20 marzo 2019

Il corpo della donna come corpo della nazione: le allegorie nazionali del XVIII e del XIX secolo

Tra il XVIII e il XIX secolo si diffondono nell’iconografia europea rappresentazioni artistiche della nazione che hanno per soggetto le figure femminili. Vengono così realizzate statuette, dipinti e sigilli con l’intenzione di ritrarre il corpo politico della patria utilizzando come oggetto allegorizzato proprio il corpo delle donne. Individui femminili con armi rivolte verso il basso o con la lama tenuta vicino al corpo, oppure donne con un lungo peplo che lascia scoperto un seno o, ancora, soggetti femminili disarmati circondati dai simboli della nazione: sono questi i tre modi prevalenti di ritrarre il corpo della donna. 

 

Nella prima tipologia, le figure femminili con armi traggono origini da fonti classiche. Si prenda in considerazione ad esempio Britannia, l’allegoria della Gran Bretagna, che è rappresentata – già nelle monete risalenti al regno di Adriano (dal 117 al 138 d. C.) e a quello di Commodo (dal 180 al 92 d.C.) – come una guerriera.

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Nel corso del Seicento la maggior parte delle immagini raffiguranti personaggi femminili in armi si caratterizza, come si può osservare dall’allegoria femminile presente nel frontespizio dell’opera corografica Britannia del topografo William Comden (1600), per uno stendardo romano nella mano destra, una lancia nella sinistra e uno scudo a terra. La tendenza iconografica maggioritaria nel Settecento, invece, arricchisce l’immagine di un elmo, infine di una corazza. Esemplificativa, in tal senso, è la medaglia del 1704 preparata dall’artista John Crocker per commemorare la presa di Gibilterra. Tali raffigurazioni si inquadrano nell'evidente tentativo di avvicinarsi alla figura di Minerva, sintetizzando nella sua essenza non solo tratti maschili, quali l’aggressività delle armi, e femminili, come la fecondità, ma anche qualità etiche associate alla dea, quali la saggezza.

Photograph of Brittania statue, taken 13th June 2008 on Plymouth Hoe, Plymouth, United Kingdom. Image by Mageslayer99 via Wikimedia Commons. This file is licensed under the Creative Commons Attribution 3.0 Unported license. (https://en.wikipedia.org/wiki/File:Britannia-Statue.jpg)

Va precisato che Atena è anche madre generosa di un figlio che non ha generato, Eretteo (o Erittonio), nato dal seme del dio Efesto, finito sulla gamba di Atena. Quest’ultima, disgustata, lo getta via, ma questo è accolto da Gea che ne rimane incinta, finendo con il partorire il dio. Eretteo viene in seguito cresciuto proprio da Atena, che ne ha pietà, visto il suo aspetto (questi ha infatti due serpenti al posto delle gambe): la dea rivela così doti di accudimento persino verso un figlio non proprio. In questo frangente è facile scorgere anche l'analogia tra la vergine-madre Atena e la vergine Maria. Britannia possiede dunque la fortitudo cristiana: è una donna aggraziata, pura, all'occorrenza materna, ma è anche armata, pronta a combattere e a difendersi, come l'esercito e la marina inglesi che simboleggia.

 

Sul finire del XVIII secolo, nasce in Francia la figura di Marianne, che rappresenta la neonata Repubblica francese. Come illustra Alberto Mario Banti nel suo L’onore della nazione, il nuovo sigillo approvato dalla Convenzione nazionale mostra «una donna che si appoggia con una mano ad un fascio, e nell'altra tiene una lancia con un berretto della libertà sulla punta». Tale modello si ritrova nelle Iconologie degli incisori ed illustratori Gravelot e Cochin. All’inizio della Rivoluzione Francese la lancia è sostituita dalla picca, che conferisce un tocco di realismo, trattandosi dell'arma usata anche dalle donne in alcune marce rivoluzionarie, come quella su Versailles del 5 ottobre 1789. Tuttavia, nel 1793 la Convenzione decide di sostituire Marianne con Ercole sul sigillo della Repubblica, pochi giorni dopo aver interdetto al genere femminile la partecipazione alle assemblee pubbliche. Si preferisce così una figura maschile, muscolosa ed armata di clava, a sostituire Marianne armata di picca, per confermare l'asimmetria di genere che i rivoluzionari vogliono instaurare nel loro regime.

Théodore Doriot, Marianne, busto, fine XIX secolo. Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported. (https://it.wikipedia.org/wiki/File:MariannedeTheodoreDoriot.JPG)

Un altro modo di raffigurare la donna-nazione è, come affermato in precedenza, quello di rappresentarne i seni nudi. Figure armate coi seni scoperti si diffondono in tutta Europa tra fine XVIII secolo e primo Ottocento: il governo della Francia rivoluzionaria non fa eccezione, utilizzando tali immagini per rappresentare la Libertà o la Repubblica. La fortuna iconografica del seno scoperto sarà duratura: si pensi, in tal senso, al dipinto La libertà che guida il popolo, realizzato da Eugène Delacroix quarant’anni dopo la Rivoluzione. È inoltre emblematico dell’identificazione tra donna e caratteri nazionali il fatto che vengano selezionate le ragazze francesi più belle perché sfilino impersonando la Dea Ragione nelle parate celebrative: il corpo delle donne diventa, anche nelle rappresentazioni quotidiane, lo specchio della nazione e dei suoi valori. Nelle raffigurazioni del periodo in esame, le immagini delle figure femminili non sono prive di elementi di ambiguità: esse appaiono infatti come soggetti desiderabili. Ne è un esempio una stampa del 1793, La patria istruisce i suoi bambini, li riceve nel suo seno e la ragione li illumina, raffigurante una donna – la Patria, per l’appunto – che illustra la Tavola dei Diritti dell'uomo e la Costituzione ad un bambinello. Il dipinto presenta inoltre una statua della natura, raffigurata nei sembianti della Diana di Efeso, le cui numerose mammelle testimoniano la fertilità della Repubblica. Emblematica è anche la statua del periodo repubblicano L'amour de la Patrie, raffigurante la Patria coi seni scoperti e Cupido che la guarda con trasporto. Risale invece al 1792 La Francia che apre il suo seno a tutti i francesi di Buizot, raffigurante principalmente le qualità materne della Repubblica, ma che manifesta comunque una componente erotica molto forte.

Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (1830), Museo del Louvre, Parigi. L'autore è deceduto nel 1863, quindi quest'opera è nel pubblico dominio anche in tutti i Paesi e nelle aree in cui la durata del copyright è la vita dell'autore più 100 anni o meno. (https://it.wikipedia.org/wiki/File:Eug%C3%A8ne_Delacroix_-_La_libert%C3%A9_guidant_le_peuple.jpg)

Alla luce di quanto illustrato nei precedenti paragrafi si può dunque evidenziare come, sebbene spesso le donne rappresentate abbiano un seno scoperto, simbolo di vulnerabilità e desiderio maschile, a queste figure sia ugualmente associato l’ideale della potenza e del valore militare. Tuttavia, nella realtà di questo periodo, come è noto, la condizione delle donne reali è diametralmente opposta: queste si vedono preclusa la vita politica e il loro corpo è relegato all’interno delle mura domestiche, dove svolgono per lo più il ruolo di mogli e madri.

 

Unico momento di eccezione rispetto a quanto appena esposto è quello post-rivoluzionario, quando in Francia alle donne è accordata la possibilità di partecipare alla vita pubblica. Tuttavia, tale pratica resta una breve parentesi nella storia europea fino ad allora. Già nel settembre del 1793, ad esempio, la Société des citoyennes républicaines, gruppo dedito alle rivendicazioni sociali e femministe, viene attaccata dai giacobini per aver incoraggiato rivolte controrivoluzionarie; le possibilità di partecipare al dibattito pubblico, per le donne, dopo un primo periodo di apertura, si ridimensionano drasticamente.  Le funzioni private, a cui «le donne sono destinate dalla natura stessa» – sostiene André Amar, relatore del rapporto presentato per conto del Comitato di Sicurezza Generale alla Convenzione – «sono correlate all'ordine generale della società; questo ordine sociale deriva dalla differenza che c'è tra l'uomo e la donna. L'uomo è forte, è nato con grande energia, audacia, coraggio [...] In generale, le donne sono poco capaci di pensieri elevati e di meditazioni serie». Le donne vengono in sintesi considerate inadatte a funzioni pubbliche poiché esposte all'errore e all'emotività. Condivide tale posizione l'ultraradicale Chaumette, asserendo: «La natura ha detto alla donna: "Sii donna! I tuoi affari sono la tenera cura dei bambini, le piccole incombenze domestiche, le dolci inquietudini della maternità"».

 

A conclusione di questo dibattito, il 30 ottobre 1793, la Convenzione bandisce tutte le organizzazioni femminili e quattro donne (Olympe De Gouges, Charlotte Corday, Maria Antonietta, Manon Roland), colpevoli di aver tentato una partecipazione politica e di essersi comportate da uomini, sono giustiziate. Nel 1795, inoltre, si proibisce a tutte le donne di assistere alle sedute della Convenzione, ad ogni riunione politica o anche solo di aggregarsi nelle strade in gruppi con più di cinque persone. Le donne, in Europa, rimangono in questo modo silenti angeli del focolare per tutto il primo Ottocento; il codice civile italiano del 1806, di origine napoleonica, contiene per esempio norme che sanciscono l'«inferiorità legale» e «il naturale destino domestico» delle figure femminili. Ad esse si attribuisce inoltre una nazionalità mobile, dipendente da quella del marito. Addirittura, con la Restaurazione, tornerà l'obbligo legislativo dell'assenso paterno al matrimonio, a sottolineare l'inferiorità della donna tanto nei rapporti personali e patrimoniali tra coniugi quanto nell'educazione dei figli e nei diritti successori.

 

Le donne sono quindi relegate nella sfera domestica; il loro corpo, votato alla gravidanza, non sembrerebbe, almeno in linea di principio, idoneo a compiere gesta belliche, né tantomeno sembra essere appropriato a rappresentare l’emblema della nazione. E, tuttavia, questo non è ciò che avviene in ambito iconografico. Le raffigurazioni femminili del periodo sembrerebbero in contrasto con l’ideale diffuso della rispettabilità borghese: come è possibile allora spiegare tale paradosso? Come mai la forza – un valore associato per lo più all'uomo – è impersonata da una donna che indossa delle armi?

 

La contraddizione è solo apparente, secondo l'interpretazione unanime della cultura e dell’ideologia del XVIII e XIX secolo; queste infatti concepiscono le donne non certo come emblemi della forza della nazione, ma piuttosto come madri di una comunità di sangue. In un periodo in cui i nazionalismi stavano nascendo e consolidandosi, occorreva infatti un simbolo che permettesse di unire, che facesse cioè sì che tutti i membri della nazione si riconoscessero come parte di una stessa comunità. È così che il ruolo della donna trasmesso dalle raffigurazioni allegoriche della nazione torna ad essere in linea con quello della realtà del periodo.

 

Tale visione rappresenta, tuttavia, un equilibrio molto fragile: i rispettabili borghesi non sono comunque ferventi sostenitori delle allegorie raffiguranti donne potenti.  

 

Avviene per questo motivo che, dal secondo decennio del XIX secolo in poi, la figura femminile si allontana dal possesso delle armi tornando a esprimere soltanto la propria debolezza. Karl Russ, nel 1813, raffigura l'eroe maschile della mitologia nazionale tedesca, Arminio, mentre spezza le catene della madre-patria tedesca, liberandola dall'oppressione dei tiranni stranieri. Cinta in catene dalle quali non sa uscire, bisognosa di aiuto virile per conquistare la libertà, questa è l'immagine di donna che la cultura tedesca può accettare. Lo studioso Bram Dijkstra, nel suo Idoli di perversità, osserva come, nel corso dell’Ottocento, le donne vengano spesso rappresentate come pallide, esangui, quasi malaticce. In questo modo, tramite il mondo dell’iconografia, si torna a ribadire il messaggio, rassicurante per gli uomini e per la società dell’epoca, dell’egemonia maschile.

Karl Russ, Arminio libera la Germania (1818) Quest'opera è nel pubblico dominio anche in tutti i Paesi e nelle aree in cui la durata del copyright è la vita dell'autore più 100 anni o meno. (https://it.wikipedia.org/wiki/File:Hermann_befreit_Germania_(1818,_Karl_Russ).jpg)

Per saperne di più:

Il presente articolo è incentrato sulle tesi sostenute da Alberto Mario Banti nel suo L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla Grande Guerra, edito da Einaudi a Torino nel 2005. Per la contestualizzazione storica del fenomeno esaminato, si suggerisce il testo dello stesso autore Le questioni dell’età contemporanea, edito da Laterza a Roma, nel 2010.

 

Immagine di corredo: Antoine-Jean Gros, Allégorie de la première République Française. Quest'opera è di pubblico dominio nel proprio Paese e anche in tutti i Paesi e nelle aree in cui la durata del copyright è la vita dell'autore più 100 anni o meno. (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Antoine-Jean_Gros_-_All%C3%A9gorie_de_la_premi%C3%A8re_R%C3%A9publique_Fran%C3%A7aise.jpg)

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