9 aprile 2021

Lo stigma è una questione di prospettiva?

I bistrattati dialetti italiani potrebbero farci vincere alla lotteria

Per la maggior parte dei parlanti esiste una differenza netta tra il significato della parola lingua e quello della parola dialetto. Una lingua è ad esempio l’italiano, un dialetto è il siciliano. E quindi l’italiano ha una sua grammatica e il siciliano no, l’italiano ha una sua forma scritta e il siciliano no, l’italiano è parlato da persone di cultura e il siciliano dagli anziani e dagli analfabeti. Quanto c’è di vero nelle frasi precedenti? In realtà ben poco, e capiremo insieme perché.

 

Perdonando il gioco di parole possiamo innanzitutto dire che lo studio delle lingue non è solo una questione linguistica, cioè non è qualcosa che ha a che fare solo con la lingua intesa come combinazione di fonemi, morfemi e parole. La lingua è anche e soprattutto un fenomeno umano e, come tale, è interrelata a fattori di portata più ampia: le abitudini culturali e sociali delle persone che la impiegano, le istituzioni che ne regolano i rapporti e così via. Insomma, la lingua è anche e soprattutto una questione culturale e sociale oltre che linguistica. Bisogna quindi capire che nell’analizzare qualsiasi tema relativo alla lingua ci si muove su due binari: quello strettamente linguistico e quello che definiamo, con un’accezione ampia del termine, sociolinguistico.

 

Senza troppi preamboli possiamo dire che da un punto di vista linguistico la differenza tra una lingua e un dialetto è inesistente. Sia le lingue che i dialetti presentano infatti un’organizzazione sistematica. Ciò vuol dire che sia le lingue che i dialetti hanno una grammatica, dunque seguono regole coerenti che determinano il modo corretto di combinare fonemi, morfemi e parole. Anche il siciliano ha quindi una grammatica, e il fatto che questa non venga studiata a scuola non ne inficia l’efficacia comunicativa.

 

Un parlante del siciliano quindi non avrà problemi a comunicare nella propria lingua anche senza averla studiata a scuola, così come non ha problemi di questo genere un parlante dell’italiano prima di entrare nella scuola primaria. Certo, la scuola lo farà riflettere sulla lingua, auspicabilmente amplierà le sue possibilità comunicative; possiamo però essere certi del fatto che non gli insegnerà l’italiano. Con il termine grammatica infatti in linguistica non si intende necessariamente un insieme di regole esplicite. La grammatica è anzitutto un sistema interiorizzato, una competenza implicita propria di ciascun parlante e che si forma durante l’apprendimento del linguaggio, almeno per la lingua madre (o le lingue madri), piuttosto che a scuola. È l’insieme di regole che, consapevolmente o meno, permette a ognuno di noi di generare frasi corrette nella nostra lingua.

 

Perché allora si continua ad impiegare il termine dialetto? E, soprattutto, perché con un’accezione negativa? Bisogna muoversi sul secondo binario per trovare delle risposte, cioè spostarsi su quello  sociolinguistico. Innanzitutto un dato importante in questo senso è quello quantitativo. L’etichetta di dialetto è attribuita a lingue parlate in specifiche aree geografiche, spesso di estensione piuttosto limitata. E se volessimo essere molto precisi dovremmo anche riconoscere l’inappropriatezza di definire dialetto il siciliano del nostro esempio:  sarebbe infatti più corretto parlare di dialetti per le diverse varietà dello stesso siciliano (es. dialetto di Palermo, dialetto di Patti e così via) e definire invece il siciliano come lingua regionale.

 

Indipendentemente dall’etichetta selezionata (dialetto o lingua regionale) la questione è piuttosto semplice da un punto di vista teorico: i dialetti sono lingue che non hanno fatto fortuna, che sono rimaste relegate a un impiego maggiormente locale, non sono penetrate nei documenti ufficiali e nella burocrazia. In Italia, così come altrove, il rango di dialetto attribuito alla maggior parte delle lingue parlate sul territorio nazionale è stato conseguenza della selezione di una varietà linguistica qui presente – il toscano fiorentino – come lingua ufficiale. Un’operazione che, storicamente determinatasi con maggior vigore a seguito dell’Unità, ha determinato il declassamento delle altre lingue. Ma cos’aveva il toscano  in più del siciliano? Era forse una lingua più evoluta? Più elegante? Chiaramente no. A livello linguistico questi giudizi di valore appaiono del tutto privi di senso. Ciò che differenziava il toscano dalle altre lingue nazionali era il suo prestigio socioculturale: , ancora una volta, dunque, capiamo che la questione della lingua è tutt’altro che legata a faccende prettamente linguistiche. Ancora una volta c’entra la società.

 

Seppur estremamente semplificata, è questa la prospettiva attraverso cui il mondo della linguistica guarda alla distinzione tra lingua e dialetto. Ben altra fatica, sia pratica che teorica, sarebbe cercare di capire in quale misura lo stigma sociale toccato in sorte a certe lingue sia frutto di atteggiamenti economici e politici oltre che sociali e di natura istituzionale.

 

Si pensa che i giudizi negativi attribuiti al dialetto provengano prevalentemente da coloro che non lo parlano. In realtà questo non è sempre vero. Certamente i dialettofoni, cioè i parlanti di lingue minoritarie (ecco un’altra etichetta, di provenienza europea, con cui è possibile definire i dialetti) appaiono in diversi studi meno duri dei parlanti di lingue maggioritarie nel fornire giudizi di valore sul proprio dialetto. In generale però non si deve pensare che i dialettofoni siano sempre orgogliosi della propria competenza dialettale. Questo è ricavabile sia da fonti indirette che dirette. Si può ad esempio far riferimento al fatto che molti genitori dialettofoni si rivolgano ai propri figli parlando in italiano, con la conseguenza che la nuova generazione non sia più in grado di esprimersi fluentemente in dialetto. Ciò appare confermato da diverse ricerche. Si cita ora a titolo esemplificativo lo studio, datato 2006, di Jilian Cavanaugh sul bergamasco, in cui si è evidenziato, in accordo con studi simili condotti su altre varietà, che una visione negativa della lingua minoritaria da parte di coloro che si occupano dei nascituri (prevalentemente le donne nello studio) ha come ripercussione la trasmissione alla prole della lingua maggioritaria, con il risultato che «fewer children are growing up speaking Bergamasco».

 

Possiamo quindi dedurre che condurre uno studio maggiormente esaustivo sul perché certe lingue siano dialetti e certe no implicherebbe anche la considerazione di temi quali il genere, l’identità e le tradizioni culturali, oltre a fattori specificatamente sociolinguistici (come ad esempio successo sociale e economico dei dialettofoni) o di ordine storico. Bisognerebbe dunque includere nelle ricerche anche temi particolarmente delicati e non del tutto agevoli da indagare quantitativamente. Nonostante tali difficoltà, però, i dialetti continuano a essere molto studiati, quasi con più ardore del passato dato il rischio di estinzione che, in misura maggiore o minore, iniziano a correre quasi tutti.

 

L’estinzione di una lingua, anche se minoritaria, è infatti un’enorme perdita. Non solo in termini banalmente culturali ma anche cognitivi, e per due ragioni fondamentali. In primis perché la comprensione del linguaggio umano passa innanzitutto per la comprensione delle lingue storico-naturali. Perdere una lingua significa quindi perdere un prezioso tassello di un complicatissimo puzzle, perdere un’ulteriore possibilità di capire in toto come funzioni il nostro cervello in relazione al linguaggio. Il secondo motivo riguarda i singoli parlanti, cioè il fatto che molti di noi perdano progressivamente la possibilità di rapportarsi a un altro codice linguistico, a un’altra grammatica, attraverso un’esposizione naturale. E questa è ancora una volta una perdita non solo culturale ma decisamente cognitiva. Gli studi neurolinguistici hanno infatti ormai confermato da anni che il bilinguismo ha effetti benefici sul nostro cervello. Non a caso si parla di vantaggio cognitivo bilingue, espressione coniata per riferirsi a diverse abilità cognitive che appaiono maggiormente sviluppate nei bilingui, dalla plasticità cerebrale alla capacità di concentrazione. Per di più, il bilinguismo si è addirittura dimostrato essere un agente preventivo per malattie neurodegenerative come demenza e morbo di Alzheimer. Nello specifico, sembrerebbe che tale effetto positivo abbia maggiore rilevanza nei bilingui simultanei o precoci, cioè in coloro che hanno imparato almeno due lingue sin da bambini, spontaneamente.

 

Per concludere, possiamo quindi affermare con un pizzico di ironia che avere almeno un genitore di madrelingua straniera è una vera fortuna, e forse siamo tutti pronti a riconoscerlo se la lingua straniera in questione è l’inglese. Ciò che dobbiamo capire è che lo stesso vale anche nei casi in cui la lingua straniera non è utile – cioè spendibile a livello sociale e lavorativo – quanto l’inglese. Possiamo ipotizzare, senza controindicazioni in caso di errore, che lo stesso valga per i dialetti. Insomma, aggiorniamo le nostre prospettive: guardiamo al dialetto come a un biglietto della lotteria, acquistabile a poco prezzo ed esattamente sotto (se non dentro) casa. Le ricerche attuali non ci confermano che questo biglietto sia vincente, ma tutti gli indizi ci suggeriscono che sia così.

 

Per saperne di più:

Riguardo ai dialetti italiani esiste una bibliografia sterminata, sia da un punto di vista linguistico che sociolinguistico. Mi limito alla citazione dello studio del 2006 di Jilian Cavanaugh Little women and vital champions: Gendered language shift in a northern Italian town (Journal of Linguistic Anthropology, 16/2, pp. 194-210) cui ho fatto riferimento nell’articolo.

 

Altre informazioni presenti nell’articolo, in particolare in relazione al giudizio dei dialettofoni sulla propria lingua e sulla conseguente scelta di trasmissione del dialetto o dell’italiano alla prole, derivano invece dal mio lavoro di tesi triennale, un’inchiesta linguistica sul dialetto della città di San Salvo in Abruzzo. Invito gli interessati a consultare le registrazioni degli informatori, nello specifico quelle relative alla compilazione dei questionari sociolinguistici (parte dell’inchiesta linguistica condotta) al seguente URL: https://www.sansalvoantica.it/tesi_SanSalvoAntica/tesi.htm. Si noterà come molti parlanti definiscano con accezione positiva la propria competenza dialettale ma infine ammettano per la maggior parte di parlare con i propri figli in italiano.

 

Per approfondire i termini del rapporto tra malattie neurodegenerative e bilinguismo segnalo tre interessantissimi studi, consultabili esclusivamente in inglese e disponibili online: il primo è Bilingualism as a protection against the onset of symptoms of dementia condotto da Ellen Bialystok, Fergus I.M. Craik e Morris Freedman nel 2006; il secondo, realizzato nel 2011, è Degree of bilingualism predicts age of diagnosis of Alzheimer’s disease in low-education but not in higly educated Hispanics di Tamar H. Gollan, David P. Salmon, Rosa I. Montoya e Douglas R. Galasko; il terzo, del 2014, è Bilingualism protects anterior temporal lobe integrity in aging di Jubin Autalebi, Matteo Canini, Pasquale A. Della Rosa, Lo Ping Sheung, David W. Green e Brendan S. Weekes.

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commerciali

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