9 ottobre 2020

«Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»

Quando leggere Dante rende liberi

Per comprendere il senso intimo del Paradiso avevo dovuto studiare l’opera di San Francesco d’Assisi, la più grande anima prodotta dalla terra italiana, ed ecco mi trovavo dinanzi a uno dei suoi gregari che dopo più di sei secoli continuava la sua opera qui negli estremi del continente euro-asiatico […] il vero viaggio cominciava adesso.

L’uomo che riscoprì la libertà grazie a Dante. Così potrebbe essere definito Eugenio Zanoni Volpicelli, il diplomatico italiano che nel primo Novecento intraprese un viaggio in Oriente sulle tracce di Dante accompagnato da religiosi cinesi e giapponesi i quali, come Virgilio nella Commedia, lo affiancarono e guidarono nelle ricerche con il supporto della teologia francescana. Volpicelli non si era mai accontentato di ipotesi teoriche, o di rimandi testuali poco attendibili scientificamente, era alla continua ricerca di una vera e inconfutabile prova della presenza di Dante in Oriente.

 

Il fatto che non si rinvengano nella Divina Commedia riferimenti diretti al Catai, nome con cui era nota la Cina al tempo di Dante, ma soltanto accenni al mondo arabo e all’India è tanto più interessante se si ricorda che nel Trecento, un altro grande viaggiatore e contemporaneo di Dante, Marco Polo (1254-1324), con viaggi e descrizioni contribuì alla diffusione del pensiero orientale in Occidente. In molti si sono interrogati sul perché Dante non abbia menzionato Il Milione di Polo, l’ipotesi più verosimile è quella avanzata dal sinologo Giuliano Bertuccioli, secondo il quale tra l’esploratore e il poeta vi fu una certa indifferenza:

 

Erano infatti tutt’e due divenuti famosi perché reduci da grandi viaggi effettuati in mondi e dimensioni diverse: della fantasia, quello di Dante, che si era mosso in senso verticale, discendendo prima all'Inferno per risalire poi fino al Paradiso; della realtà, quello di Marco Polo, che si era mosso (a stare alle conoscenze geografiche del suo tempo) in senso orizzontale, dall'Europa alla Cina e viceversa. Difficile sarebbe stato per i due incontrarsi nel corso dei loro viaggi.

Anche Volpicelli, come Polo, è stato un grande viaggiatore e mediatore tra l’Italia e la Cina. Intermediario politico di alti ufficiali, responsabile dei rapporti pubblici tra le potenze mondiali e delegato italiano al servizio dell’impero cinese, insomma un diplomatico della più vera specie. Facendo affidamento in ogni incarico sull’uso intelligente delle parole, da semplice interprete e traduttore italo-cinese aveva arricchito il suo curriculum con lo studio e l’esperienza sul campo, passando dalle traduzioni ai colloqui consolari, alle negoziazioni. A testimonianza del suo operato restano gli scritti, i trattati su strategie e tattiche militari, traduzioni e saggi linguistici. Nel 1896 pubblica il testo critico Fonologia cinese, con l’obiettivo di risalire ai suoni originari dell’antico cinese e riscoprirne le sfumature tonali andate perdute. Nel 1991, traduce Le impressioni di un cinese in Italia, un estratto del diario di viaggio dell'ambasciatore cinese Hsie-Fu-Ceng e riscontra nella scrittura la difficoltà di trasporre quei concetti italiani privi di un corrispettivo cinese, tra i quali annovera anche la libertà.

 

[I cinesi] non hanno parole per esprimere “patria” o “libertà”; e noi dobbiamo impiegare similmente molte parole per tradurre il carattere cinese che esprima ‘il sentimento deferente e riverente del fratello minore verso il maggiore’ che costituisce una delle grandi virtù della morale cinese.

In breve tempo la fama di Volpicelli raggiunge anche i campi della linguistica e della filologia cinese. Nell'impiego alle dogane, invece, egli acquisisce quelle competenze ed esperienze che poi gli avrebbero permesso di arrivare a Hong Kong, Macao e Canton, le tre città che gli sarebbero state assegnate «prima come rappresentante consolare italiano, poi come console generale con le prerogative diplomatiche di competenza per tutta la Cina meridionale». Quando nel 1899 viene nominato console generale, il suo impegno a favore delle libertà dell'individuo non si limita più soltanto allo studio linguistico, ma si estende anche all'ambito giuridico e diplomatico, concretizzandosi nella lotta per l’abolizione della tortura nei processi cinesi.

 

Volpicelli traduce in cinese le teorie sull’utilizzo della tortura di Cesare Beccaria espresse nell’opera Dei delitti e delle pene e le invia ai personaggi più influenti di Hong Kong, Canton e Macao, con l’invito a distribuire l’opuscolo nelle alte sfere della corte imperiale cinese, a Pechino e Shanghai. Copie dell’opera - corredata da un fascicolo con annotazioni, riflessioni e suggerimenti dello stesso Volpicelli - arrivarono anche alle autorità provinciali e ai notiziari di Shanghai. Nel giugno 1906 con lo stesso fervore manifesta le sue convinzioni per l'eliminazione della tortura anche a New York. L'impegno per la tutela dei diritti dei prigionieri nell’Estremo Oriente raggiunge in breve tempo una dimensione internazionale. «C’era chi lo chiamava cavaliere, chi commendatore, chi comandante» racconta Eric Salerno, un'onomastica controversa e allusiva ad incarichi che ancora oggi restano nel mistero. Nonostante fosse considerato il rappresentante pubblico italiano più pratico di questioni dell’Estremo Oriente, Volpicelli apprese il vero senso della libertà soltanto dopo aver lasciato gli incarichi pubblici, quando nel 1914 ordini dall'alto lo costrinsero ad abbandonare il suo impiego a Hong Kong.

 

Esiliato dalla patria per cui tanto aveva lottato, Eugenio Volpicelli inizia in questi anni la riscoperta dell’esule poeta fiorentino, in cui tanto si riconosceva. Nel 1919, dopo aver constatato che molti dei suoi amici e religiosi non avevano mai studiato a fondo la terza cantica della Commedia, tiene un’intera conferenza sul Paradiso al Canton Christian College.

 

Dovendo descrivere il Paradiso percorso da Dante con Beatrice, fui costretto di far rilevare ai miei uditori che quella regione non era popolare e che i lettori si fermavano spesso all’Inferno o al Purgatorio trascurando o leggendo superficialmente la terza e più bella cantica.

La conferenza fu accolta molto positivamente, tanto che gli fu offerto di ripeterla per il pubblico cinese. «Questa per alcuni riguardi era più facile e per altri più difficile della prima», confessa Volpicelli, «molti cinesi non conoscono neppure il nome di Dante, quindi potevo risparmiarmi studi profondi di filosofia, teologia e letteratura comparata. Ma d’altra parte dovevo sforzarmi a trovare forme chiare e scegliere fatti salienti». Come conferma Masini ne L’Italia in Cina, «poiché i cinesi non ebbero mai il loro “Marco Polo”, poterono basarsi solo sulle fonti composte dagli stranieri sui loro paesi per conoscere la realtà dell’Occidente». Nonostante ciò, «coll’aiuto di proiezioni anche questa conferenza, data il 19 marzo 1919, dinanzi a un numeroso pubblico di studenti e studentesse cinesi, fu benevolmente accolta» annota Volpicelli.

 

La lettura di Dante salva il diplomatico nel momento più critico della sua vita, quando sembrava aver perso tutto ciò che aveva costruito nella sua carriera. La Divina Commedia l’aveva sollevato dai sospetti, dalle congetture e dalle inutili supposizioni che tanto lo avevano turbato:

 

Le mie letture confortatrici del grande poema, le mie conferenze dantesche, gli studi del buddismo che intensificavo nel momento del distacco, dell’addio dal paese dove avevo passato la maggior parte della mia vita, a cui avevo dedicato i miei migliori studi, per cui avevo anche esposto la vita a pericoli in parecchie occasioni.

Dopo anni difficili, grazie alle conferenze e le lecturae dantis inizia per il console una rinascita. Nel periodo vissuto in Oriente, egli aveva conosciuto e studiato la filosofia orientale e sempre più aveva visto in Confucio il Dante cinese. Tuttavia, per trovare conferma delle sue teorie, Volpicelli sceglie di intraprendere una sorta di pellegrinaggio letterario nelle missioni cinesi e giapponesi con un unico obiettivo e «un sol programma: cercare se anche l’Estremo Oriente potesse fornire informazioni e delucidazioni per lo straordinario Poema che ha occupato tante grandi menti italiane ed estere negli ultimi sei secoli». 

 

Durante il cammino alla ricerca di Dante egli entra nei luoghi di culto, si avvicina ai riti e le cerimonie locali, ma soltanto nei templi ritrova delle somiglianze con la concezione cristiana dell’aldilà, ipotizzate anche dallo studioso Federico Masini: «L’argomento del viaggio negli inferi, in compagnia di una guida, non è completamente estraneo alla cultura cinese: lo si ritrova infatti nella tradizione buddhista. Sia questa che una possibile lontana eco dell'opera di Dante ispirarono forse una novella composta in dialetto cantonese durante il secolo scorso» afferma Masini, che traduce e pubblica «sotto il titolo Una Divina Commedia cantonese». La storia a cui fa riferimento lo studioso racconta del viaggio di un poeta e di un intellettuale nell’oltretomba - «se la propria colpa è grave e non è stata espiata oppure se non la si è ancora espiata completamente, allora c’è la strada dell’inferno» si legge nella traduzione di Masini - e viene per l’appunto intitolata Una visita all’inferno da vivo. «Quando i soldati finivano di battere un dannato, lo trascinavano di fronte ad un funzionario che lo segnava su un libro e poi, in base alla sentenza del Dio degli Inferi, decideva dove mandarlo» si legge nel racconto. Nel corso del viaggio il protagonista riusciva però a salvare una penitente e a liberarla dalla pena a cui era condannata.

 

La novella trattava quindi la stessa tematica religiosa della prima cantica della Commedia, era giunta a Canton tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, all’interno dell’antologia Suyu qingtan (Racconti in lingua volgare) dello scrittore Shao Binru ed «ebbe a Canton ben otto ristampe dal 1870, anno della sua prima pubblicazione, fino al 1915». Tuttavia, di essa non si fa menzione nelle antologie letterarie ufficiali, né è citata tra le fonti dal console nei suoi studi.

 

La missione di Volpicelli rappresenta quindi un unicum nel suo genere e paradossalmente è proprio quando crede di aver perso tutto che grazie alla lettura di Dante riscopre il senso primario della libertà e compie il suo “viaggio dantesco” per la Cina, in tappe successive, memore dei preziosi suggerimenti ricevuti dai missionari cristiani cinesi e pronto a proseguire le ricerche sino in Giappone animato da una grande speranza: «vi era il gran sogno, ma che talora nelle regioni nebulose dello spirito rasentava la fede, di poter trovare nelle mie peregrinazioni in qualche tempio un capolavoro dell’arte religiosa buddista che potesse rischiarare di luce tangente le divine creazioni del nostro Poeta».

 

 

Per saperne di più: 

Per approfondire il processo di divulgazione della Divina Commedia in Oriente si propone la lettura dei contributi di Federico Masini, L’Italia in Cina , in La letteratura italiana in Cina, TIELLEMEDIA, Roma, 2008, pp. 187-205; La Divina Commedia in lingua cinese a Ravenna, in Mondo Cinese, n.98, a. 1994; Una “Divina Commedia” cantonese , in Mondo Cinese, n.73, a. 1991, pp. 27-48; e Giuliano Bertuccioli, Dante e la Cina , in Mondo Cinese, Fondazione Italia Cina, Milano, n°73, a.1991, pp. 7-15. Infine, si suggerisce la lettura del saggio di Eric Salerno da cui sono tratte le citazioni dell’articolo: Eric Salerno, Dante in Cina: la rocambolesca storia della Commedia nell’Estremo Oriente , Il Saggiatore, Milano, 2018.

 

 

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