2 dicembre 2020

In viaggio verso Oriente, guidati da Petrarca

Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. (Familiares, IV, 1)

 

Con queste parole si apre l’Epistola in cui Francesco Petrarca narra della sua esperienza di viaggio “alpino”, una scalata al monte Ventoux, in Provenza, in compagnia del fratello Gherardo. Il tema del viaggio è centrale nella poetica e nella scrittura di questo autore, che incarna un perfetto homo viator del Medioevo, ma che inaugura soprattutto un modo di osservare il paesaggio del tutto nuovo, secondo una sensibilità decisamente moderna.

 

L’aspirazione immediata del poeta è quella di salire, di compiere un movimento di ascensione che gli permetta di vedere: dopo aver avuto davanti agli occhi quel monte durante la giovinezza, Petrarca vuole ora coglierne l’altezza, ossia vedere ciò che dalla cima si può scorgere, senza quell’impedimento alla vista costituito dalla montagna stessa. Ciò che viene affrontato subito è il rapporto tra visibilità e invisibilità in quanto tali, non c’è quindi ancora una sovrapposizione metaforica tra altezza fisica e altezza spirituale: ciò che interessa qui al soggetto non è compiere un pellegrinaggio religioso, non è la realizzazione di un percorso spirituale sul modello di una imitatio Christi, non è nemmeno una conquista morale o spirituale. Al contrario, si tratta per il poeta di un desiderio visivo, il soddisfacimento di una “pulsione scopica”, nell’ambito di uno spazio geografico.

 

Una volta giunto sulla sommità del monte, la sua vista non si dirige affatto verso l’alto, verso il polo spirituale per eccellenza, bensì al paesaggio sottostante, al paesaggio italiano, che Petrarca può ammirare tramite l’altezza raggiunta: questo sguardo verso il basso è stato letto da Stierle come l’«inversione di uno schema della percezione transmondana», ossia una visione che stabilisce il nuovo paesaggio «dell’orizzontalità, dell’immanenza del mondo». Lo sguardo del poeta, giunto all’estremo nord dell’Italia, la contempla ora da una posizione privilegiata, nella posizione tipica della cartografia, che dalla sommità nord descrive ciò che si distende verso il sud. Ma la visione che il soggetto descrive non è una visione naturale, bensì una veduta in qualche modo “elencativa” di luoghi geografici: Petrarca non sale per poter scoprire un “sentimento della natura”, ma sale, provvisto di tutta la sua cultura, per gettarla nella nuova esperienza dello sguardo e trovarsi nel cuore dell’avventura della sua rappresentazione visiva.

 

Il tema della rappresentazione del paesaggio in letteratura si unisce in maniera indissolubile a quello del viaggio, del movimento dello spazio e dell’organizzazione dello sguardo del soggetto che compie l’itinerario. La rappresentazione del paesaggio costituisce una costruzione dello “spazio esteriore” che si oggettiva, diventa oggetto di uno sguardo compiuto dal soggetto: un mondo che, attraverso l’operazione di osservazione (intimamente soggettiva) trova una dimensione di oggettività. Ma lo sguardo del soggetto che ritaglia uno spazio nel paese, facendolo divenire paesaggio, non è solo uno sguardo estetico: l’operazione di “oggettivizzazione” del mondo è infatti, al contempo, un’operazione di auto-osservazione. In questo, Petrarca mostra tutta la sua sensibilità nella costruzione di un «senso del tutto personale del paesaggio». Come commenta Jakob nel suo studio sul paesaggio letterario:

 

Il paesaggio letterario implica sempre la prospettiva di un osservatore o di una coscienza; esso emerge solo quando un soggetto guarda il mondo vis-à-vis, dove egli non solo è nel mondo, ma percepisce il mondo come ciò che si dispiega davanti ai suoi occhi. A questo riguardo Petrarca segna un passaggio e una netta soglia epocale, poiché la poesia diventa per lui, diversamente che per Virgilio e per Dante, strumento di auto-osservazione soggettiva.

 

Viaggio e osservazione del paesaggio sono al centro anche di un altro testo relativo alla costruzione di un “panorama italiano”, secondo una prospettiva eminentemente cartografica: si tratta dell’Itinerarium syriacum, una sorta di “guida” scritta da Petrarca nel 1358 per l’amico Giovanni Mandelli. Mandelli aveva infatti intenzione di compiere un pellegrinaggio verso Oriente, in Terra Santa, e aveva invitato Petrarca ad accompagnarlo: come sappiamo, però, Petrarca non partì mai con l’amico (e probabilmente nemmeno lo stesso Mandelli effettuò mai realmente il viaggio), giustificando questa sua defezione con la paura del mare che gli derivava dalle tempeste viste e descritte in alcune epistole familiari. Tuttavia, Petrarca non vuole lasciare l’amico illustre senza una guida e scrive per lui questo itinerario in forma epistolare, basandosi sulle proprie esperienze di viaggio (sulle sue vicende biografiche relative agli spostamenti italiani) e su memorie letterarie e culturali, scegliendo come modello gli itineraria ad loca santa che guidavano i pellegrini verso i luoghi santi della Cristianità.

 

Una delle particolarità della guida di Petrarca rispetto a questo genere risiede nel punto di vista sfacciatamente italiano, anzi tirrenico, assunto dall’autore. Infatti il porto di partenza dei pellegrinaggi per il medio oriente era abitualmente Venezia, ma Petrarca sceglie di impostare il viaggio facendo partire l’amico dal porto di Genova, che in questo ruolo è assente dagli itinerari medievali. La scelta ricade su Genova proprio perché è da lì che il poeta tante volte si è imbarcato per Napoli o per tappe intermedie, venendo dalla Francia. Percorrendo questo giro, Petrarca traccia un percorso che ha come tappe luoghi dal poeta effettivamente conosciuti: Rapallo e Sestri, Lerici e Portovenere, Luni e Massa, Viareggio e Lucca, Pisa e Livorno, l’Elba e il Giglio, Populonia e l’Argentario fino a Ostia, per poi continuare lungo Terracina e Gaeta fino a Cuma e Napoli, Somma Vesuviana e Capri, fino alla Calabria e alla Sicilia, e solo alla fine si decide a salpare verso la Grecia, e di lì a Cipro e in Siria, dedicando esclusivamente gli ultimi cinque capitoli a quello che doveva essere lo scopo del viaggio verso Oriente. Per ogni luogo, l’autore descrive un ricordo personale, una citazione letteraria o inserisce una spiegazione antiquaria, costruendo un apparato che prescinde quasi totalmente dalla finalità religiosa per costituire una mappa culturale. A fare da tessuto connettivo fra le varie descrizioni risultano le esortazioni dell’autore all’amico, affinché quest’ultimo diriga il suo sguardo sui luoghi che gli vengono indicati: e sono proprio i verba videndi a costruire le varie sequenze del viaggio, a svolgere una funzione di connessione fra le varie tappe illustrate.

 

[26] Continuando troverai a sinistra le foci del Tevere mentre la Sardegna rimane a destra. Sulla riva del fiume c’è Ostia, colonia del quarto Re di Roma Anco Marzio che la pose proprio lì, dove il Tevere sbocca nel mare in quanto già da allora, come scrive Floro, presagì quello che sarebbe divenuta: “una sorta di porto marittimo di Roma, dove venissero raccolte merci e ricchezze del mondo intero”. Quando vi sarai giunto sappi infatti che Roma, la città regina, non dista più di dodici miglia. […] [31] É invece vero che son questi luoghi che si prestano a siffatti riti: vi è l’Averno e l’Acheronte, nomi tartarei; v’è l’ingresso di Dite, soglia da cui non si ritorna; e se la discesa in Averno, come dice il poeta, è facile in quanto la porta è aperta notte e giorno, ciò che è arduo e faticoso è la risalita… [32] E qui, sopra l’orribile riva del lago Averno, si vede la grande dimora della Sibilla Cumana ormai quasi distrutta dagli anni.

 

La destinazione finale del viaggio è appena accennata: l’interesse di Petrarca si concentra tutto sulla descrizione dei luoghi latini e greci e sulle memorie culturali e antiquarie che ad essi si collegano. Si vede bene in questo passo come il focus della descrizione si rivolga ai luoghi cari alla storia e alla letteratura antica, che costituiscono un grande omaggio agli scrittori classici e, in particolare, ai luoghi di memoria virgiliana. Appare chiaro che lo scopo dell’Itinerarium vada ben oltre alla volontà esplicitata a livello narrativo di fornire una guida per un viaggio, ma che il percorso si configuri piuttosto come il pretesto per una descrizione letteraria dei luoghi d’Italia e del loro valore storico, culturale, letterario. Il “pellegrinaggio” nei luoghi sacri della cristianità viene intrecciato al pellegrinaggio umanistico nei luoghi della letteratura antica: ancora una volta, lo sguardo di Petrarca si dirige verso il basso, verso un panorama del tutto orizzontale e terreno, che ha il suo valore nei riferimenti culturali e letterari alla classicità. Il viaggio verso Oriente è quindi in primo luogo un viaggio culturale, compiuto da colui che Contini ha definito «l’irrequieto turista», che oltre ad indicare all’amico le tappe del suo spostamento, iscrive anche in qualche modo la sua vicenda umana di peregrinus all’interno dei luoghi della cultura classica.

 

Per saperne di più:

Il testo dell’Itinerarium syriacum di Petrarca si può facilmente leggere nell’edizione Guida al viaggio da Genova alla Terra Santa (Itinerarium Syriacum), traduzione di U. Dotti, Milano, Feltrinelli, 2018. Alcuni fra i molteplici contributi dedicati al paesaggio e al particolare ruolo di Petrarca nella storia della sua affermazione letteraria sono quelli di G. Bertone, Lo sguardo escluso. L’idea di paesaggio nella letteratura occidentale, Novara, Interlinea, 2000, di M. Jakob, Paesaggio e Letteratura, Firenze, Olschki, 2005 e di K. Stierle, Paesaggi poetici del Petrarca, in Il paesaggio. Dalla percezione alla descrizione, a cura di Renzo Zorzi, Venezia, Marsilio, 1999, pp. 121-137.

 

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