16 febbraio 2021

Agatha, Hunilla e Marianna: la rappresentazione delle figure femminili nella narrativa breve melvilliana

Esclusione e impossibilità di redenzione: la critica di Melville alla coscienza storica statunitense attraverso lo stravolgimento della tradizione romantico-sentimentale

Nella lettera del 17 luglio del 1852 Melville, congratulandosi con Hawthorne per la pubblicazione dell’opera The Blithedale Romance, racconta del suo recente viaggio insieme al suocero L. Shaw nelle isole a sud di Cape Cod. Nel corso del viaggio l’autore di Moby Dick visiterà per la prima volta l’isola di Nantucket dove, parlando della rassegnazione delle donne dell’isola alle lunghe assenze dei mariti marinai insieme all’avvocato di New Bedford John H. Clifford, come racconta nella lettera successiva (13 agosto 1852), viene a conoscenza della storia di Agatha Hatch Robertson. Melville resta affascinato dalla vicenda della donna e prega l’avvocato di inviargli un resoconto più completo sulla sua storia una volta tornato dall’isola; resoconto che Melville acclude alla lettera ad Hawthorne, insieme alle sue osservazioni sulla vicenda, proponendo all’autore della Lettera Scarlatta di fare uso letterario della storia di Agatha, storia che «sembra gravitare naturalmente» e «appartenere di diritto» ad Hawthorne.

 

La storia di Agatha, nonostante il tentativo di Melville di suscitare interesse nella vicenda in Hawthorne, non si tradurrà mai in creazione artistica, rimanendo in bilico tra realtà e opera letteraria. Tuttavia le Agatha letters, che segnano la fine della corrispondenza con Hawthorne (iniziata nel gennaio del 1851) e l’affiorare di una nuova consapevolezza politica, rappresentano un momento di transizione nella poetica melvilliana. Il fallimento letterario della storia di Agatha si traduce, infatti, in un periodo di crisi artistica che si risolve unicamente attraverso l’evoluzione creativa di Melville, che da autore di grandi romanzi diviene autore di brevi racconti, i cui protagonisti, spesso figure femminili, sono vittime di un processo di esclusione sociale e storica.

 

Collocata ai margini della dimensione spaziale, Agatha, vittima del processo di esclusione sociale e storica, diviene il prototipo melvilliano della donna abbandonata, figura che ritorna più volte nella fase intermedia della produzione artistica di Melville. Agatha rappresenta l’umanità derelitta, che sottraendosi al tentativo di comprensione psicologica e alla compassione sentimentale, diviene irraggiungibile al narratore e al lettore. Abbandonata dal naufrago che lei aveva soccorso e sposato, la giovane Agatha, relegata da Melville in una condizione di immobilità spaziale, attende passivamente per diciassette anni il ritorno del marito, recandosi ogni giorno presso una cassetta per la posta, dove marinai e gente del luogo ricevono le loro lettere, con la speranza di avere notizie da parte del marito. Così come le speranze di Agatha, anche la stessa cassetta per la posta, a causa del disuso, con il passare degli anni si corrode, inglobata inizialmente dalla dimensione naturale diviene il nido di un uccello ed infine si spezza, tramutandosi da un luogo di vita e di speranza ad un luogo di morte ed abbandono.

 

At the junction of what we shall call the Light-House road with this Post Rode, there stands a post surmounted with a little rude wood box the Post boy drops all letters for the people of the light house and that vicinity of fisherman. To this post they must come for their letters. And, of course, daily young Agatha goes ― for seventeen years she goes thither daily as her hopes gradually decay in her, so does the post itself and the little box decay. The post rots in the ground at last. Owing to its being little used ― hardly used at all ― grass grows rankly about it. At last a little bird nests in it. At last the post falls.

 

Agatha assurge quindi al ruolo di primo personaggio vittima del processo di esclusione della narrativa breve melvilliana, caratterizzata dall’impiego funzionale di soggetti abbandonati e umili, caratteristici della letteratura romantico-sentimentale. Collocati in spazi marginali, come la vedova Hunilla o l’orfana Marianna, i personaggi femminili dei racconti della fase intermedia di Melville, impossibilitati a compiere un percorso di redenzione e reinserimento nella dimensione sociale, vengono abbandonati dal narratore e dal lettore nel loro ruolo statico e passivo.

 

Hunilla, chola peruviana (di discendenza europea e nativa) protagonista dello sketch VIII del racconto The Encantadas, or Enchanted Isles, inserito all’interno della raccolta The Piazza Tales del 1856, viene condannata a trascorrere anni esule sull’isola di Norfolk nelle Galapagos, dove impotente assiste alla morte del fratello indiano Truxill e del marito di sangue castigliano Felipe.

 

When dashed by broad-chested swells between their broken logs and the sharp teeth of the reef, both adventurers perished before Hunilla's eyes. Before Hunilla's eyes they sank.

 

Nonostante in realtà l’isola di Norfolk sia una delle principali isole dell’arcipelago ecuadoriano e si trovi al suo centro, Melville, per esasperare la marginalità della protagonista del racconto, definisce l’isola vulcanica all’inizio dello sketch come «insignificant to most voyagers» e la colloca a Nord dell’isola di Charles, isolata da tutte le altre. Vittima della crudeltà della natura che le strappa la compagnia umana e dell’indifferenza degli uomini che passando per Norfolk abusano di lei condannandola poi alla solitudine dell’isola, Hunilla, condannata da Melville all’esclusione e all’impossibilità di reinserimento nello spazio sociale, diviene inaccessibile al tentativo di comprensione e attenzione compassionevole. Soccorsa da alcuni marinai statunitensi, che si commuovono ascoltando la sua storia, la vedova chola, abbandonando i suoi cani, unica compagnia durante la sua permanenza sull’isola, accetta con compostezza il dolore della sua esistenza percependolo come un qualcosa di necessario, e senza voltarsi al grido di sofferenza degli animali amati lascia per sempre Norfolk senza versare una lacrima.

 

To Hunilla, pain seemed so necessary, that pain in other beings, though by love and sympathy made her own, was unrepiningly to be borne. A heart of yearning in a frame of steel. A heart of earthly yearning, frozen by the frost which falleth from the sky.

 

Tutti i racconti all’interno della raccolta The Piazza Tales erano stati precedentemente pubblicati tra il 1853 e il 1855 sulla rivista newyorkese Putnam’s Magazine, ad eccezione di The Piazza, scritto appositamente da Melville nel 1856 come racconto introduttivo alla raccolta. La protagonista femminile del racconto, che si divide in due principali momenti (la costruzione di un portico e il viaggio verso  Fairy Land) è l’orfana Marianna, descritta dal narratore maschile melvilliano che intraprende il viaggio simbolico verso il monte Greylock nel Berkshire, come «pale-cheeked» e «lonely girl, sewing at a lonely window.» Mentre Agatha diviene il primo personaggio femminile vittima della strategia melvilliana dell’abbandono autoriale, Marianna rappresenta l’ultima figura tragica della narrativa breve che aveva caratterizzato la produzione letteraria di Melville nel corso degli anni Cinquanta.

 

Il racconto inizia attraverso la descrizione di una tenuta nel Berkhsire, (che ricorda la residenza di Arrowhead a Pittsfield, dove Melville si sposta nel settembre del 1850, a poche miglia di distanza dalla casa di Hawthorne a Lenox), dove il narratore melvilliano intraprende sul lato Nord la costruzione di una veranda da cui poter ammirare il monte Greylock. A partire dalla contemplazione estetica della dimensione naturale, il narratore, notando la presenza sul monte di uno strano oggetto illuminato in alcuni momenti dalla luce del sole, intraprende un viaggio simbolico verso un mondo incantato, dove avrebbe incontrato la Fairy Queen (Melville compie qui un riferimento indiretto al poema epico The Faerie Queene di Edmund Spenser) o tutt’al più l’arcadica figura di una felice ragazza di montagna che si sarebbe presa cura di lui.

 

Fairies there, thought I, once more; the queen of fairies at her fairy-window; at any rate, some glad mountain-girl; it will do me good, it will cure this weariness, to look on her.

 

Tuttavia una volta raggiunto il luogo del pellegrinaggio il narratore, venendo a contatto con la realtà abbandona l’illusione di Fairy Land e si trova di fronte ad un cottage in balia della natura, dove affacciata alla finestra scopre la giovane e desolata orfana Marianna, che dopo aver perso i genitori assiste inerme alla morte del fratello diciassettenne. Confinata nella wilderness, la giovane donna abbandonata nella dimensione naturale, tipico personaggio sfruttato dalla tradizione sentimentale, sogna una fuga dalla sua abitazione in decadenza, proiettandosi verso una casa bianca a valle, dove immagina che viva l’uomo più felice al mondo. Il narratore melvilliano riconoscendo la propria abitazione nella casa dei sogni della ragazza, decide di ritornare nella veranda stabilendo che non si sarebbe più lasciato trasportare dalla propria fantasia, rilegando l’orfana alla sua condizione di immobilità senza tuttavia infrangere le sue illusioni, riconoscendo di non poter essere il principe in grado di redimere Marianna.

 

Le figure femminili protagoniste della narrativa breve della fase intermedia della poetica melvilliana, vittime di un processo di esclusione sociale e storica, sono espressione dell’umanità vinta collocata ai margini della dimensione spaziale e abbandonata a sé stessa, che, privata dell’effettiva possibilità di redenzione, si chiude al tentativo di comprensione sentimentale, rifiutando l’azione compassionevole. Melville, recuperando e rivoluzionando la tradizione letteraria romantica, critica la celebrazione  sentimentale dei personaggi femminili, mettendo, inoltre, in risalto le contraddizioni degli ideali di unità e uguaglianza, alla base della concezione del modello democratico statunitense, che erano stati da lui stesso celebrati nella lunga recensione Hawthorne and His Mosses pubblicata nell’agosto del 1850 sulla rivista The Literary World, che faceva capo al movimento nazionalista della Young America. Come scrive Giuseppe Nori, nell’introduzione alle Lettere a Hawthorne:

 

Dopo le imprese titaniche di Ahab e Pierre, la creazione di piccoli uomini derelitti e di donne abbandonate diventa dunque parte di un preciso disegno autoriale. All’impiego funzionale e critico di questi anti-eroi ― figure già di per sé convenzionali e ampiamente sfruttate dalla tradizione pre-romantica e romantica ― fa riscontro un uso altrettanto funzionale e critico, a volte un vero e proprio stravolgimento, delle strategie sentimentali di comprensione, azione, e rappresentazione. […] In tal modo usa il sentimentalismo per mettere a nudo non solo le aporie psicologiche ed epistemologiche della coscienza storica romantica, ma anche (e soprattutto) le inadeguatezze ideologiche e demagogiche della coscienza nazionale, da sempre dedita, tramite il consenso storico, al contenimento dei divari e alla ricomposizione dei conflitti. […] In quanto critico ideologico, Melville dà vita così ad una produzione letteraria antagonistica e controculturale.

 

Per saperne di più:

Herman Melville, Lettere a Hawthorne, traduzione a cura di Giuseppe Nori, Liberlibri, Macerata, 2019.

Herman Melville, The Piazza, in The Piazza Tales, Dix and Edwards publisher, New York, 1856.

Herman Melville, The Encantadas, or Enchanted Isles, in The Piazza Tales, Dix and Edwards publisher, New York, 1856.

Giuseppe Nori, Il seme delle piramidi. L’evoluzione artistica e intellettuale di Herman Melville, Livi, Fermo, 1995.

 

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