13 aprile 2022

Da questo crudele e iniquo uomo data a uccidere

Libertà e compromesso nella novella II, 9 del Decameron

 

Zinevra è la protagonista della nona novella della seconda giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio. La sua vicenda inizia con la conversazione di un gruppo di mercanti italiani a Parigi, che scherzano sul fatto che come loro, ogni volta che si assentano per un viaggio d’affari, tradiscono le proprie mogli senza rimorsi, così anche queste ultime approfittano dell’assenza dei mariti per divertirsi con gli amanti senza la paura di essere scoperte.

 

Solo uno di loro, Bernabò Lomellin da Genova, si trova in disaccordo con quest’idea, affermando di essere certo della fedeltà di sua moglie Zinevra. Descrive poi l’eccezionalità della donna, che possiede non solo le principali virtù che pertengono al campo femminile, ma anche quelle maschili: “la più compiuta di tutte quelle virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello dee avere, che forse in Italia ne fosse un’altra”.

 

Allora uno degli altri mercanti (Ambrogiuolo da Piagenza) lo accusa di essere ingenuo, esprimendo un giudizio misogino diffuso nel Medioevo, ovvero che “universalmente le femine sono più mobili” e che “colei sola è casta la quale o non fu mai da alcuno pregata o se pregò non fu essaudita”. L’uomo scommette cinquemila fiorini d’oro con Bernabò che riuscirà a sedurre Zinevra ed entro tre mesi gli porterà le prove del tradimento. Bernabò accetta sicuro della fedeltà della donna.

 

Ambrogiuolo si reca dunque a Genova, ma qui viene a conoscenza della verità delle parole di Bernabò, in quanto la donna gode di una reputazione irreprensibile. Tuttavia, non si arrende e corrompe una cameriera per introdurlo nella camera della donna all’interno di un baule. Di notte Ambrogiuolo osserva i dettagli della camera, ruba anelli e cinture e scopre il corpo nudo di Zinevra addormentata notando che ha un neo sotto il seno sinistro. Tornato a Parigi mostra gli ornamenti a Bernabò e le descrive la camera aggiungendo il dettaglio del neo, vincendo la scommessa con l’inganno.

 

Bernabò, folle per il dolore del tradimento, manda un servo alla moglie con l’ordine di ucciderla, ma Zinevra, comprese le intenzioni dell’uomo, lo convince a lasciarla andare e a darle il suo farsetto e un cappuccio in cambio degli abiti femminili, da consegnare al marito come prova dell’assassinio, promettendogli di non tornare più a Genova.

 

Con l’aiuto di una vecchia riesce poi ad adattare gli abiti maschili al suo corpo e a tagliarsi i capelli, in modo da avere l’aspetto di un marinaio e facendosi così passare per maschio con il nome di Sicurano da Finale. Entra dunque al servizio del capitano En Cararh e successivamente del soldano (ossia il sultano) di Alessandria.

 

In seguito, viene mandato per conto di questo ad una fiera di mercanti ad Acri, dove incontra Ambrogiuolo e vede che è in possesso della cintura e dei gioielli che le aveva sottratto a Genova. Dunque, gli chiede come se li sia procurati e l’uomo racconta di averli ottenuti dalla moglie di Bernabò dopo averla sedotta per vincere la scommessa con il marito. Zinevra comprende l’inganno e riesce a convocare Ambrogiuolo e Bernabò davanti al soldano svelando la verità e provando quindi la propria innocenza.

 

Il soldano decreta la pena di morte per Ambrogiuolo, che viene legato ad un palo e unto di miele in modo che possa essere divorato dagli insetti, e Zinevra ottiene le sue ricchezze ed altri oggetti preziosi donati dal sovrano, decidendo infine di perdonare il marito, “quantunque mal degno ne fosse”, salvandolo dalla pena di morte; torna con lui a Genova.

 

Zinevra, figura di mulier virilis per eccellenza all’interno del Decameron, è dotata di una libertà sconosciuta alle protagoniste femminili delle altre novelle. Il travestimento da uomo, unito a capacità atipiche per una donna come cavalcare, cacciare con un falcone e fare i conti, le consente un’ascesa sociale in brevissimo tempo. Tuttavia, la donna sceglie di riprendere la propria identità una volta che è stata provata la sua innocenza, rivestendo panni femminili e tornando al ruolo di moglie di un marito che, seppur pentito, non si è mostrato degno di lei, portando più fede a un ingannatore che alla fedeltà che la moglie gli aveva portato per dieci anni, come lei stessa gli ricorda al momento dello svelamento.

 

Dunque, scende ad un compromesso che le fa acquisire gloria, ma che la costringe ad abbandonare il suo impiego presso il soldano, che le aveva portato successo, e di fatto le sue ricchezze passano a Bernabò in quanto marito e capofamiglia.

 

Non è un caso che la vicenda della giovane sia stata accostata da Giuseppe Velli (1995) a quella di un altro celebre personaggio femminile, Lucrezia negli Ab urbe condita libri di Tito Livio, per il motivo del colloquio tra uomini sulla fedeltà delle mogli e la ricerca della prova di tale fedeltà. Tuttavia, a differenza di Zinevra, Lucrezia non è disposta a scendere a comprompessi e, nel momento in cui vede il proprio onore macchiato, anche se innocente sceglie il suicidio come unica possibilità per salvare la propria reputazione.

 

Ritenuta uno dei personaggi che con la sua vicenda prova la filoginia di Boccaccio, tuttavia, Zinevra nel suo assurgere a simbolo del valore femminile contro i pregiudizi misogini maschili presenta delle ambiguità.

 

La studiosa Claude Cazalé Bérard nel suo saggio Filoginia/misoginia raccolto nel Lessico decameroniano (1995), rileva un’ambivalenza nel fatto che:

 

l’eroina del racconto nonostante le riconosciute e provate doti, è costretta prima a rivestirsi di panni e d’identità maschili per fare trionfare la verità agli occhi di un detentore dell’autorità quasi incredulo, di un marito accecato dalla propria sciocca presunzione.
 

Il travestimento, necessario per salvarsi la vita nel momento di massima difficoltà, non può che rappresentare una parentesi, una trasgressione solo momentanea nella novella, in cui l’ordine viene ristabilito non appena Zinevra riveste gli abiti femminili. A riprova dell’ambiguità della celebrazione del valore della donna, all’inizio della novella successiva è riproposto il commento misogino di Ambrogiuolo dal narratore Dioneo, che critica la “bestialità” di Bernabò, che non consiste nell’aver ordinato l’omicidio della moglie, ma nell’aver creduto alla sua castità.

 

La novella II, 10 parla di una donna, Bartolomea, che sposa un uomo attempato, Ricciardo di Chinzica, ma viene rapita dal giovane corsaro Paganino da Monaco e ne diventa amante. Una volta che il marito la richiede a Paganino, la donna rifiuta di tornare dal marito, accusandolo di non soddisfarla sessualmente e preferendogli Paganino.

 

La situazione comica rappresentata dalla novella (come il commento misogino che la apre) finiscono per far perdere il messaggio edificante della novella precedente e a mettere in crisi la filoginia, seppur ambigua, che si può scorgere in questo.

 

Si potrebbe estendere la riflessione sulla libertà e sul compromesso relativamente ai personaggi femminili all’intero Decameron. Basti pensare che la brigata dei narratori è composta inizialmente da sole donne e riunita da una donna, Pampinea, che sarà la regina della prima giornata, ma Filomena, lo stesso  personaggio che narra la vicenda di Zinevra, ricorda a tutte il pregiudizio concernente il bisogno delle femmine di essere controllate dai maschi: “Ricordivi che noi siamo tutte femine, e non ce n’ha niuna sí fanciulla, che non possa ben conoscere come le femine sien ragionate insieme e senza la provedenza d’alcuno uomo si sappiano regolare. Noi siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanime e paurose”. Elissa, altra componente della brigata, conferma subito il parere di Filomena: “Veramente gli uomini sono delle femine capo e senza l’ordine loro rade volte riesce alcuna nostra opera a laudevole fine”. Perciò viene chiesto a Filostrato, Dioneo e Panfilo di unirsi a loro nella fuga da Firenze.

 

La “mobilità” tradizionalmente attribuita al carattere femminile trova una conferma  in diverse novelle, soprattutto all’interno della settima giornata, dedicata ai tradimenti coniugali da parte delle donne e, se all’interno della raccolta sono presenti modelli di donne virtuose, come Zinevra, o l’audace Ghismonda (IV, 1), o , nell’ultima novella, la paziente Griselda (il cui marito Gualtieri, come Bernabò, è tacciato da Dioneo di “bestialità”, ma in questo caso per la crudeltà delle sue azioni), vi sono anche molti modelli negativi di donna, come la manipolatrice e insieme ingenua Elena (VIII, 7), l’ostinata moglie che viene bastonata nella novella IX, 9, o l’ottusa Gemmata (IX, 10).

 

La libertà di pensiero, di parola e di azione (quest’ultima spesso circoscritta nella raccolta alla sola sfera sessuale) è sempre soggetta al compromesso delle convenzioni e dei pregiudizi del tempo, senza che ci sia una vera liberazione o un riscatto duraturo, come ben dimostra quanto detto sulla novella di Zinevra.

 

Tuttavia, nel tempo la vicenda della donna ha ispirato altri scrittori, che ne hanno ripreso i motivi principali rielaborandola secondo le esigenze della loro epoca e modificando talvolta il compromesso a cui deve scendere Zinevra.

 

Ad esempio, molti novellisti spagnoli hanno riscritto la novella di Zinevra, a cominciare da Joan Timoneda, che nella collezione El Pantrañuelo, pubblicato nel 1567, riprende la novella nel Pantraña XV.

 

La vicenda narrata dall’autore spagnolo riprende i motivi della miseria causata da un rovescio di fortuna, del travestimento della protagonista Finea da uomo dopo che il marito ha attentato alla sua vita e il processo in cui la moglie è giudice del marito.

 

Cambiano, tuttavia, alcuni dettagli, come la soppressione della scena voyeuristica di Ambrogiuolo che vede il corpo nudo della donna, dato che il suo corrispettivo, Falacio, si accontenta di ottenere una ciocca di peli biondi prelevati dal suo neo, localizzato non sul seno, ma sulla schiena.

 

Tuttavia, ciò che è interessante notare in questa sede è che Finea, abile anche in attività considerate prettamente maschili, grazie alle quali riesce a farsi apprezzare dal re di Cipro e poi a diventare giudice nella causa contro Casiodoro in Candia, sceglie di perdonare e assolvere suo marito come l’eroina boccacciana, ma ottiene anche il permesso di cedere la carica a suo marito.

 

Se può sembrare inizialmente un premio immeritato per un uomo che si è reso responsabile di tentato uxoricidio, in realtà, il compromesso a cui scende Finea è meno ingiusto ai nostri occhi di quello scelto da Zinevra, dato che il re accetta il passaggio di carica, ma impone “que no pudiese oír su marido ni determinar causa niguna sin que primero no estuviese elle presente”. Dunque il marito non può giudicare senza che Finea sia presente e dia il suo consenso, dunque il suo non è che un potere di facciata, dato che effettivamente resta alla moglie, che non può esercitarlo apertamente in quanto donna.

 

La studiosa Maria Rosso nel saggio Le discendenti di Zinevra (diramazioni spagnole  di “Decameron” II 9) ha definito tale subordinazione maschile “il corollario alla giustizia poetica, che esige un castigo per chi è venuto meno ai doveri di capofamiglia a causa di una sventata scommessa”.

 

Anche un autore spagnolo che gode di maggiore celebrità, Lope de Vega, si è ispirato alla novella II, 9 per scrivere la novella Las fortunas de Diana, pubblicata nel 1621. Anche Lope elimina il motivo della scommessa, sostituendolo con una storia d’amore fra i due protagonisti, Diana e Celio.

 

La donna utilizza in questo caso il travestimento da uomo per sfuggire al disonore dopo essere rimasta incinta. Tuttavia, anche la vicenda narrata dall’autore spagnolo è causata da un rovescio di fortuna, dato che la donna scambia un altro uomo per Celio e gli getta dalla finestra i gioielli che sarebbero serviti a finanziare la fuga, ritrovandosi in tal modo senza denaro.

 

La donna dunque si finge uomo ed entra al servizio del maggiore del duca di Bejar, la cui figlia si innamora di lei, anche se i paesani sospettano che si tratti di una donna, data la sua grande bellezza. Successivamente, Diana riesce a dare prova di virilità e a entrare al servizio del duca e successivamente del Re Cattolico che le assegna la carica di giudice nel processo contro Celio, che ha ucciso l’uomo che le aveva rubato i gioielli. La donna lo assolve e rivela la propria identità riuscendo a sposare l’amato.

 

Ovviamente il processo non ha lo stesso valore ricoperto nelle novelle precedentemente descritte, dato che Celio non si è macchiato di alcuna colpa nei confronti di Diana e dunque la sua assoluzione è scontata, come d’altronde il lieto fine che ne consegue.

 

Tuttavia, che sia proprio la donna a salvare la situazione e a raggiungere lo scopo desiderato, ovvero il matrimonio, e che essa commetta atti trasgressivi come la fuga romantica e il travestimento maschile sono elementi importanti, presenti anche in altri autori.

 

Un esempio si trova nella novella Las dos doncellas, che si trova all’interno della raccolta Novelas ejemplares di Miguel de Cervantes, pubblicata nel 1613. In questo caso la protagonista, Teodosia, si veste da uomo per cercare il suo amato, fuggito dopo aver avuto un rapporto sessuale con lei e dopo aver promesso di sposarla. La donna, tuttavia, non è una mulier virilis e così appena arriva alla locanda dove pernotta sviene per l’inquietudine, insospettendo i presenti per la sua straordinaria bellezza, dettaglio presente anche in Lope. Nonostante venga presto scoperta dal fratello, riesce alla fine anche lei ad ottenere l’agognato matrimonio.

 

La novella di Zinevra ha successo anche in Inghilterra, dove viene usata come fonte da William Shakespeare per la tragicommedia Cymbeline, scritta verso il 1611. La storia narra le peripezie della giovane Imogen (o Innogen) sposata con Posthumus Leonatus, gentiluomo povero che viene esiliato dal padre di lei, Cymbeline, e che si reca a Roma dove si arruolerà nell’esercito di Caius Lucios, nella guerra dei Romani contro i Britanni.

 

Shakespeare riprende il tema della scommessa dalla novella decameroniana: infatti, uno degli intrighi che costellano l’opera vede Posthumus a Roma scommettere contro Iachimus, o Giacomo, sulla fedeltà della sua amata.

 

Giacomo si reca quindi in Bretagna per sedurre Innogen, ma i suoi tentativi sono vani. Ricorre, dunque, come Ambrogiuolo, allo stratagemma del baule, per introdursi nella camera della ragazza dormiente. Lì osserva come il personaggio della novella italiana l’arredamento della stanza e sottrae un gioiello alla donna, il bracciale che Posthumus le aveva donato come pegno d’amore.

 

Forse non a caso invoca Sesto Tarquinio, definendolo “Our Tarquin”, il nostro Tarquinio, in quanto romano come lui. Si tratta del personaggio che aveva fatto violenza a Lucrezia, figura che, come ricordato precedentemente, è stata associata all’eroina del Decameron. Il pensiero di fare violenza alla donna, inoltre, era presente anche nella novella italiana, ma Giacomo, come Ambrogiuolo, si trattiene.

 

Dopo il suo ritorno da Posthumus con le false prove dell’adulterio, il marito di Innogen, come Bernabò, incarica il suo servo fidato, Pisanio, di uccidere la donna, ma quest’ultimo decide di risparmiare Innogen, della quale conosce il valore.

 

La donna, sapute le intenzioni del marito, si traveste da uomo e si imbarca a Milford Haven. Si arruola successivamente nell’esercito di Caius Lucius con il nome parlante di Fidele. Come la sua antecedente boccacciana riesce a provare la propria innocenza facendo confessare l’ingannatore alla fine della tragicommedia, ma Giacomo, a differenza di Ambrogiuolo, viene perdonato.

 

In questo caso il focus non è sull’abilità virile della donna quanto sulla sua fedeltà al marito. Il lieto fine e il ritorno alla vita coniugale felice non appaiono come un compromesso e la libertà di Innogen non sembra limitata dalla scelta di svelare la propria identità, ma, al contrario permessa grazie a questa.

 

Un esempio che vorrei infine prendere in considerazione è una riscrittura contemporanea della novella di Zinevra, contenuta nel Boccaccio riveduto e scorretto di Dario Fo e Franca Rame, pubblicato nel 2011.

 

Si tratta di uno studio/riscrittura basato sul contenuto del Decameron (a cui sono aggiunte due novelle non boccacciane) incentrato sul ruolo dei personaggi femminili. Questa riscrittura parte dall’assunto che nell’opera di Boccaccio alle donne è permesso ribellarsi, godere di una certa libertà, che, però, come si è già osservato, è solo momentanea, infatti, alla fine l’ordine originale viene ricostituito. Come già analizzato da Daniele Cerrato, un ruolo fondamentale per tale riscrittura è stato svolto da Franca Rame, attrice e drammaturga oltre che moglie di Dario Fo, che aveva già sviluppato tematiche legate al ruolo della donna e all’oppressione femminile in diversi monologhi e dialoghi, come in quelli che fanno parte dell’opera Tutta casa, letto e chiesa, andata in scena nel 1977. Le protagoniste nella riscrittura diventano donne consapevoli del loro ruolo all’interno della società e, usando le parole di Cerrato, “in grado di divincolarsi dal giogo del potere maschile”.

 

La novella in questione è la prima dell’opera di Fo e Rame e il suo titolo è Scommessa sulla fedeltà. La novella è ripresa fedelmente nello svolgersi dei fatti fino alla conclusione, ossia al compromesso di Zinevra, che nella riscrittura è chiamata con la variante del suo nome Ginevra. Dario Fo rifiuta di riproporre tale compromesso, dichiarando: “Davanti a un “...e vissero felici e contenti” tanto scontato e squallido non ho potuto fare a meno di indignarmi e mi sono ribellato”.

 

Quando il soldano sta per emettere la sentenza concernente la pena di Bernabò, Ginevra, come nel Decameron, domanda di liberarlo, pronta a seguirlo a Genova come moglie:            

 

Io vi prego, signore e mio padrone, magnifico soldano di lasciare libero quell’uomo, mio marito. E di perdonarlo per la sua stoltezza, giacché io sarei contenta di partire con lui per nave e tornarmene a casa nostra in Genova, così da poter iniziare una nuova vita insieme.

 

Il soldano allora, lungi dall’ammirare la scelta della donna, le fa notare quanto sia poco motivata la sua scelta e poco vantaggiosa per lei;

 

E ora che si conosce la verità, Ginevra, ché, lo ripeto, io non immaginavo che tu fossi donna di tanta beltà, mi chiedi che tuo marito e vero criminale, che ha ordinato di ucciderti, sia graziato… Non solo: lo vuoi con te per la vita tutta che ti resta! Rendetevi conto: lo perdona perché lo ama. Ma cosa ama di questo farabutto? La truculenza con cui ha ordinato di ucciderla? E voi mi venite a dire che le nostre donne sono schiave? Sono le vostre donne le schiave! Voi – dice indicando Ginevra – voi siete le vere schiave… e nemmeno tanto inconsapevoli!

 

Ginevra allora si rende conto che la sua scelta di tornare a Genova era dettata dalle convenzioni morali e non dalla sua reale volontà e si libera degli ultimi vincoli che la limitavano, esprimendo il suo desiderio che sia concessa la grazia al marito, ma che parta senza di lei:

 

Io signore avevo maturato la mia decisione convinta che codesta fosse una legge, meglio, una regola determinata dalla consuetudine, e che tutti avrebbero applaudito. Ma ora m’avete convinta che questo comportamento da femmina minore, di accettare le convenzioni senza discutere, è ignobile, e bisogna abbattere il nostro stupido appecoramento per salvare almeno la dignità. Perciò vi chiedo che mio marito possa ritornare a Genova, con salva la sua vita, ma senza di me.
 

Bernabò, allora, lungi dal gettarsi in ginocchio di fronte alla donna, rimane spiazzato e non accetta di essere lasciato, dato che Ginevra non può vivere senza di lui, non avendo le risorse economiche necessarie. La donna, però, lo smentisce, restituendogli i soldi persi nella scommessa con Ambrogiuolo e annunciando a sorpresa che intende sposare il soldano, che le ha aperto gli occhi, ed entrando nel suo harem, perché preferisce essere una moglie tra tante piuttosto che l’unica per lui.

 

Questo sembra, tuttavia, un nuovo compromesso, dato che sembra comunque ingiusto che Ginevra non possa mantenere la posizione acquisita, ma il matrimonio con il soldano appare certamente un compromesso più accettabile.

 

Si è già osservato che la conquista di un matrimonio vantaggioso è una tematica legata spesso al travestimento di una donna da uomo e alla prova del suo valore nelle novelle, ma la novità, inammissibile all’epoca di Boccaccio, è il fatto che la moglie abbandoni il marito dopo aver svelato la propria innocenza. Si è visto nel corso dell’analisi che anche nel Decameron si possono trovare donne che abbandonano il marito per seguire un amante, come Bartolomea, ma si tratta di novelle dove dominano toni comici e non seri o tragici come nella novella in questione, la cui rielaborazione mostra la diversa prospettiva con cui si guarda oggi una novella del Medioevo e la sua protagonista.

 

 

Per saperne di più:  

Per una visione complessiva nonché critica dell’opera come della poetica dell’autore, si consiglia la lettura del volumetto di Giuseppe Ledda, edito per Il Mulino nel 2008 per la serie “Profili di storia letteraria”, a cura di Andrea Battistini, dal titolo Dante .

Per avere, invece, sempre un’edizione commentata della Divina Commedia , consiglio il riferimento a quella di Anna Maria Chiavacci Leonardi, edita per Oscar Mondadori a partire dal 2016 e divisa in 3 volumi rispettivamente dedicati a Inferno , Purgatorio e Paradiso .

 

 

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