11 dicembre 2019

L'«infedeltà che consente autonomia»: Leonardo Sciascia, il cinema e la questione della fedeltà al testo nell'adattamento cinematografico di Una storia semplice e de Il Consiglio d'Egitto

 

Il cinematografo arrivò a Racalmuto nel 1929. Il piccolo teatro comunale tardo-ottocentesco, progettato dal discepolo di Ernesto Basile Dionisio Sciascia, omonimo ma non parente del rinomato scrittore, fu trasformato e adibito a sala cinematografica. Tale avvenimento fu per la storia di Racalmuto un vero spartiacque: quell'anno comparve in paese l'energia elettrica, salutata da tutti come l'avvento della modernità. Leonardo Sciascia riporta tali eventi nel saggio C'era una volta il cinema e sottolinea come l'arrivo dell'elettricità e dei successivi interventi pubblici ad esso conseguenti avesse dato inizio alla chiusura delle zolfare, le miniere teatro di crudeltà e sfruttamento a cui lo scrittore racalmutese fa spesso riferimento nei suoi saggi e romanzi.

 

Tra le grandi innovazioni che nel 1929 travolsero la piccola Racalmuto, il cinema colpì Leonardo Sciascia più di tutte, segnando l'inizio di una grande passione che, accesa dalle prime proiezioni racalmutesi, trovò poi espressione più compiuta nel periodo di formazione a Caltanissetta: la possibilità di sperimentare un "prima" e un "dopo" del cinematografo gli offrì una visione più consapevole del fenomeno appena scoperto, tanto più che lo scrittore nel piccolo cinema di Racalmuto godeva di un posto d'eccezione: suo zio era infatti l'addetto alla gestione dello stabile e Leonardo Sciascia, ancora bambino, otteneva così di sedere sempre nel "palco del podestà", postazione che abbandonava solo per sgattaiolare nell'attigua sala di proiezione, dove si divertiva a esaminare le pellicole e a ritagliarne i fotogrammi per collezionarli.

 

Lo scrittore racconta di questi piacevoli momenti d'infanzia nel sopra citato saggio, contenuto nella raccolta Fatti diversi di storia letteraria e civile e scritto dopo aver visto Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore nel 1989: l'esperienza riportò alla sua mente memorie infantili e ricordi remoti di un cinema che era «silenzioso piuttosto che muto».

 

In quegli anni il giovane Sciascia, divenuto assiduo frequentatore del cinematografo come altri scrittori della stessa generazione per cui «il cinema [...] era tutto», - tra questi, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo - sognava una carriera da regista o da sceneggiatore. Dalle sue esperienze cinefile nascono appunti, riflessioni e recensioni che si intrecciano con la nascente attività letteraria e mostrano in nuce il legame dell'opera dello scrittore siciliano con il cinema e la sceneggiatura; non a caso nel corso della sua carriera Leonardo Sciascia è stato spesso definito uno "scrittore cinematografico" e numerosissime sono state le interviste in cui gli sono state poste domande sul suo legame con la settima arte: in una puntata del programma Scrittori siciliani e cinema realizzato nel 1984 per la Rai da Tornatore, lo scrittore si mostra infatti ben consapevole del fatto che le proprie opere risultino particolarmente agevoli alle riduzioni cinematografiche e a tal proposito afferma con convinzione che ogni suo romanzo «è già sceneggiatura» ed è condotto «secondo una tecnica che è propria del cinema».

 

Le parole dello scrittore si accordano bene con le affermazioni di Ugo Pirro, sceneggiatore di due riduzioni cinematografiche dei libri di Sciascia, ovvero A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri e Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani: intervistato nel 1984 da Tornatore, Pirro afferma che la narrativa sciasciana, in virtù del suo impianto frequentemente poliziesco, è capace di creare il mistero, elemento di forte attrazione letteraria e cinematografica; precisa inoltre che l'uso dell'atmosfera "da giallo" in Sciascia non è mai tradizionale o convenzionale, ma è come se la vicenda della singola opera entrasse a far parte di un disegno ben più ampio, intrecciandosi con la storia della Sicilia, un'isola che nel lavoro dello scrittore racalmutese si configura come un microcosmo autogeneratore e autodistruttore.

 

L'aspetto cinematografico dell'opera sciasciana ha reso molti dei suoi libri l'impianto narrativo ideale per la creazione di innumerevoli film per il grande schermo: tra gli altri, Todo modo di Elio Petri (1976), Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi (1976), Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani, Una storia semplice (1991) e Il Consiglio d'Egitto (2002) di Emidio Greco.

 

L'incontro tra Sciascia e i registi sopra citati, così come con Francesco Rosi, Gianni Grimaldi, Aldo Florio e Gianni Amelio, nasce da una evidente comunanza di intenti: come sottolinea Pirro, l'impegno civile di Sciascia ha coinciso con l'impegno del cinema italiano di quegli anni, teso a mostrare i punti critici, le tensioni e le contraddizioni di un'Italia che nel pieno degli anni di piombo era alle prese con la lotta alla mafia, questione fortemente sentita sia da Sciascia che da Greco, i quali avvertivano come un'urgenza la necessità di informare a riguardo gli italiani, soprattutto attraverso il cinema e la letteratura, strumenti indispensabili per raggiungere il grande pubblico.

 

Allo scrittore racalmutese venne spesso chiesto quale opinione avesse delle trasposizioni cinematografiche dei propri romanzi e, nel rispondere, sottolineò incessantemente come nel giudicare tali opere egli non si ponesse mai come l'autore dei soggetti ma semplicemente come uno spettatore. Sciascia riteneva infatti che «un autore, dal momento che cede la sua opera al cinema, deve prepararsi a vedere un'altra cosa [...] rispetto al suo libro». Entra qui in gioco il controverso e dibattuto tema della fedeltà all'opera di riferimento, relativamente al quale Sciascia afferma che secondo lui «un soggetto cinematografico debba nascere autonomamente» rispetto al testo letterario cui si ispira e precisa che «è l'infedeltà che consente autonomia all'opera cinematografica», infedeltà che il regista deve saper gestire con intelligenza per realizzare una creazione originale.

 

Alla luce di tale consapevolezza, Sciascia si dice complessivamente soddisfatto degli adattamenti fino ad allora realizzati e nell'intervista con Tornatore si sofferma su Todo modo di Elio Petri, che definisce «più fedele a Pasolini» che alla sua stessa opera nella volontà di rendere il Leitmotiv pasoliniano del "processo al Palazzo".

 

Furono forse queste affermazioni che valsero a Sciascia la fama di essere diffidente e polemico nei confronti dei registi che si occupavano di adattare le sue opere per il cinema; tuttavia le opinioni dello scrittore siciliano provano il contrario e la volontà di non partecipare al processo di riduzione cinematografica, di non avere rapporti con i registi durante tale processo e di non offrire suggerimenti relativi alle sceneggiature dei film si pone perfettamente in linea con la concezione sciasciana di autonomia e di autodeterminazione del film rispetto all'opera letteraria. Da questi criteri lo scrittore si fece guidare quando lavorò alla sua unica sceneggiatura per il cinema, vale a dire quella di Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1971) di Florestano Vancini.

 

La diffidenza di Sciascia, se proprio la si vuol trovare, riguarda piuttosto «il cinema che si rivolge alla letteratura», il quale cinema, se non si rende autonomo, non è giudicato valido dallo scrittore-spettatore, tanto che in C'era una volta il cinema, egli non esita a far notare quanto tale arte sia diventata «parodisticamente letteratura, parodisticamente pittura, parodisticamente avanguardia di ogni cosa che sa di avanguardia».

 

Tra i molti e notevoli film adattati dai romanzi di Sciascia, di cui i titoli citati poc'anzi sono solamente un esiguo esempio, risulta interessante soffermarsi sui due lavori che ha voluto realizzare il regista Emidio Greco, e in particolare sulla sua versione de Il Consiglio d'Egitto.

 

L'ammirazione per l'opera sciasciana coglie il regista sin dagli inizi della sua carriera e si innesta su una solida base di impegno civile e di interesse per il contatto tra arte e letteratura, che lo porta spesso ad adattare opere letterarie per il cinema. Greco, autore raffinato e colto, riflette nei suoi film sul rapporto tra finzione e realtà, sui tranelli di identità molteplici e sulle storture della storia, e intende mostrare come spesso la linea tra verità effettiva e verità apparente sia labile e soggettiva.

 

La prima delle trasposizioni dei romanzi di Sciascia che Emidio Greco realizza, ossia Una storia semplice, dall'omonimo romanzo del 1989, viene realizzata nel 1991 e ha nel suo cast attori del calibro di Gian Maria Volonté e Ricky Tognazzi. Il film riceve numerose candidature in prestigiosi festival cinematografici e viene complessivamente acclamato dalla critica che premia la capacità di Greco di restituire nelle immagini la limpidezza della prosa sciasciana e la profondità della sua riflessione sull'ambiguità della verità e della giustizia. L'espressività sobria e consapevole degli attori rivela l'attento lavoro realizzato dal regista per riportare sul grande schermo la sottile ironia e la tensione etica proprie del giallo di Sciascia, giallo che ancora una volta risulta atipico, caratterizzato in questo caso da forti inflessioni esistenziali e metafisiche.

 

Nel 2002 Emidio Greco adatta per il cinema il romanzo di Leonardo Sciascia dal titolo Il Consiglio d'Egitto (1963) realizzando un film omonimo che vale la pena esaminare per i risultati ben diversi rispetto al precedente lavoro "sciasciano" del regista. Figurano nel cast Silvio Orlando nel ruolo del protagonista don Giuseppe Vella e Tommaso Ragno che interpreta l'avvocato Francesco Paolo Di Blasi, la cui storia corre parallela alle avventure del frate.

 

Il Consiglio d'Egitto racconta la storia vera di don Giuseppe Vella, prete e abile falsario vissuto in Sicilia alla fine del Settecento, che nel 1782 si ritrova per un caso fortuito a far da guida ad Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore arabo presso il Regno di Napoli scampato a un naufragio, approdato sulle spiagge di Palermo e lì accolto dall'allora viceré Domenico Caracciolo.

 

Vella, essendo l'unico uomo in città a conoscere un po' la lingua araba per le sue origini maltesi, viene selezionato come guida dell'ambasciatore straniero per i suoi giorni di permanenza a Palermo. Il frate, che fino a quel momento faceva il numerista del lotto a pagamento per arrotondare i suoi scarsi proventi, si ritrova immerso nel turbine frivolo dell'alta società, nella fiera rococò del Settecento siciliano e, inebriato da uno stile di vita superiore a qualsiasi sua aspettativa, desidera intensamente trovare un modo per potersi elevare a quello status, per superare l'incomunicabilità insormontabile tra la sua condizione sociale e quella dei nobili intorno a lui.

 

Don Giuseppe non ha alcuna speranza, se non che un giorno accompagna ben Olman a visionare un prezioso manoscritto arabo custodito nel convento di San Martino e che Monsignor Airoldi, un superiore di Vella, desidera venga tradotto. L'ambiguo, sottile momento tra le parole dell'arabo - che svela come l'opera non sia altro che una delle tante vite di Maometto - e la traduzione che di tali parole Vella deve fare per Airoldi è decisivo per la messa in scena dell'"impostura" su cui si fonda l'intero romanzo: Vella fingerà che il manoscritto sia un'importantissima cronaca riguardante la dominazione araba in Sicilia e produrrà in seguito un secondo manoscritto dal titolo Il Consiglio d'Egitto, capace di stravolgere l'assetto politico corrente facendo vacillare le fondamenta del potere baronale.

 

Come in ogni romanzo sciasciano la politica non agisce sullo sfondo della vicenda ma è un elemento essenziale: la Sicilia si trova in quel momento sotto la dominazione dei Borboni e in particolare del viceré Domenico Caracciolo che, avendo a lungo soggiornato in Francia, simpatizza per le idee illuministe e tenta di promuovere una modernizzazione della Sicilia, una messa in pari col resto d'Europa. Il suo tentativo è però ostacolato dai baroni, restii a cedere i loro privilegi - e ancor più i loro feudi - e sempre pronti a criticare il viceré per le sue proposte ai loro occhi troppo rivoluzionarie, che chiamano con tono di beffa "caracciolate".

 

Solo un uomo sembra simpatizzare per Caracciolo, un uomo che legge Verri, Beccaria e Montaigne e non ha paura di esporsi o di dissentire sul potere feudale: si tratta dell'avvocato Francesco Paolo Di Blasi, il secondo protagonista dell'opera. Il giovane avvocato, strenuo sostenitore dell'Illuminismo francese, rappresenta la parte di Sicilia che vuole essere al passo coi tempi e lottare per l'uguaglianza, laddove Vella rappresenta invece la Sicilia che, prendendo atto del fatto che nulla mai cambierà, decide di sfruttare la verità, la giustizia e la storia trasformandole in "imposture" non per il progresso o il benessere sociale, ma solo per vantaggio personale.

 

Di Blasi verrà punito e condannato nel 1795 – la rivoluzione francese è avvenuta ma è rimasta ben lontana dalla Sicilia - per aver ordito una congiura contro il nuovo viceré, conservatore e misogallo, mentre Vella, pur dovendo scontare alcuni mesi di prigionia per il suo inganno, svelato dall'abate stesso in un atto di parresia e autocompiacimento narcisistico una volta venuto a conoscenza dell'arresto di Di Blasi, ne uscirà sostanzialmente indenne, se non ancora più famoso.

 

L'opera è pregna di riflessioni acute e profonde sulla storia, sul problema di scriverla, raccontarla e persino "crearla" come nel caso di Giuseppe Vella. Sciascia mostra quanto simili siano le parole "tradurre" e "tradire" e quanto un'accezione influenzi l'altra, portando l'esempio del frate divenuto abate, che con la sua "impostura" è stato capace di usare l'unico strumento che aveva, ovvero la cultura, per un avanzamento economico e sociale.

 

Il Consiglio d'Egitto è un romanzo di estrema qualità stilistica e lucidità critica il quale nella sua trama lega gli eventi della storia europea a quelli della microstoria siciliana mostrando valori e difetti di una società che sembra aver periodicamente bisogno di un padrone straniero per essere soggiogata o liberata, senza mai riuscire a garantirsi la salvezza da sola.

 

Tornando alla trasposizione cinematografica di Emidio Greco, è bene esaminare in relazione ad alcune scelte l'operazione che egli compie come regista e sceneggiatore rispetto all'opera di Sciascia. Si veda il prologo della storia.

 

Lo scrittore racalmutese presenta a noi la prima scena come un enigma e apre il suo libro con monsignor Airoldi, don Vella e ben Olman chini sul prezioso codice di San Martino, con gli ultimi due intenti decifrare gli oscuri caratteri cufici che, ingranditi e rimpiccioliti dalla lente del nobile arabo, agli occhi dell'inesperto ma scaltro frate sembrano formiche intente a disegnare i loro curiosi e insensati percorsi sulle pagine del manoscritto.

 

Di fronte a un incipit tanto "cinematografico" e tanto potente dal punto di vista visivo quanto enigmatico da quello intellettuale, costruito per farci trovare indizi e poi rivelazioni rendendo l'enigma ancor più accattivante, ci si sorprende a notare come Greco abbia, nel suo film, posposto questa scena preferendo rilevare la fabula del racconto anziché mantenere l'intreccio così come Sciascia lo aveva predisposto. Il regista giustamente inserisce questa scena cruciale e tenta anche di restituirci un Vella spaesato e confuso di fronte ai caratteri arabi inquadrando il movimento della lente d'ingrandimento, ma lo fa solamente dopo aver mostrato il naufragio di ben Olman – scelta che incuriosisce lo spettatore ma non eguaglia lo sfizioso gioco intellettuale sciasciano – narrato dalla voce fuori campo di Giancarlo Giannini e dopo aver presentato don Vella intento nella sua attività di numerista presso la bottega un macellaio. Questa scena mostra bene il carattere sottilmente comico dell'opera di Sciascia, tuttavia non appare un'alternativa valida all'incipit del romanzo che, posposto, perde parte della sua potenza e del suo fascino.

 

Un altro punto dell'adattamento di Greco che lascia perplessi riguarda il risalto dato alla scena di seduzione tra Francesco Paolo Di Blasi e la contessa di Regalpetra, scena della quale un fotogramma è stato scelto come l'immagine preponderante della locandina del film, mentre sul livello della narrazione, così come del resto nella trasposizione cinematografica, l'incontro erotico ha una durata esigua, di fatto in linea con i tempi del romanzo. L'enfasi promozionale data alla scena è fuorviante rispetto alle prerogative della storia e risulta difficile nel film conferire la meritata importanza al nesso giocoso tra politica e seduzione costruito ad hoc da Sciascia per omaggiare tutta una parte di letteratura settecentesca.

 

Emidio Greco conosce bene l'opera di Leonardo Sciascia e nel suo lavoro numerosi elementi lo dimostrano, come la volontà di attenersi alle parole usate dallo scrittore, parole che rendono manifesta l'efficacia autonoma e autentica dei dialoghi sciasciani, il cui ritmo appare però molto rallentato nel film e le dinamiche di interazione tra i personaggi non risultano curate al meglio, forse a causa dell'impostazione troppo teatrale di alcuni attori. Apprezzabile la ricercatezza dell'ambientazione e dei costumi, delle atmosfere disimpegnate, frivole e festanti della nobiltà settecentesca; curata e ben calibrata la rappresentazione della graduale avversione dei nobili verso Caracciolo e le trame politiche che si ordiscono negli sfavillanti salotti di Palermo.

 

Il regista dà valore ai grandi temi affrontati da Sciascia nel romanzo, quali la tortura (con opportuni riferimenti a Manzoni), il celibato degli ecclesiastici, l'incapacità di rinnovamento della Sicilia, il privilegio e la sopraffazione attraverso il potere; tuttavia, mentre questi temi trasudano dalle pagine di Sciascia, cariche di folgorante tensione e di acutezza semantica, nel film di Greco appaiono come accennati, persi nel momento in cui potevano emergere e colpire lo spettatore.

 

Il don Giuseppe Vella di Sciascia, infine, è un personaggio non tanto comico quanto sottilmente ironico e raffinatamente sarcastico. È un uomo di grande carisma che riesce a ingannare Palermo, il Regno e perfino l'Europa, un uomo che ha ben chiaro quello che sta facendo, un personaggio intelligente e sagace di cui è propria un'autenticità tanto schiacciante da non riuscire quasi a rimaner confinato nella finzione letteraria: don Giuseppe Vella proviene dalla realtà e a essa viene restituito. Un personaggio simile può assumere talvolta persino tratti grotteschi, ma non è certo il prete remissivo restituito da Silvio Orlando, il quale non riesce a caratterizzarlo con la lucidità e la spregiudicatezza che il personaggio possiede.

 

Alla luce delle testimonianze di Sciascia e Ugo Pirro esaminate in precedenza e della brevissima analisi del Il Consiglio d'Egitto film qui proposta, si può certo intuire quale ardua impresa sia restituire fedelmente attraverso il cinema un'opera letteraria di grande levatura come quella di Sciascia, e spesso le scelte che un regista deve compiere risultano piuttosto come dei compromessi rispetto al testo letterario, per cui non sempre l'opera cinematografica riesce a emergere come opera d'arte autonoma rispetto al romanzo da cui è tratta.

 

Forse la pecca di Emidio Greco è stata quella di voler essere troppo fedele a Sciascia, ad esempio nelle battute dei dialoghi, spesso riportati interamente ma, a causa del filtro richiesto dalle necessità cinematografiche, carenti dell'efficacia conferita loro dallo scrittore. Greco ha inoltre voluto rendere la storia più chiara al pubblico e più facilmente fruibile inserendo un narratore fuori campo, seguendo la fabula e non l'intreccio, dando alle immagini un taglio televisivo e svelando troppo linearmente alcune dinamiche che, rese eccessivamente manifeste, indeboliscono l'atmosfera enigmatica e intrigante dell'opera sciasciana. Ad eccezione della variazione nel prologo, di cui si è già parlato sopra, Emidio Greco non si è mostrato abbastanza risoluto, indipendente e ardito nelle sue scelte artistiche, che avrebbero di certo reso la sua opera qualcosa di inedito e prezioso, anche se avrebbero tradito, non per forza in modo drastico e offrendo probabilmente un risarcimento artistico significativo, l'ammirazione del regista per Sciascia.

 

Il rapporto tra le opere di Sciascia e le loro trasposizioni cinematografiche resta un argomento controverso quanto stimolante alla luce della consapevolezza che lo scrittore ebbe sempre del proprio stretto legame con la settima arte e con le sue tecniche e dinamiche interne. Ancora più inedita e fruttuosa può essere l'analisi di tale rapporto non solo seguendo la linea dell'antitesi fedeltà/infedeltà, le quali si rivelano quant'altri mai soggettive, ma applicando questo criterio con un'ottica differente, caricandolo cioè di nuovi significati e considerando la fedeltà a Sciascia non tanto in base alla "aderenza al testo" quanto piuttosto in base alla resa dei temi amari e roventi che lo scrittore trasse e restituì al microcosmo della Sicilia. Per dirla con le parole di Sciascia:

 

Il rapporto tra l'opera letteraria (quando si tratta di un'opera letteraria perfettamente articolata e conclusa, racconto o romanzo che sia) e il film deve o risolversi nella fedeltà di questo a quella o non porsi neppure. E s'intende che non si vuol dare al termine fedeltà il significato di una pedante e minuziosa trascrizione, di illustrazione cinematografica di un testo: fedeltà, come si suol dire, allo spirito, all'idea.

 

 

Per saperne di più:

Leonardo Sciascia, "La Sicilia nel cinema", in La corda pazza - Scrittori e cose della Sicilia, Milano, Adelphi, 1991; Leonardo Sciascia, "C'era una volta il cinema", in Fatti diversi di storia letteraria e civile, Milano, Adelphi, 2009; Giovanna Finocchiaro Chimirri, Al cinema con Sciascia, Catania, C.U.E.C.M., 1993; Sabatino Landi (a cura di), Atti del corso di aggiornamento "Cinema e Letteratura – Leonardo Sciascia" tenutosi a Pordenone dal 2 al 30 marzo 1993, Pordenone, Cinemazero, 1993.

 

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