29 gennaio 2020

La parola: centro e problema dei linguisti

 

La Linguistica è una scienza che ha nel linguaggio e nelle parole il centro dei propri studi. Possiamo quindi presumere che certamente qualunque linguista sarebbe in grado di spiegarci in un attimo cosa siano il linguaggio e la parola da un punto di vista scientifico. Per quanto riguarda il linguaggio, probabilmente nessuno di loro apparirebbe in difficoltà: è un dato di base ormai ampiamente compreso e definito. Ma siamo sicuri che tutti saprebbero fare lo stesso per la parola? Questo concetto appare infatti, paradossalmente, tra i più sfumati e imprecisi dell’intera disciplina.

 

Già solo aprendo due tra i principali manuali di Linguistica di base, il Berruto-Cerruti e il Graffi-Scalise, osserviamo quanto per entrambi appaia «impresa non semplice» definire con rigore e puntualità cosa sia una parola. Anche i criteri attraverso cui si è tentato di raggiungere una definizione univoca «si sono rivelati alla lunga inadeguati». Tale inadeguatezza è stata perlopiù frutto di approcci parziali, orientati a vedere la Lingua (intesa come concetto generale, ossia con significato astratto-estensivo) in una prospettiva limitata a lingue storico-naturali familiari al panorama indoeuropeo o, più semplicemente, alla compagine linguistica dell’Occidente.

 

Infatti, se riflettiamo un secondo, ci apparirà chiaro come il concetto di parola sia strettamente connesso alla realtà linguistica di colui che tenta di definirla. È infatti impossibile «uscir di se stessi», pensare alla Lingua prescindendo dalla propria forma mentis linguistica, orientandosi in maniera vergine su un terreno tanto connesso alla strutture profonde del nostro pensiero attivo e passivo. Proviamo quindi a capire quali criticità abbiano riscontrato i linguisti avventurandosi sullo scivoloso terreno della definizione di parola.

 

Gli approcci di definizione hanno seguito cinque direzioni principali, rapportandosi ai cinque campi fondamentali dello studio linguistico in toto, ossia fonologia, morfologia, sintassi, semantica e pragmatica. A queste direttrici si sono poi affiancate altre proposte gnoseologiche. Tra queste alcune hanno cercato di intendere la Lingua attraverso ottiche più inclusive, coinvolgendo quindi altre discipline, come ad esempio la psicologia. In altri casi si sono preferite prospettive linguistiche più ampie, come quella tipologica. Si è inoltre cercato di risolvere una volta per tutte la questione con un criterio oggettivo: quello grafico (è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi), il quale si è rivelato certamente tra i più problematici innanzitutto poiché applicabile solo a lingue che presentano scrittura. Infine, secondo una definizione “classica”, di stampo saussuriano, la parola può essere definita come la minima combinazione di morfemi, a loro volta minime associazioni tra significante e significato (quest’ultimo anche di natura esclusivamente grammaticale, come ad esempio nel caso degli articoli). Tuttavia anche il concetto di morfema può suscitare importanti criticità in lingue meno vicine a quelle che siamo più abituati a conoscere.

 

Da un punto di vista fonologico, dunque, la parola (I) è un’unità linguistica pronunciabile senza interruzioni e presenta un unico accento primario; dal punto di vista morfologico (II) è l’unità formata da uno o più morfemi la cui sequenza non è interscambiabile; in ottica sintattica (III) è un qualsiasi elemento soggetto a mobilità di posizione (criterio sintattico-distribuzionale), ossia enunciabile in isolamento; dal punto di vista semantico (IV) è ciò che può essere concettualmente isolabile in un enunciato (es. Leggiamo = ‘io e qualcun altro stiamo leggendo’); in prospettiva pragmatica (V) può essere parola ciò che in autonomia può formare un enunciato (es. Maria in risposta a Chi è?). L’ottica psicologica, come ci dice Anna Riccio, intende invece la parola come «un’immagine interiorizzata nell’inconscio collettivo dei parlanti». Questo può essere forse considerato l’approccio meno problematico, in quanto difficile da smentire con esempi. Però, si sarà notato, è anche il più generico e meno puntuale: non ha infatti nell’oggetto che studia gli strumenti di definizione e, basandosi sulla psicologia, non può fornire metodologie di verifica “concrete” sul piano linguistico.

 

Alcune delle definizioni più classiche invece, anche se si considerassero solo in relazione all’italiano, lasciano emergere drastiche problematicità: secondo il criterio (I) l’hai avuto? [laiˈʋuto] sarebbe una (e una sola) parola; basandoci su (III) hai mangiato sarebbe un’unica parola; considerando (IV) e (V) gli articoli e le preposizioni non sarebbero parole. Applicando poi tali definizioni a lingue molto diverse dall’italiano il discorso si complica molto di più. Esistono lingue, come ad esempio il tedesco, in cui singole parole includono più di un concetto (crisi del criterio psicologico) e lingue, come l’eschimese, in cui le combinazioni di morfemi danno vita ad unità linguistiche estese e complesse, per noi più simili a frasi che a parole.

 

Per tentare di arginare tutte queste criticità, ormai da qualche anno si sta imponendo una prospettiva più relativistica, ossia basata sulla tipologia. In questo modo, in base al tipo, termine con cui si indica un gruppo di lingue che presentano caratteristiche simili e non necessariamente imparentate, le diverse realtà linguistiche si prestano come puntualmente individuabili attraverso determinate definizioni, pensate per quel tipo e solo ad esso riferibili. Non più quindi la ricerca di una definizione universale di parola, ma ricerca della definizione più adeguata per ogni tipo.

 

Questo approccio sarebbe effettivamente la migliore soluzione se tutte le lingue potessero essere classificate in maniera univoca come appartenenti ad un certo tipo. Ma, pensandoci un attimo, appare chiaro che questa sarebbe pura utopia. Certamente ogni lingua può essere prevalentemente vicina ad un tipo, però il tipo è un’astrazione e come tale non è una categoria perfettamente sovrapponibile alla realtà. Ogni lingua quindi si presenta più o meno tipologicamente ibrida e allo stesso tempo la parola può essere un concetto ibrido in ogni lingua.

 

Ponendo la questione in prospettiva filosofica, la parola assume connotati meno spiccatamente linguistici e sfocia in un settore che, per quanto interessante, esula dagli scopi del linguista. Diviene infatti mezzo di realizzazione del pensiero: sua conseguenza o sua causa prima è ancora dibattuto. Si sfocia così nell’affascinante settore del linguaggio, in rapporto ad una sfumatura di quest’ultimo concetto (probabilmente l’unica sfumatura) non ancora pienamente compresa: il linguaggio forma la mente o la mente forma il linguaggio?

 

Sebbene rispondere agli interrogativi linguistico-filosofici sarebbe probabilmente la sfida più affascinante da intraprendere per l’uomo, non è questo lo scopo della linguistica. Questa punta innanzitutto a definire, classificare e capire la Lingua. Solo in una prospettiva futura, genuinamente utopistica, la Lingua potrà permetterci di capire l’uomo.

 

Per concludere, ad oggi non esiste una definizione univoca del concetto di parola nonostante ognuno di noi sappia interiormente intendere che cosa sia. Il paradosso di una disciplina che non sa in parte definire ciò che prevalentemente studia forse può farci sorridere ma certamente - e sta qui un altro paradosso - ciò non limita il lavoro del linguista. Al contrario la panoramica appena offerta può dire di questa scienza molto più di un universale linguistico o di una legge fonetica. L’intrinseca problematicità della definizione di parola ha creato nel tempo una fitta interrelazione tra discipline e, limitatamente alla Linguistica, un dialogo costruttivo tra le sue branche principali. Ciò ci permette di capire quanto una conoscenza complessiva delle dinamiche del linguaggio, che non è solo scrittura, comunicazione o parola, sia l’unica strada per interpretare la Lingua, frutto di una sinergia complessa e tutta umana, il cui fascino appare indiscutibile.

 

 

Per saperne di più:

 

I manuali di base a cui mi riferisco nel testo sono Berruto-Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo, Torino, UTET, 2017 e Graffi-Scalise, Le lingue e il linguaggio, Bologna, Il Mulino, 2013. Per capire meglio cosa si intenda per approccio tipologico alla parola suggerisco di approfondire il tema nello splendido libro di Anna Riccio, da cui traggo anche la citazione presente nell’articolo, Rappresentazione dei significati e del processi grammaticali nella parola: un approccio tipologico, Bologna, Pàtron Editore, 2012.

 

 

 

Image by Nick Youngson via Alpha Stock ImagesCC BY-SA 3.0

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