24 novembre 2020

La minaccia orientale: John Chinaman e lo Yellow Peril

La critica di Frank Chin allo stereotipo razzista contro la comunità Chinese American

 

John Chinaman, John Chinaman
But five short years ago,
I welcomed you from Canton, John
But wish I hadn't though.

 

Queste parole, tratte da una canzone popolare diffusa negli anni Cinquanta del XIX secolo tra i minatori in California, testimoniano il forte sentimento razzista nei confronti degli immigrati cinesi negli Stati Uniti. Alla fine degli anni Quaranta, la scoperta di un filone d’oro nella Sacramento Valley aveva portato alla famosa California Gold Rush. Nel nuovo territorio, da poco strappato al Messico, con il trattato di Guadalupe Hidalgo siglato nel 1848, erano, infatti, accorsi circa 300.000 minatori in cerca di fortuna. Anche a causa delle guerre dell’oppio, che avevano dato il via all’imperialismo occidentale in Cina e della crisi interna al paese della dinastia imperiale Qing, molti lavoratori cinesi, soprattutto uomini con scarso livello d’istruzione provenienti dalla provincia del Guandong, immigrarono nelle coste occidentali degli Stati Uniti per trovare migliori opportunità lavorative. Lavorando inizialmente nelle miniere, molti immigrati cinesi, una volta terminata, a metà degli anni Cinquanta, la corsa all’oro, rimasero negli Stati Uniti, impiegati soprattutto nella costruzione delle ferrovie che avrebbero dovuto collegare gli stati dell’Est con i nuovi territori occidentali. L’impiego sempre maggiore di immigrati cinesi nella costruzione di una linea ferroviaria transcontinentale, insieme all’aumento dei flussi migratori dall’oriente vedeva un crescente sentimento xenofobo nei confronti della comunità Chinese American.

 

Gli immigrati cinesi vivevano in quartieri segregati, additati come luoghi di prostituzione, gioco d’azzardo e consumo di droghe, che avrebbero corrotto la morale americana. Lo stato della California, dove si trovavano alla fine del XIX secolo più della metà degli immigrati cinesi in tutto il paese, tentò, tra gli anni Cinquanta e Settanta, di realizzare una legislazione per limitare l’immigrazione dai paesi orientali. Tuttavia, l’amministrazione Johnson, a distanza di dieci anni dall’emanazione dell’Unequal Treaty di Tientsin, nel 1868, emana il Burlingame Treaty, che incrementava le relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina, a favore dei primi e favoriva l’immigrazione cinese, ignorando i sentimenti razzisti che dilagavano negli stati occidentali. Nel corso degli anni Settanta inizia nel paese una fase di forte recessione economica che si prolungherà fino alla fine del secolo. La crisi economica, passata alla storia come Long Depression, ebbe inizio negli anni Settanta, in seguito alla fine del conflitto civile, sotto la presidenza dell’eroe di guerra Ulysses Grant e coinvolse inizialmente in particolar modo il mondo agricolo. L’alta disoccupazione contribuì ad incrementare il risentimento razziale nei confronti degli immigrati cinesi, avvertiti già prima dell’inizio della crisi come un gruppo etnico alieno e restio all’integrazione nella società statunitense.

 

Le tensioni razziali si tradussero nel corso degli anni Settanta e Ottanta in scontri diretti, come il Chinese Massacre nell’ottobre 1871, quando a Calle de los Negros, quartiere a Nord di Los Angeles, tra i diciassette e i venti immigrati cinesi rimasero vittime di un linciaggio da parte di bianchi e ispanici, che dopo aver sentito la notizia di un ufficiale di polizia ferito da colpi di pistola sparati da immigrati cinesi, presero d’assalto il quartiere della comunità Chinese American. La California fu il teatro di numerosi atti di violenza nei confronti della comunità cinese nel corso degli anni Settanta. Nel luglio del 1877 a San Francisco il malcontento aveva portato ad una rivolta di due giorni in cui furono distrutte numerose proprietà e rimasero vittime quattro immigrati appartenenti alla comunità cinese. Altre tensioni e violenze contro gli immigrati orientali avvennero nel corso degli anni Ottanta anche in altri stati occidentali, come ad esempio il massacro di Rock Spring, nel Wyoming, nel settembre 1885, dove più di venti minatori cinesi, avvertiti come la causa della perdita del posto di lavoro di minatori bianchi, furono uccisi da altri immigrati. La propaganda razzista contro l’immigrazione orientale si faceva sempre più dura, le violenze e le discriminazioni contro la comunità cinese-americana aumentavano e ormai alla fine degli anni Settanta il governo federale doveva affrontare la questione.

 

Nel 1875 fu approvata la prima legge federale che limitava l’immigrazione, il Page Act, che proibiva l’immigrazione negli Stati Uniti di donne provenienti dai paesi dell’Asia orientale, poiché associate alla prostituzione. Nel 1879 il Congresso approvò una legge che limitava il numero di immigrati orientali sulle navi che giungevano nelle coste occidentali degli Stati Uniti. Tuttavia, il presidente repubblicano Rutheford Hayes, favorevole ad una libera immigrazione, ma soprattutto preoccupato di incrinare le relazioni commerciali con la Cina, pose il veto sulla legge e propose l’anno successivo una revisione del Burlingame Treaty, che poneva delle restrizioni all’immigrazione cinese senza vietarla del tutto. A soli due anni di distanza fu però firmata dal presidente Chester Arthur la prima legge che rendeva illegale l’immigrazione di tutti i membri di uno specifico gruppo etnico, il Chinese Exclusion Act, che rendeva illegale l’immigrazione a tutti i lavoratori provenienti dalla Cina, allargata poi ad altri paesi asiatici nel 1924. Inizialmente la legge sarebbe dovuta rimanere in vigore per dieci anni, ma fu poi in seguito rinnovata negli anni Novanta ed infine resa permanente nei primi anni del XX secolo.

 

La legge fu abolita unicamente nel 1943, in vista dell’alleanza con la Cina contro l’imperialismo giapponese, con il Magnuson Act, che permetteva agli immigrati cinesi già residenti nel paese di divenire cittadini statunitensi e riapriva a distanza di più di cinquant’anni, seppur con forti limitazioni, all’immigrazione cinese. Alla fine del XIX secolo, in questo contesto di disordini sociali, tensioni e leggi discriminatorie contro la comunità cinese si va a formare lo stereotipo caricaturale del lavoratore orientale negli Stati Uniti, John Chinaman, rappresentato con un lungo codino ed il cappello a cono di paglia. La caricatura razzista veniva utilizzata, insieme all’espressione Yellow Peril (Pericolo giallo), coniata alla fine del secolo dal sociologo russo Jacques Novikow, che designava la preoccupazione occidentale di una conquista orientale del mondo, nella propaganda volta a contrastare l’immigrazione orientale negli Stati Uniti.

 

«His quaint Chinese hat, with peaked roof and ball on top; and his long queue dangling down his back; his short silken blouse, curiously frogged and figured […] his blue cotton, tight-legged pants tied close around the ankles, and his clumsy, blunt-toed shoes with thick cork soles»

 

Nel settembre 1870, Mark Twain rappresenta con questa descrizione stereotipata un lavoratore cinese a New York, mostrando tuttavia compassione nei confronti della sua sofferenza e denunciando l’indifferenza e la brutalità con cui la comunità dominante scherniva l’immigrato orientale. A combattere contro lo stereotipo razzista di John Chinaman è Frank Chin, considerato uno dei pionieri del teatro cinese-americano. Chin nel corso della sua carriera letteraria ha vinto tre American Book Awards, il primo nel 1982 grazie alle sue opere teatrali The Year of the Dragon e The Chickencoop Chinaman, realizzata dieci anni prima. L’opera del 1972, prima opera teatrale cinese-americana a venir rappresentata sul grande palcoscenico newyorkese, fa acquistare notorietà a Frank Chin e alla stessa letteratura Chinese American. Attraverso la rappresentazione degli stereotipi attribuiti dalla cultura dominante alla comunità cinese-americana, Chin rappresenta il dramma della perdita d’identità e della mancanza di modelli da seguire per intraprendere un effettivo processo di emancipazione. Il protagonista di The Chickencoop Chinaman, Tam Lum, è un regista cinese-americano alla ricerca della propria identità all’interno della società statunitense, di cui l’autore mette in risalto le contraddizioni e ne denuncia i limiti.

 

Nel corso della sua infanzia Tam Lum, ascolta le avventure di Lone Ranger, eroe mascherato della frontiera che combatteva il crimine nel vecchio West, convinto che sotto la maschera si celasse un immigrato cinese intento a rivendicare le ingiustizie e i soprusi subiti dalla comunità Chinese American. In vista della mancanza di modelli eroici nella comunità cinese-americana, su cui costruire la propria identità, Tam Lum non riesce a comprendere il suo spazio di azione nella società statunitense e si rifugia nell’ammirazione per il pugile afroamericano Ovaltine, che diviene il protagonista del suo film e il modello su cui Tam costruisce la propria virilità. Attraverso l’analisi del linguaggio che Chin utilizza all’interno della sua opera, si comprende l’ammirazione per i valori della cultura afroamericana, che resiste al backlash della cultura Wasp dominante.  Attraverso la denuncia degli stereotipi razziali nei confronti della comunità Chinese American, Chin mette in risalto il razzismo vigente negli Stati Uniti, accusando autori come Maxine Hong Kingston di aver contribuito ad ampliare gli stereotipi razziali contro la comunità cinese-americana stessa.

 

 

Per saperne di più:

Frank Chin, Chickencoop Chinaman and the Year of the Dragon, University of Washington Press, Seattle, 1981.

Frank Chin, Jeffery Paul Chan, Lawson Fusao Inada, Shawn Wong, Aiiieeeee! An Anthology of Asian-American Writers, Howard University Press, 1983.

Mark Twain, John Chinaman in New York, The Galaxy, September 1870.

 

 

Immagine di Prawny da Pixabay – Libera da usi commerciali

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