31 gennaio 2020

Corsi e ricorsi delle parole. Come i parlanti creano inconsapevolmente la grammatica

Alessandro Cerri

È cosa nota anche a chi non conosce approfonditamente la linguistica che la lingua che parliamo va incontro a continui cambiamenti. Nascono nuove parole, altre vengono abbandonate, le lingue si evolvono a tal punto che talvolta i parlanti comprendono con molta fatica la loro stessa lingua di qualche secolo prima. In questo articolo cercherò di descrivere alcune interessanti trasformazioni a cui vanno incontro le parole. Il fenomeno di cui sto parlando è quello della grammaticalizzazione, per il quale propongo la seguente (provvisoria) definizione:

La grammaticalizzazione è il processo mediante il quale una parola assume funzioni grammaticali, di pari passo con la progressiva perdita del suo significato lessicale originario.

Si tratta cioè di indagare il fenomeno della trasformazione di parte del lessico (le parole) in grammatica (gli ausiliari; le preposizioni; le parti funzionali delle parole come i morfemi…). Farò subito qualche esempio. Prendiamo il caso dei futuri:

-In inglese I will play significa giocherò. La parola will usata autonomamente significa volontà, ma anticamente aveva anche un suo uso verbale, e significava volere. In qualche fase antica della lingua inglese I will play era una perifrasi volitiva e significava voglio giocare, da cui è stato estratto il concetto di posteriorità. Will è infine diventato un ausiliare per formare i futuri, senza più il significato volitivo originario: voglio giocare quindi giocherò.

-In greco è accaduto qualcosa di simile: il futuro tha grafo (scriverò) deriva, attraverso una lunga trafila fonetica, dalla perifrasi volitiva voglio scrivere, che in greco antico si diceva thelo ina grapho (ridottosi poi in questo modo: gr. antico thelo ina > thel’ina > gr. bizantino thena > dal XV sec. tha).

-In italiano i futuri sembrano non avere alcuna parentela con quelli del latino. È evidente che nessuna evoluzione fonetica ha potuto fare sì che il futuro laudabo diventasse loderò. Infatti i futuri cosiddetti sintetici del latino non hanno seguito in italiano, ma ad aver dato origine ai futuri dell’italiano sono state perifrasi deontiche quali laudare habeo (ho da lodare) che diventa loderò attraverso forme ridotte del latino volgare tipo laudare ao > laudarao.

 

Abbiamo capito che le parole si usano e si usurano, ed è più chiaro cosa si intende con il termine grammaticalizzazione: nell’inglese moderno will non significa più voglio perché si è, appunto, grammaticalizzato, ha cioè perso buona parte del suo significato originario dopo aver innescato procedimenti metaforici mediante i quali da esso è stata estratta l’idea di posteriorità e abbandonata quella di volontà. Il caso dell’inglese will risponde bene alla definizione di grammaticalizzazione che ho dato nel primo paragrafo (una parola perde il suo significato lessicale e diventa una parola grammaticale, in questo caso un ausiliare). Ma quella definizione è incompleta perché, come abbiamo già visto in diversi casi, di pari passo alla perdita del significato lessicale originario avviene anche la perdita di peso fonetico. Vale a dire, la parola si usura al punto che nel tha del greco il parlante non è in grado di vedere l’antica presenza del verbo thelo, così come il parlante italiano non vede che i futuri terminanti in -ò portano dentro di loro nientemeno che la presenza dell’ausiliare avere.

 

La definizione del primo paragrafo può quindi essere integrata dicendo che in molti casi, ma non in tutti, una parola che è andata incontro a un fenomeno di grammaticalizzazione – una parola cioè che è passata dal dominio del lessico a quello della grammatica – si è anche ridotta dal punto di vista fonetico. Prendiamo questa volta il going to dell’inglese. È la regolare grammaticalizzazione del verbo andare per formare dei futuri (cfr. anche il francese je vais faire), ma non ha alcuna riduzione fonetica, perché going usato come ausiliare per il futuro ha lo stesso peso fonetico di going utilizzato come forma progressiva del verbo go. Esiste però una variante colloquiale di questa forma di futuro: gonna. Questa è ridotta dal punto di vista fonetico perché non è seguita dal to. In altre parole, si dice I’m going to work ma non *I’m gonna to work (l’asterisco i linguisti lo usano per segnalare espressioni agrammaticali o non attestate). Il caso di gonna ci fornisce una prova indipendente del suo maggiore grado di grammaticalizzazione segnalato dalla maggiore erosione fonetica che lo coinvolge: posso dire I’m going to London ma non posso certo dire *I’m gonna London o *I’m gonna to London. In questo modo abbiamo scoperto qualcosa di, tutto sommato, abbastanza banale, e cioè che la grammatica non è libera. Proprio per la sua normatività la regola grammaticale non lascia spazio – mi si permetta il gioco di parole – alla completa libertà di espressione. È per questo che una forma più grammaticalizzata (gonna) è meno libera della sua forma corrispondente meno grammaticalizzata (going to): la prima regge solo verbi, la seconda regge anche i nomi. Detto in altri termini, la prima è incorsa in un fenomeno di grammaticalizzazione più avanzato, come mostra la sua maggiore erosione fonetica (non ha il to), e infatti è meno libera di essere utilizzata in tutte le espressioni. Potremmo dire che nel caso di going to il significato di andare verso qualcosa sia ancora in parte accessibile.

 

Qualche lettore scrupoloso potrebbe obiettare alle mie argomentazioni dicendo che offro quasi come verità di fede il fatto che sia esistita una fase delle lingue in cui forme come I will significava voglio o in cui si diceva effettivamente laudare habeo prima che diventasse (e significasse) loderò. Sarà allora il caso di analizzare uno dei cosiddetti bridging contexts, ovvero quelle fasi in cui, un attimo prima di diventare pienamente grammaticale, un’espressione lessicale è ambigua tra un significato lessicale pieno e un significato grammaticalizzato. Un esempio tratto da Shakespeare ci fa capire come il suo periodo storico potesse essere una fase della lingua inglese in cui l’interpretazione di going to era ambigua tra verbo di movimento e forma futurale (ossia, ad avvenuta grammaticalizzazione, la reinterpretazione in termini solo grammaticali). Questa citazione dovrebbe chiarire cosa intendiamo con bridging context:

 

            Duke:  Sir Valentine, whither away so fast?

            Val.:    Please it your grace, there is a messenger

                        That stays to bear the letters to my friends,

                        And I am going to deliver them.

 

L’esempio è tratto da Two Gentlemen of Verona ed è citato in Hopper-Traugott 2003. Non è chiaro se qui going to deliver significhi “ancora” sto andando a spedire oppure se significhi “già” andrò a spedire. Certo è che da frasi come queste deve aver preso mossa la reinterpretazione futurale. Quando si attestano esempi del tipo it’s going to like o addirittura it’s going to stay non è più possibile l’interpretazione di going to come verbo di movimento.

 

Concludo questa breve rassegna di casi illustrando un fenomeno interessante del tedesco. In questa lingua il morfema -zig viene utilizzato per formare le decine: se fünf vuol dire cinque, fünfzig vuol dire cinquanta. Lo stesso fenomeno è attestato nell’olandese, dove il morfema è -tig. In entrambe le lingue questo morfema può essere utilizzato in modo indipendente col significato di molti intendendo anche ordini di grandezza molto più grandi delle decine. È come se in italiano utilizzassimo anta (proveniente da numerali come quaranta) per definire una grande quantità non definita di oggetti (in italiano c’è solo un uso colloquiale e molto metalinguistico di anta per dire l’età). In tedesco si può dire che ci sono zig (“tante”) persone in una stanza (es gibt zig Leute im Zimmer) o addirittura che il corpo umano è composto da zig cellule (der menschlicher Körper besteht aus zig Zellen). La cosa sorprendente è che un elemento pienamente grammaticale come un morfema viene ad assumere l’indipendenza e la complessità di significato lessicale tipiche di una parola. Questo è uno dei migliori esempi del rarissimo fenomeno della degrammaticalizzazione, cioè di passaggio dalla grammatica al lessico: esattamente l’inverso della grammaticalizzazione. Ma questa è un’altra storia.

 

Il fenomeno della grammaticalizzazione ci permette di vedere dall’interno il funzionamento di un aspetto del complesso e vasto meccanismo del mutamento linguistico. Le lingue si evolvono in un processo lento e invisibile al parlante, un processo evoluzionistico che attraversa i secoli. Il mutamento linguistico non va considerato un adattamento sempre maggiore alle implicite esigenze comunicative dei parlanti, perché una tale lettura implicherebbe inevitabilmente il ritenere che le lingue del passato siano meno raffinate di quelle moderne ai fini della comunicazione, e di questo non c’è alcun tipo di prova. Il panorama è sicuramente meno avvincente, ma anche più semplice: si tratta semplicemente dei corsi e ricorsi delle parole e dei mutamenti che intervengono nell’usurarsi quotidiano di uno dei più potenti e affascinanti mezzi che la natura ci offre per interagire col mondo.

 

Per saperne di più

La letteratura scientifica sull’argomento è piuttosto vasta e spesso poco accessibile a lettori senza qualche conoscenza preliminare di linguistica. Pertanto, segnalo alcune opere che non si occupano di aspetti peculiari di grammaticalizzazione ma che presentano il fenomeno nei suoi caratteri più generali.

Da considerare senz’altro per la loro completezza P. J. Hopper, E. C. Traugott, Grammaticalization, Cambridge University Press 2003 e C. Lehmann, Thoughts on Grammaticalization, Lincom Europa 1995.

Di approccio decisamente antropologico, ma non meno complesso dal punto di vista della linguistica, è B. Heine, U. Claudi, F. Hünnemeyer, Grammaticalization. A conceptual framework, The University of Chicago Press 1991.

Infine, per una panoramica sui processi diacronici di formazione dell’italiano, G. Patota, Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano, Il Mulino, Bologna 2002.

 

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