3 novembre 2020

Lo haiku: ponte metrico fra Oriente ed Occidente

Come la metrica giapponese ha plasmato la poesia italiana

In una società che cede il primo piano alle dirette televisive ed ai collegamenti in tempo reale, non sorprende che una forma mentis sempre più improntata all’immediato venga sdoganata anche al campo umanistico. È questo il caso dello haiku, un componimento tipico della tradizione giapponese, che da anni affascina, non senza ambiguità, la lirica occidentale. La principale fonte delle incomprensioni legate a questo fenomeno letterario è la non perfetta coincidenza fra il sistema metrico romanzo e quello nipponico. Lo haiku originariamente consta infatti di onji , l’unità di misura dei segmenti fonetici in poesia; gli autori parlanti lingue con una diversa struttura e un diverso alfabeto hanno invece sostituito agli onji il proprio computo sillabico.

 

Il termine haiku , secondo Miyazaki Toshiki, docente di letteratura giapponese a Kitakyushu, deriva da haikai renga no hokku , locuzione atta a indicare i versi introduttivi di una struttura più ampia. Lo haiku non è, almeno dapprincipio, infatti, una composizione a sé stante, bensì una terzina formata da un quinario, un settenario e un altro quinario a cui si somma un distico di due settenari chiamato renga . Il risultato di questo accostamento è una strofa di cinque versi chiamata waka . Non bisogna, però, commettere l’errore di pensare che lo haiku sia stato semplicemente reciso dalla restante composizione quando ha fatto la sua entrata nella poetica occidentale; la struttura giapponese non è, infatti, sempre stata unitaria. Era invece tipico, nella prima metà dello scorso millennio, che queste forme poetiche fossero scritte da più autori, fra i quali il primo si occupava della terzina iniziale, il secondo del relativo distico, il terzo della seguente terzina e così via, dando forma ad un dialogo poetico che poteva estendersi lungo centinaia di versi.

 

Oltre alla forma, dello haiku è codificato anche il contenuto, senza escludere che i grandi esponenti della letteratura giapponese siano riusciti a rendere le proprie opere fortemente individuali. Uno dei concetti portanti di questa composizione è la natura, e come l’uomo si rapporti con essa. La natura viene così cristallizzata in una delle frazioni temporali in cui la categorizza l’uomo: le stagioni . Questo concetto è rappresentato dal kigo , parola che deve immediatamente richiamare la stagione cui fa riferimento la poesia. Il collegamento può essere esplicito, come il nome stesso della stagione, oppure implicito, come un particolare fiore o vento presente in un determinato periodo annuale. Le stagioni possono a loro volta essere tripartite in un periodo iniziale, uno medio ed uno finale.

Questa forma d’arte farà la sua comparsa in Italia sul finire dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, quando, insieme al resto d’Europa, la nazione mostrerà un certo interesse per la cultura del Sol Levante come conseguenza delle sue comparse belliche. Uno dei primi autori italiani che adotterà lo stile e la tecnica del Giappone è Mario Chini, la cui opera sarà, però, pubblicata postuma. Molto più copiosa è l’attività di traduttore, tramite la quale continua ad accrescere la portata transculturale delle opere orientali. Un altro poeta che ha influenzato maggiormente la cultura italiana e che ha mostrato interesse per la letteratura nipponica è Gabriele D’Annunzio ; appartiene infatti al poeta decadentista un componimento intitolato Outa Occidentale . Nella prima versione in cui è stata pubblicata quest’opera, il componimento constava di dodici strofe, incluso il congedo, in linea con la metrica proveniente dall’estero: trentuno sillabe distribuite su cinque versi. È interessante esaminare l’uso che il poeta fa dello schema rimico in questo testo per il suo valore letterario, ossia l’alternarsi della rima nei versi terzo e quarto, racchiusi dentro una struttura invece stabile, ma è forse più importante sottolineare che questa figura retorica, radicata nella letteratura italiana, non è presente nell’originale struttura ripresa dal poeta pescarese. D’Annunzio aggiunge così un ulteriore tassello al collegamento fra le due poetiche.

 

Diverso è l’impatto che la cultura giapponese avrà invece sull’ermetico Giuseppe Ungaretti , come sottolinea Andrea Zanzotto. Quest’ultimo non esclude, analizzando il lavoro del primo Ungaretti, che la poesia nipponica lo abbia influenzato ad un livello più profondo di quello metrico, andando a plasmare una forte analogia tra le figure poetiche ungarettiane e quelle giapponesi; altri critici spingeranno questa idea al valore generale, sostenendo che la poetica del Giappone riveli la vera essenza del movimento degli ermetici. Del poeta può essere utile ricordare il rapporto di rottura con la tradizione del discorso, che ne è un chiaro segno distintivo nella nostra letteratura. Eppure, questa rottura del discorso travalica i confini nazionali, giungendo a infrangere la struttura del dialogo poetico, sopra citato, come si era consolidato nella tradizione orientale, isolando una sola terzina, elevata così ad intera poesia. Neanche la scelta di adoperare uno schema speculare a quello originario, ossia una terzina formata da un settenario, un quinario ed un altro settenario, applicata a poesie come Notte di Maggio è certo casuale, ma potrebbe invece essere ricondotta al senso ossimorico presente nella raccolta Allegria di naufragi di cui il componimento fa parte. 

 

L’unica conclusione certa è che, nell’interesse della purezza originaria o in quello di un’integrazione transculturale, lo haiku ha fatto la sua entrata nel mondo della letteratura occidentale, legandosi a questa attraverso nomi che vengono ancora oggi studiati, gettando le basi per la possibilità di una poetica meno nazionale e più globale.

 

 

Per saperne di più

 

J. Giroux, The haiku form, Charles E. Tuttle, Vermont, 1974.

G. D’Annunzio, L’isottèo-la chimera, Mondadori, Milano, 1996.

G. Ungaretti, L’allegria, Mondadori, Milano, 2011.

 

 

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