6 aprile 2020

La crisi del congiuntivo? Un’altra fake news

Ecco perché possiamo dormire sonni tranquilli se parliamo di congiuntivo

 

«Se lo sapevo, non ci venivo»: con questo titolo provocatorio Marco Mazzoleni si faceva portabandiera nel 1992 della tesi linguistica circa l’infondatezza di una supposta crisi del modo congiuntivo nell’italiano, teoria ormai condivisa dai principali linguisti che si sono seriamente occupati della questione.

 

La convinzione che il congiuntivo sia vittima di un progressivo regresso continua però ancora oggi – quasi trent’anni dopo quel lavoro – a essere diffusa e generalizzata. In particolare, a questa credenza si connettono spesso sintomi di allarmismo: i giovani indicativo-friendly sono accusati di ignoranza e l’impiego del congiuntivo viene osannato come la panacea per i mali linguistico-grammaticali del nostro tempo.

 

Un atteggiamento risulta scorretto soprattutto per due motivi: per i contenuti che presuppone e per il metodo con cui analizza il fenomeno. Innanzitutto, è infatti impreciso, se non del tutto erroneo, descrivere un modo verbale come un sistema unico: ossia è sbagliato, da un punto di vista linguistico, parlare del congiuntivo come di un concetto unitario - e cercheremo di capire perché; inoltre, pretendere di analizzare un fenomeno linguistico in diacronia senza però tener effettivamente conto della storia di quel fatto linguistico è, ovviamente, antiscientifico: in altre parole, non si può parlare di una modifica diacronica se i dati in diacronia non la testimoniano. In merito alla “crisi del congiuntivo” questi due tipi di errore (i presupposti scorretti e la verifica disattenta) sono interconnessi e vanno analizzati in rapporto tra loro.

 

Quando si parla di “crisi del congiuntivo”, il congiuntivo è considerato un concetto monolitico, una parte compatta della nostra lingua che sarebbe appunto in crisi, ossia in regresso nell’impiego linguistico. Considerare un sistema modale in quest’ottica significa semplificarne la natura e dunque tradire l’uso che la nostra lingua, così come tante altre, ne fa.

 

Sin dalle elementari ci hanno insegnato che il congiuntivo è il modo dell’irrealtà, del dubbio, dell’incertezza; l’indicativo invece il modo della realtà, della sicurezza, della certezza. Questa logica binaria semplicistica avrà anche funzionato quando abbiamo imparato a leggere, ma già con l’approccio all’analisi logica il criterio è iniziato a crollare. Proviamo a confrontare questi esempi:

 

(1) Non so se verrò alla festa di Marco.

(2) Paolo era sicuro che Alessio sapesse della festa di Marco.

 

Basandoci sull’analisi logica imparata alle elementari qualcosa qui non quadra. Nel primo caso, infatti, la frase non è ancorata al criterio della certezza, ma c’è un indicativo; nel secondo, Paolo è sicuro, ma si esprime al congiuntivo. Questo semplice esempio già basta a sottolineare la fallacia del criterio “semantico”, e in aggiunta può dirci anche qualcos’altro. Osserviamo quest’altra frase che Marco potrebbe pronunciare tra sé e sé non vedendo arrivare i propri invitati alla festa:

 

(3) Che abbiano sbagliato strada?

 

Deduciamo così dall’esempio (3) un impiego del congiuntivo come indipendente, ossia in una frase principale, e non solo come dipendente, cioè in una subordinata. Questa osservazione, piuttosto scontata, è però indispensabile per dimostrare la veridicità di un concetto fondamentale: il congiuntivo non ha sempre valore modale. Dato che riflettere sulla modalità e spiegare quanto il suo valore sia importante per analizzare fenomeni linguistici potrebbe condurci alla stesura di una tesi, ci limitiamo a dire che generalmente la modalità viene considerata alla base della selezione di un certo modo, ad esempio il condizionale, in luogo di un altro, ad esempio l’indicativo, per esprimere in maniera più chiara quanto si sta comunicando. Nelle frasi (4) Luca giocherebbe volentieri alla playstation e (5) Luca gioca volentieri alla playstation, l’impiego di un modo in luogo di un altro conduce ad un cambiamento nel significato della frase. Ciò avviene, semplificando, perché sia il modo condizionale che il modo indicativo hanno in questo caso valore modale, esprimono dunque modalità.

 

L’impiego di un modo non è però sempre determinato da criteri di modalità: Michele Prandi arriva addirittura a negare che il congiuntivo abbia valori modali propri in dipendenza. Spesso l’impiego di un certo modo deriva da fattori meramente sintattici che banalmente definiremmo criteri di reggenza. Ciò permette di affermare che (6) Marco vuole che Alessio vada alla sua festa senza voler intendere che Marco abbia dei dubbi sulla sua voglia di ricevere Alessio come ospite.

 

Tutto ciò per dire che se la “crisi del congiuntivo” esistesse, certamente non riguarderebbe questo settore del mondo dei congiuntivi. In questo caso, infatti, il loro impiego è solo frutto dei rapporti di sintassi propri dell’italiano e non di eventuali scelte libere del parlante. Il parlante è vincolato all’impiego di quel modo e solo quello può utilizzare per comunicare efficacemente: Marco può dire ad Alessio (7) Vorrei che tu venissi, non (8) *Vorrei che tu vieni, frase che un italofono non genererebbe mai.

 

È legittimo, invece, parlare di crisi per i casi in cui il parlante ha libertà di scelta? Rispondere sì significherebbe bendarsi gli occhi e non vedere che questi meccanismi di selezione, preferenza o, per dirla con un termine prandiano, di scelta, sono da sempre attivi nella nostra lingua. Da questo punto di vista non è dunque in atto un vero e proprio mutamento: la concorrenza di congiuntivo e indicativo in certi contesti c’è sempre stata ed è un dato stabile in diacronia. Le cosiddette “crisi”, ossia le ristrutturazioni del sistema linguistico, non si applicano alle scelte tra opzioni paritarie; determinano, al contrario, una progressiva selezione tra differenti forme di espressione con diverse esigenze comunicative. Nei casi qui analizzati ciò non è ancora avvenuto nell’italiano, e non è detto che avverrà mai.

 

Volendo individuare un settore di crisi del modo congiuntivo dovremmo volgerci a considerarne l’uso nel periodo ipotetico. In maniera progressiva, basandosi su dati diacronici ampi, II e III tipo del periodo ipotetico appaiono infatti oggi al centro di una «ristrutturazione catastrofica» (Mazzoleni). I periodi ipotetici di II e III tipo appaiono realizzati nell’oralità prevalentemente con il doppio imperfetto indicativo piuttosto che secondo la consecutio classica, ossia con congiuntivo e condizionale. L’italiano si pone così in accordo con le principali lingue romanze, in primis con il francese che ha già accolto stabilmente l’imperfetto indicativo in luogo del congiuntivo nel proprio sistema linguistico standard. E almeno per quanto mi è dato sapere, nessun francese ha subito danni cerebrali irreversibili dopo aver utilizzato l’imperfetto indicativo al posto del congiuntivo nel periodo ipotetico.

 

Prima di concludere è importante ricordare che l’impiego dell’imperfetto indicativo nei periodi ipotetici di II e III tipo non è un dato nuovo nella nostra lingua: è infatti stabilmente accertato. A determinare la ristrutturazione non sarebbe dunque stata l’estensione d’uso dell’imperfetto indicativo ma un altro fattore: l’associazione di questa “nuova” struttura al concetto di controfattualità, ormai stabilizzatasi. Questa connessione ha infatti determinato la «catastrofe», cioè un mutamento significativo nell’intero sistema dei periodi ipotetici. Classicamente distinti in tre tipologie, ad oggi sarebbero infatti suddivisibili in soli due gruppi, basandosi proprio sulla natura controfattuale delle frasi, come può essere sintetizzato in questa tabella:

 

tabella2

 

Lo stadio attuale dell’universo ipotetico della lingua italiana si situa dunque secondo criteri oggettivi in una fase di “crisi”. Sta attraversando cioè una fase di ristrutturazione, nella quale le diverse forme coesistono e sono distinte solo da criteri di impiego sociolinguistico. Ciò vuol dire che qualunque italofono comprende perfettamente il significato delle due tipologie di periodo ipotetico, quella “classica” e quella “nuova”, ma la prima può essere impiegata nello scritto o in contesti formali senza essere censurata, la seconda, per ora, no.

 

Da un punto di vista linguistico non ha dunque alcun senso parlare di “crisi del congiuntivo” tout court. Allo stesso tempo non ha senso nemmeno rammaricarsi per la perdita di terreno del congiuntivo nei periodi ipotetici. Ha senso invece cercare di capire come ciò sia avvenuto e perché a guadagnarci sia stato proprio l’imperfetto indicativo. Questa però è un’altra storia.

 

 

Per saperne di più:

Credo che nessuno studio sul congiuntivo possa prescindere da una lettura attenta dei numerosi studi di Marco Mazzoleni e Michele Prandi, primo fra tutti Intorno al congiuntivo (Bologna, CLUEB, 2002, pp. 65-81) scritto in collaborazione con Leo Schena. 

Nel presente articolo ho inoltre citato il saggio di Mazzoleni «“Se lo sapevo non ci venivo”: l’imperfetto indicativo ipotetico» in Linee di tendenza dell’italiano contemporaneo. Atti del XXV Congresso internazionale di studi della Società di linguistica italiana a cura di Bruno Moretti, Dario Petrini, Sandro Bianconi (1992, pp. 171-190). Si consiglia inoltre, di Prandi, «Le regole del congiuntivo» in La grammatica e l’errore a cura di Nicola Grandi (Bologna, Bononia University Press, 2015, pp. 137-160).

Per quanto riguarda il periodo ipotetico francese The Evolution of French Syntax. A Comparative Approach (New York, Longman Group, 1978) di Martin Harris può essere un’ottima fonte, in particolare i capitoli «The syntax and semantics of the subjunctive mood in Romance» (pp. 171-176) e «Conditional sentences» (pp. 234-246).

 

 

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