è un asterisco, che viene utilizzato spesso in molti sostantivi, tra la parola base maschile e il suffisso femminile -in-; ad esempio Kollegen vuol dire “colleghi”, Kolleginnen vuol dire colleghe e Kolleg*innen è stato introdotto per “colleghi/e”. Molti/e germanofoni/e lo conoscono solo per iscritto, ma esiste anche la convenzione di pronunciarlo con un suono detto occlusiva glottidale (nel nostro esempio [koˈleːkʔɪnən]), che recentemente è diventata più nota grazie a un numero crescente di programmi televisivi e radiofonici che usano questa pronuncia. In alternativa all'asterisco, a volte vengono utilizzati anche i due punti: Kolleg:innen, o il trattino basso: Kolleg_innen. La pronuncia è la stessa dell'asterisco. Alcuni/e usano l'asterisco anche al singolare. Ma sempre più persone (soprattutto non binarie, ma non solo) vedono la necessità di una soluzione più facile da pronunciare rispetto a quelle appena citate. Esistono già diverse proposte in tal senso, come, ad esempio, quelle descritte su questo sito.

 

Lo swahili ha una situazione ideale: non esiste genere grammaticale, né maschile, né femminile, quindi i problemi qui discussi non esistono. Nomi, aggettivi, pronomi e verbi sono tutti agèneri. Ad esempio, c'è un pronome agènere di terza singolare (yeye) e uno di terza plurale (wao), quindi non esiste differenza tra “lui” e “lei” o tra “essi” ed “esse”. Inoltre, tutte le professioni sono agèneri, anche quelle tipicamente maschili o femminili.

 

In esperanto il dibattito sulle proposte agèneri si è diffuso molto rapidamente, in quanto la comunità esperantista è per genesi molto sensibile alla diversità e all'inclusione. Poiché l’esperanto è una lingua estremamente regolare, è stato semplice trovare una soluzione che funzioni bene. Le proposte più usate sono due:

 

- L'esperanto ha già il suffisso -in- per il femminile, a cui è stato affiancato il suffisso -iĉ- per il maschile. Quindi ad esempio: profesoro (che in esperanto standard indica il maschile o l’indefinito) in esperanto inclusivo viene usato solo per l'indefinito; profesorino era e resta femminile; profesoriĉo è una nuova forma ed è solo maschile.

 

- A li (lui) e ŝi (lei) è stato aggiunto il pronome ri per indicare “quella persona” (senza indicazione di genere). Secondo uno studio di Marcos Cramer (membro dell’Akademio de Esperanto), il pronome ri è già compreso dall'81% e usato dal 38% della comunità esperantofona.

 

 

S.G.: Qual è la situazione in italiano?

 

 

C.R.: In italiano esistono molte proposte. Alcune sono utilizzabili per iscritto ma non sono pronunciabili: ad esempio l’asterisco o la chiocciola sia al singolare che al plurale: «È andat* via», «Ciao a tutt*» oppure «È andat@ via», «Ciao a tutt@».

 

Una proposta pronunciabile è la u: «È andatu via», ma è usabile solo al singolare.

 

La proposta che si sta diffondendo di più è quella dello scevà (ǝ), simbolo fonetico che indica una vocale centrale non presente in italiano, ma presente in molte lingue locali italoromanze (ad esempio napoletano e piemontese), così come in inglese, francese, tedesco, cinese, russo e altre.

 

La pagina Italiano Inclusivo propone anche il simbolo «з» per il plurale; questo simbolo fonetico indica un’altra vocale centrale molto simile allo scevà, ma leggermente più aperta. Si possono ascoltare queste vocali in un alfabeto fonetico cliccabile.

 

Questa proposta delle vocali centrali (ǝ, з) ha il vantaggio di essere pronunciabile e di distinguere singolare e plurale, ma presenta anche alcuni svantaggi:

 

- per alcuni/e non è una pronuncia facile, in quanto sono suoni non presenti in italiano;

 

- la differenza di pronuncia tra singolare e plurale è minima e difficilmente percepibile anche per fonetisti/e esperti/e;

 

- nella scrittura elettronica questi simboli non sono molto diffusi.

 

 

S.G.: Sono possibili soluzioni alternative in italiano?

 

 

C.R.: Una soluzione alternativa potrebbe essere trovare un plurale alla u: ad esempio, visto che spesso si usa già “tutti/e” (per indicare “maschile e/o femminile”), si potrebbe semplicemente togliere la barra obliqua, creando la desinenza -ie e usandola per l’indefinito plurale (maschile e/o femminile e/o altro genere). Ad esempio: “tuttie”.

 

Questa proposta potrebbe anche affiancarsi all’uso delle vocali centrali: infatti, molte persone non-binarie mettono in evidenza che oltre al genere indefinito sarebbe necessario anche un “genere non-binario” che includa coloro che non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile. Questo genere è ad esempio già di fatto riconosciuto in tedesco negli annunci di lavoro, dove, se prima si scriveva m/w (männlich/weiblich, cioè “maschile/femminile”) per enfatizzare che si cerca indifferentemente un uomo o una donna, oggi è ormai frequente vedere m/w/d  in cui d sta per divers.

 

In quest'ottica, le vocali centrali (ǝ, з) potrebbero essere usate per indicare il genere non-binario, mentre le desinenze u e ie potrebbero essere usate per il genere indefinito, ossia come forma inclusiva.

 

 

 

S.G.: Quale futuro si prevede per questi usi linguistici?

 

 

C.R.: La tendenza sembra mostrare che, nelle lingue in cui il dibattito è vivo, una nuova forma linguistica inclusiva si stia affermando o si affermerà. Però questo dipende non solo da circostanze socioculturali, ma anche da fattori puramente linguistici: come detto, in alcune lingue (spagnolo, svedese, esperanto) esistono soluzioni che funzionano piuttosto bene foneticamente e morfologicamente, mentre in altre (francese, italiano) la ricerca è ancora agli inizi. L’uso deciderà.

 

Per le persone interessate a discutere i temi di questa intervista, ho appena creato un gruppo Facebook: Italiano inclusivo agènere.

 

 

Per saperne di più:

F. Corbisiero; P. Maturi; E. Ruspini (a cura di), Genere e linguaggio. I segni dell’uguaglianza e della diversità, FrancoAngeli, Milano 2016.

C. Di Costanzo, Toccare la lingua è come toccare la persona stessa. Il sessismo linguistico in italiano tra le lingue europee, Aracne, Roma 2020.

V. Gheno, Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, effequ, Firenze 2019.

S. Luraghi; A. Olita (a cura di), Linguaggio e genere. Grammatica e usi, Carocci, Roma 2006.

 

 

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