15 novembre 2018

Scatole e grattacieli, ovvero come parlare un'altra lingua senza saperlo

«Un ladro mi ha rubato la scatoletta»: una frase normalissima, che contiene solo parole di uso comune, tanto che tutti siamo in grado di comprenderne perfettamente il significato; e non si vede perché non dovremmo farlo, dato che i lemmi che la compongono sono “italianissimi”.

 

E se le cose non stessero proprio così?

 

La verità è che tutti noi parlanti di una lingua utilizziamo quotidianamente – magari senza saperlo – parole che non le sono sempre appartenute al cento per cento, come invece ora le appartengono; nella fattispecie, tornando alla nostra frase, si dà il caso che “rubare” e “scatola” siano dei germanismi, ossia dei termini che sono entrati nella nostra lingua dalle lingue germaniche, in varie fasi della storia linguistica dell’italiano. Comunemente, si indicano queste parole con il nome di prestiti. Il settore della linguistica che si occupa dello studio di questo e di altri fenomeni legati al contatto e allo scambio reciproco tra due o più idiomi si chiama linguistica del contatto.

 

Questo specifico campo di studi linguistici viene codificato per la prima volta nei primi anni Cinquanta, in particolare grazie al lavoro di Uriel Weinreich (1926-1967), uno studioso ebreo polacco che, avvantaggiato dal proprio retaggio culturale – vedremo in quale modo –, si poté occupare di un problema: quello del bi- e del plurilinguismo, che, in quegli anni, molti erano restii ad affrontare. Prima degli studi di Weinreich, infatti, si tendeva in genere a partire dall’assunto che a ogni regione geografica e a ogni popolo appartenesse una sola lingua e che quindi, tendenzialmente, ogni parlante avesse a disposizione un’unica lingua per esprimersi, una sola “lingua madre”. Tuttavia, alcuni studiosi si resero conto, in base alla propria esperienza personale e diretta, che le cose erano un po’ più complicate di così. Infatti, essi stessi vivevano in luoghi o addirittura in famiglie in cui si adoperavano più lingue diverse – in situazioni, insomma, di bi- o plurilinguismo. Prima di Weinreich, si accorsero del fenomeno studiosi come Lejzer Ludovik Zamenhof (1859-1917), inventore dell’esperanto, e Mark Lidzbarski (1868-1928), entrambi vissuti in Polonia ed ebrei di nascita, proprio come Weinreich. La Polonia era infatti un crogiolo di lingue diverse, tra le quali c’era lo yiddish, parlato nell’Europa dell’Est e in Germania dagli ebrei; fu proprio la conoscenza da parte di Weinreich di questa lingua, che egli parlava abitualmente in famiglia, a portarlo alla sistemazione teorica della linguistica del contatto. Lo yiddish è, infatti, una lingua che si definisce germanica, ma che – come in effetti ci si aspetterebbe – è stata molto influenzata dall’ebraico. A partire dallo studio di questa, che è solo una delle tante lingue ibride che esistono al mondo, Weinreich diede l’input allo studio scientifico dei fenomeni di contatto linguistico.

 

Ma in che cosa consistono nella pratica questi fenomeni? Innanzitutto, bisogna chiarire come fanno le lingue a entrare in contatto tra loro. In questo ci aiuta la definizione di contatto, che è l’uso alternativo di più lingue da parte delle stesse persone. Sono queste persone stesse il luogo del contatto; quindi, due o più lingue entrano in reciproco contatto nel momento in cui sono parlate da una stessa persona, che chiameremo quindi bilingue o plurilingue. È importante sottolineare due cose, a questo punto: che non è necessario che un bi- o plurilingue padroneggi tutte le lingue alla perfezione e che le lingue in questione possono anche essere dei dialetti, i quali, in realtà, altro non sono che delle «lingue senza un esercito e senza una marina», parafrasando quanto detto dallo stesso Weinreich nel 1945.

 

I motivi per cui può esserci un contatto tra lingue sono vari, ma principalmente si tratta di ragioni legate all’ambiente, familiare o comunitario. Ad esempio, ci può essere un ambiente di forntiera, con scambi frequenti tra realtà geografiche vicine oppure un ambiente nel quale convivono dialetto e lingua. Le ragioni possono anche essere legate alla politica, in caso di dominazione straniera di una regione, o, infine, al prestigio; in altre parole, spesso una determinata comunità di parlanti alterna nell’uso la propria lingua con un’altra che, per le più svariate ragioni, viene reputata più “prestigiosa” della propria.

 

Ad esempio, è sotto gli occhi di tutti noi che l’inglese, per ragioni economiche, commerciali e politiche, ma anche sociali, sta avendo un’ampia diffusione al di fuori dei paesi anglofoni; basti pensare alla grande popolarità dei film hollywoodiani nei nostri cinema, che hanno contribuito, insieme al boom economico del Secondo dopoguerra, all’idealizzazione e, quindi, alla diffusione in gran parte del mondo dello “stile di vita americano”. Il prestigio di una lingua, il suo status nella percezione dei parlanti, va quindi sempre di pari passo con la cultura, intesa in senso lato, della nazione che la parla. Il discorso, però, vale anche per l’italiano: quanti di noi sono stati in un Paese come la Gran Bretagna, sanno bene quanta è la curiosità degli stranieri nei confronti della nostra lingua, curiosità dettata dal loro amore per la nostra cucina, per l’industria della moda italiana, per la lirica, per alcune macchine sportive e così via. Allo stesso modo, cresce oggi, sulla scia della diffusione presso i più giovani degli anime, i noti cartoni animati giapponesi, l’interesse per la cultura e la lingua giapponesi.

 

Tornando al nostro discorso, un concetto che va di pari passo con quello di contatto è quello di interferenza, che, secondo l'Enciclopedia Treccani, «si riferisce all’azione di un sistema linguistico su un altro e agli effetti provocati dal contatto tra lingue».

 

L’interferenza comporta per prima cosa che il bi- o plurilingue si renda conto delle corrispondenze e delle differenze formali tra le lingue che parla. Ad esempio, un bambino delle elementari assimila inconsciamente la "regola" per cui anche nella frase inglese ci sono soggetto, verbo, complemento oggetto, eccetera, ma si accorge anche che, in inglese, si dice «I am six years old» e che la frase «I have six years» in inglese non si può formulare, pena la mancata comprensione dell’interlocutore – o, più concretamente, un brutto voto nel compito in classe. Naturalmente, il bambino si accorge anche che esistono parole simili in inglese e in italiano, come "telephone" e "telefono".

 

La seconda fase di attuazione dell’interferenza parte dalle somiglianze che sono state riscontrate, che vengono “spostate” da una lingua, che chiameremo, con Weinreich, «lingua d’origine», all’altra, che chiameremo lingua "ricevente" (un altro studioso, Haugen, preferisce «lingua modello» e «lingua replica»). Visto il modo in cui si svolge il processo di interferenza, è chiaro che esso – come d’altronde tutti i fenomeni che riguardano un sistema intrinsecamente dinamico qual è la lingua – non si limita ad avvenire a un certo punto della storia della lingua, ma si svolge continuamente, ogni giorno, grazie a ognuno dei bi- o plurilingui; certo, non è detto che tutte le innovazioni linguistiche prodotte da contatto e interferenza siano poi accolte dalla maggioranza dei parlanti; gli studiosi, tuttavia, sanno che in una lingua il materiale "straniero" è molto più presente di quanto noi possiamo pensare.

 

Ma in che forma la lingua accoglie questo materiale? Semplificando, possiamo parlare di prestiti e calchi. Abbiamo un prestito quando viene assimilato un elemento di un'altra lingua, sia esso un fonema, un morfema, una parola o una locuzione. Il prestito può essere più o meno adattato alle caratteristiche della lingua ricevente. Per esempio, “computer" è un prestito adattato dal punto di vista fonologico, dato che noi lo pronunciamo in modo diverso da chi parla l’inglese (con la /er/ finale al posto della /ə/ inglese). Per tornare alla frase con cui si è aperto l’articolo, "rubato" e "scatoletta" sono entrambi cosiddetti germanismi, ossia prestiti da lingue germaniche, quali il tedesco, l’antico germanico, il longobardo, ecc. Come si vede, sono perfettamente adattati dal punto di vista fonologico (non vi troviamo infatti fonemi estranei a quelli italiani) e morfologico, tanto da rientrare a pieno titolo, rispettivamente, nella coniugazione verbale e nella declinazione di sostantivi e formazione di diminutivi, vezzeggiativi ecc.

 

Parliamo di calco, invece, quando il parlante usa alcuni elementi della lingua ricevente per rendere una parola, una espressione o un modo di dire propri della lingua d’origine. Per esempio, "grattacielo" è una parola modellata sull’inglese "skyscraper" e al verbo "realizzare", che in italiano significava in origine solo "attuare, creare", è stato attribuito anche il significato proprio dell’inglese "realize", "rendersi conto", che oggi viene abitualmente usato, e così via.

 

Infine, un’altra manifestazione del contatto e dell’interferenza linguistici è la «commutazione di codice», o «code switching», che non influisce sulla struttura della lingua. Si tratta, infatti, di un fenomeno che si verifica quando un parlante bi- o plurilingue passa da una lingua all’altra all'interno dello stesso discorso. Un esempio tipico si ha quando una persona, che magari ha come prima lingua un dialetto, passa dall’italiano a quest’ultimo senza accorgersene oppure con l'obiettivo di sottolineare una parte di quanto sta dicendo. In passato e di recente, c’è stato chi ha ritenuto questi fenomeni dannosi per la supposta "purezza della lingua", tanto da darsi alla compilazione di liste di parole proibite, come avvenne, ad esempio, nel periodo fascista. Oggi, tuttavia, quasi tutti gli studiosi tendono a vedere il contatto linguistico più come una ricchezza che come una perdita, poiché spesso quest'ultimo permette al parlante di avere a disposizione più modi per dire la stessa cosa, aumentando la gamma espressiva della lingua stessa.

 

 

Per saperne di più

Il fonema è un suono che, in una determinata lingua, distingua almeno una parola da un’altra: per esempio, /p/ è un fonema in quanto distingue /’pane/ da /’kane/. Un morfema si definisce come la più piccola unità linguistica portatrice di significato: ad esempio la –a di ‘bella’, che veicola l’informazione "femminile singolare".

Per un’introduzione alla stimolante materia della linguistica generale, un manuale ottimo e molto chiaro è La linguistica: un corso introduttivo (di G. Berruto e M. Cerruti, Utet 2011). Per approfondire invece la linguistica del contatto consiglio Lingue in contatto, opera dello stesso Weinreich, edita in italiano da Utet nel 2008, con un’utilissima premessa di Vincenzo Orioles.

 

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