10 agosto 2020

La libertà di essere intrappolati in se stessi: Oceano mare di Alessandro Baricco

«E invece nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi - riconoscersi - una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso […] Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi». Ecco uno dei passi più celebri e conosciuti tratto da Oceano mare, romanzo scritto dallo scrittore italiano contemporaneo Alessandro Baricco, nel 1993.

 

Diviso in tre parti - Locanda Almayer, Il ventre del mare e I canti del ritorno, quest'opera accompagna il lettore in un cammino di riflessione introspettiva, riuscendo ad astrarlo dal contesto e ponendolo come unico punto magnetico. L'ambiente diafano che avvolge il testo, lo stile lento, ma diretto, la narrazione a tocchi di colore e la descrizione evocativa, tutti questi elementi contribuiscono a far insinuare nella mente e nel cuore del lettore una profonda riflessione personale.

 

Il libro segue l'allontanamento e l'abbandono di sette personaggi che, per ragioni diverse, si ritrovano nella Locanda Almayer a trascorrere un periodo di tempo, lasciando i loro luoghi di vita "ordinaria". Questa Locanda, immersa nel silenzio del frastuono del mare, risulta concentrare in sé il concetto di epochè di Husserl, inteso come quella "messa tra parentesi" del mondo e delle circostanze, frutto di un'astrazione personale del soggetto. Oggigiorno si parlerebbe di una "bolla", ovvero di quell'ambiente che, avulso dal contesto, vede lo svolgersi di azioni con un inizio e una fine in se stesso, senza avere alcuna ripercussione sull'esterno. Insomma, un'esperienza "che si apre e si chiude lì", come si direbbe. Eppure, questi momenti di riflessione sembrano esser sempre più rari in una società e in un tempo che spinge incessantemente all'azione, dove si è ciò che si fa e non ciò che si è; dove si vale quanto si produce; dove si vive ciò che si posta sui social; dove i giorni passano, le notti trascorrono, anche in quei momenti "liberi" da impegni, ma che non dedichiamo a noi stessi, tra un post su Facebook e una storia di Instagram.

 

Proprio a proposito di questa attenzione alla vita "manifestata" e non vissuta, è importante sottolineare come gli attuali social network hanno influenzato e continuare a influenzare in maniera preponderante le vite di giovani e non, finendo per assorbire gran parte della giornata ad ogni individuo. Instagram, Facebook, Twitter, tutte piattaforme di condivisione che, se in un primo momento sono nate per poter mettere in connessione e comunicare, ora sono diventati veri e propri spazi di vita, Espèce d'espace, come forse li definirebbe George Perec. Se, all'inizio, si comunicava o si esprimeva chi si era, oggi sono i social che "dettano legge" su come ci si veste, su come si deve parlare, sull'importanza che una persona ha in base al numero di contatti, follower, like e così via.

 

In altre parole, un vero e proprio mondo virtuale che ha creato una bolla esistenziale senza precedenti: una bolla di un universo che esiste, ma è immateriale; dove si esiste e non si vive; dove si è gli altri, e non se stessi. Dove, invece di uscire, vivere, incontrare gli amici, si preferisce stare sdraiati sul letto per vivere le vite di altri. Parallelamente alla loro funzione di "messa in mostra", i social network nascondono. Nascondono chi siamo veramente agli altri, ma, soprattutto, a noi stessi. Nascondersi dietro finte foto ritoccate e modificate, nascondersi dietro canzoni condivise che poi, a furia di sentire, "scocciano"; nascondersi dietro auguri di compleanno a persone alle quali non si chiede un semplice "come stai?" ormai da tempo. Uno spazio in cui nascondere il nostro essere effimeri e poveri di sostanza, di forza, di carattere, di presa di posizione e, ultimo, ma non per importanza, di personalità. I social network sembrano, di conseguenza, rispondere a quella che si potrebbe dire la logica del magnete: attraggono, ci fanno avvicinare, ci collegano, ma quello che si è non è mai ciò che si mostra su una piattaforma social. La nostra inattività permane, le nostre ansie non ci abbandonano e le nostre paure diventano sempre più grandi perché le rifuggiamo. Nella società odierna, mancano quei momenti di epochè, quei momenti in cui ci si ferma, non ci si collega, si resta semplicemente in ascolto di noi stessi per poterci scoprire e affrontare, di petto, le nostre paure. Momenti di contemplazione, ma anche semplicemente di respiro ad occhi chiusi, in cui la percezione sensoriale aumenta e il nostro Io emerge per solcare quei mari della nostra personalità ancora a noi sconosciuti.

 

«Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorarsi qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una parola sola o in una sola parola tutto nascondiamo?»

E poi? Le paure, paure dettate dalla vita vera che, per quanto ci si voglia nascondere, prima o poi ti colpisce e fa ben capire cosa è materiale e cosa invece non lo è. E quando esplodono, le paure si fanno sentire. Proprio come il mare: «la sconcertante scoperta di quanto sia silenzioso, il destino, quando, d'un tratto, esplode». E quando ci si trova davanti alle proprie ansie e paure, cosa fare? Distrarsi? Certamente i social aiutano a porre nuovamente sotto silenzio, a non pensare, a non pensarci, a non riflettere. In questo senso, queste piattaforme di dialogo incarnano a pieno il concetto di divertissement sviluppato da Pascal. Secondo il grande filosofo e matematico francese, il divertissement è, per l'appunto, quel modo per "divergere", ovvero evitare, aggirando, problemi esistenziali: una fuga; una progressiva messa a tacere di quelli che sono i difetti strutturali della nostra psiche e che mettono a nudo i punti deboli di ognuno di noi. Ciononostante, essere perennemente in fuga è impossibile; prima o poi, i mostri dell'abisso verranno a galla:  «Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare... Ma soprattutto: il mare chiama... Non smette mai, ti entra dentro, ce l'hai addosso, è te che vuole... Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti... Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà». Com'è giusto che ci chiami. Perché non c'è progresso, se non c'è sfida; non c'è miglioramento, se non ci sono difficoltà; non c'è evoluzione, se non c'è disastro.

 

Infine, questo uso preponderante del mondo virtuale sottolinea una perdita di originalità. Si è quel che si fa, non quel che si è. Sono interessanti le nostre azioni, non noi. Davvero si è disposti a continuare così? Sembra quasi assistere alla svalutazione della persona. I social network sembrano sempre di più entrarci dentro. Se, un tempo, era l'uomo a produrre artificio, a costruire, a progettare artificialmente; oggi, al contrario, i social network creano artificio e artificialità. Ecco, dunque, come dovremmo riflettere su quanto diventiamo artificiali e quanto siamo naturali; quanto, ormai, si è prodotto e non essenza.

 

In conclusione, dare ascolto al proprio io, alla propria inquietudine, guardare proprio al di là dello schermo e dell'immagine che gli altri ci parano davanti può veramente mettere in moto un processo di introspezione personale che spinga ogni individuo a liberarsi, non sono dalle proprie paure e ansie, ma anche dalle influenze e contaminazioni esterne che alterano e intossicano. Il tutto per vivere liberi di essere se stessi, nel rispetto degli altri e nel gustare i veri momenti di vita, dopo aver avuto il proprio moment of being, come direbbe Virginia Woolf. E dopo tutto questo, trovarsi sempre davanti a se stessi, rinnovati: «la vita si ascolta così come le onde del mare... Le onde montano... crescono... cambiano le cose... Poi, tutto torna come prima... ma non è più la stessa cosa...»

 

 

Per saperne di più: 

Si consiglia la lettura di Oceano mare di Alessandro Baricco, nonché articoli sul concetto del divertissement, elaborato da Pascal.

 

 

 

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