20 aprile 2021

Il rimpatrio e la fuga. L'Eden di Emily Dickinson

(seconda parte)

Compagna di questa poesia è dunque Who has no found the Heaven – below –, dove, nel confronto below/above, l’io lirico costruisce una simmetria tra paradiso celeste e terrestre («Who has no found the Heaven – below –/Will fail of it above –/For Angels rent the House next our’s,/Wherever we remove –»). Così, questo aldilà sarebbe forse gradito all’io lirico di What is – “Paradise” –, il quale, quasi regredendo verso l’infanzia – movimento non estraneo all’Eden di Emily, come vedremo – si pone una serie di candidissime domande, come se temesse una disorientante discrasia tra il mondo terreno e quello celeste – che è poi la situazione accennata in All overgrown by cunning moss, dove l’orecchio della defunta Charlotte Brontë, pure se raggiunto dalle sublimi musiche dell’Eden, è però «puzzled» («Soft fall the sounds of Eden/Upon her puzzled ear –»).

 

   «Angels rent the House next our’s», dice l’io lirico di Who has no found the Heaven – below –, e viene allora da chiedersi, abbandonandosi a uno dei meravigliosi cortocircuiti dickinsoniani, se essi non abitino forse nell’Eden, più di una volta descritto nei termini di una casa. Oltre all’eloquente Eden is that old-fashioned House, l’Eden è parzialmente evocato nei termini di un edificio anche in Taken from men – this morning – e in The Bible is an antique Volume –: nella prima poesia, infatti, dell’Eden si dice che «all the rooms are full»; nella seconda, l’Eden è definito «the ancient Homestead». Poiché anche il ricordo è descritto altrove da Emily Dickinson nei termini di una casa (cfr. Remembrance has a Rear and Front –), se ne deduce che la metafora dell’edificio non fa che inserire l’Eden in un orizzonte mentale e, inoltre, mnemonico.

 

   Se l’Eden è a volte presentato come un luogo affollato (cfr. ancora Taken from men – this morning –, ma anche Trudging to Eden, looking backward, dove il «little Boy» incontrato dall’io lirico è assai contento delle tante conoscenze fatte nell’Eden), in I never felt at Home – Below –, invece, sembra descritto nei termini di una dimora inospitale. Così, l’Eden di questa poesia è definito «lonesome» («And Eden’ll be so lonesome/Bright Wednesday Afternoons –»), quasi facendo il controcanto a quello di What is – “Paradise” – («Maybe – “Eden” a’nt so lonesome»). Come si spiega, dunque, questo scarto? La risposta va forse cercata nella presenza che aleggia in I never felt at Home – Below, e che si rivela essere, nei versi finali della poesia, il Dio-«Telescope» che non perde mai di vista i suoi figli: il punto, allora, non è tanto lo spaesamento ontologico dell’io lirico, quanto il fatto che persino l’aldilà, se sottoposto a un ferreo controllo esterno, si rovescia in una prigione («I don’t like Paradise –/Because it’s Sunday – all the time –/And Recess – never comes»). L’io lirico, allora, vorrebbe eludere l’occhio del suo Signore («Myself would run away/From Him – and Holy Ghost – and All»), così come Eva, in Better – than Music! For I – who heard it –, subisce la sconfitta perché non sa come si fugge («[…] – Eve’s great surrender –/ Urging the feet – that would – not – fly –»). Il rispecchiamento dell’io lirico in Eva, d’altronde, meriterebbe una discussione ben più ampia, se si considera che la condizione dell’esilio non è affatto sconosciuta a chi dice io nel corpus poetico dickinsoniano (cfr., ad esempio, If I’m lost – now –) e che, inoltre, in una lettera datata 12 gennaio 1846, così scriveva Emily all’amica Abiah Root: «I have lately come to the conclusion that I am Eve, alias Mrs Adam. You know there is no account of her death in the bible, and why am not I Eve».

 

   Se dunque l’Eden sembra favorevolmente concettualizzato da Emily Dickinson nei termini di una casa, va però notato che, in due poesie, esso assume invece una forma liquida. Si tratta, innanzitutto, della celebre poesia Come slowly – Eden!, dove l’Eden, come fosse un liquore, scende verso labbra che, inesperte, lo sorseggiano:

 

Come slowly – Eden!
Lips unused to Thee –
Bashful – sip thy Jessamines –

 

Il sentimento è così dirompente da incarnarsi, nei versi successivi, nell’immagine dell’ape che si addentra nel fiore. Oltre a questa celebre poesia, l’Eden pare avere una consistenza liquida anche in Wild Nights – Wild Nights!, dove è un luogo nel quale si rema («Rowing in Eden –»), sulla scia della metafora della navigazione sulla quale si struttura l’intero componimento. Due poesie in cui l’Eden è percepito come liquido, due poesie nelle quali è legato all’esperienza del piacere.

 

   Eppure, di là da questa coppia di componimenti, altro tratto dell’Eden di Emily è senz’altro la sua lontananza: così, in Did the Harebell loose her girdle, l’Eden sembra esistere proprio in quanto inaccessibile («Did the “Paradise” – persuaded –/Yield her moat of pearl –/Would the Eden be an Eden,/Or the Earl – an Earl?» [corsivi nel testo]). In questa poesia, il chiudersi dell’aldilà garantisce la sua persistenza nei meandri della mente, laddove il suo aprirsi corrisponderebbe invece alla scomparsa, alla deflagrazione del linguaggio, l’Eden che non è più sé stesso. Similmente, l’aldilà di “Heaven” is what I cannot reach! si delinea in virtù della sua stessa inintelligibilità: i segnali dell’Eden, come la menzione della mela e dell’albero («The Apple on the Tree») e la presenza di una terra proibita («The interdicted Land –») sottolineano ancora la sovrapponibilità tra paradiso ed Eden.

 

   Declinando questa lontananza in senso temporale e personale, ecco che l’Eden diventa allora il corrispettivo poetico dell’infanzia vista dall’età adulta. Un simile scarto è infatti ravvisabile nella poesia che più di tutte tenta di definire l’Eden, e cioè Eden is that old-fashioned House, dove l’io lirico sembra ammettere l’esistenza dell’Eden proprio nella distanza che ci separa da esso (cfr. Undue Significance a starving man attaches), in quell’impossibile movimento di ritorno verso una casa perduta nei meandri della mente. In questa penombra andrà allora letta l’espressione «on looking back», che apre la prima stanza; ed è dunque notevole che, nel corpus poetico di Emily Dickinson, un’espressione simile ritorni, proprio associata all’Eden, nella già menzionata Trudging to Eden, looking backward (questa la prima stanza: «Trudging to Eden, looking backward,/I met Somebody’s little Boy/Asked him his name – He lisped me “Trotwood” –/Lady, did He belong to thee?»). L’immagine evocata è quella di un “io” che, in cammino verso l’Eden, si volta: questo movimento consente l’epifania del giovane ragazzo – uno specchio sulla gioventù dell’io lirico? – che si rivela essere un personaggio letterario, perché, come scrive Marisa Bulgheroni nella sua nota a questa poesia, «“Trotwood” […] è il cognome della zia Betsey che in David Copperfield di Dickens […] accoglie l’orfano David».

 

   Così, l’Eden in quanto sentimento di una mancanza e in quanto tentativo di un impossibile ritorno a casa – sono, in fondo, momenti diversi di un unico tragitto mentale – sembra irradiare di sé diverse sezioni dell’opera poetica di Emily Dickinson. In I – Years had been – from Home –, ad esempio, l’io lirico racconta l’angoscia di un fallito νόστος che forse sarebbe coinciso con un incontro con il proprio io del passato («My Business – just a Life I left –/Was such – still dwelling there?»), e che invece si chiude con un allontanamento da esso («[…] and like a Thief/Stole gasping – from the House»). In A loss of something ever felt I –, infine, l’io lirico afferma di sentirsi come se, fanciullo, gli fosse stato sottratto qualcosa di cui non resta che il sentimento di un vuoto – di qui la proiezione in una situazione che somiglia all’esilio («As one bemoaning a Dominion/Itself the only Prince cast out –»). L’io di questa poesia, nonostante sia ora cresciuto, non sa abbandonare il dolce richiamo del ritorno, come mostrano le ultime due stanze:

 

Elder, Today, a session wiser
And fainter, too, as Wiseness is –
I find myself still softly searching
For my Delinquent Palaces
 
And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forehead now and then
That I am looking oppositely
For the site of the Kingdom of Heaven

 

Così, nella sua ricerca impossibile, l’io lirico tenta di definire l’oggetto della sua mancanza nella visione dei «Delinquent Palaces», rendendosi infine conto di star cercando, ma dalla parte opposta («looking oppositely»), nient’altro che il paradiso – o l’Eden, se già i morti di Taken from men – this morning – erano stati immaginati da Emily Dickinson come cortigiani («Courtiers quaint, in Kindoms/Our departed are»).

 

 

Per saperne di più: Incontrare Emily Dickinson vuol dire innanzitutto leggere, in inglese, le sue poesie. Per chi non avesse sufficiente padronanza della lingua, segnalo che l’edizione completa delle poesie di Emily Dickinson menzionata in questo testo (Emily Dickinson, Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Mondadori, Milano 1997) offre, oltre alla traduzione in italiano di tutti i componimenti, un’introduzione alla poetessa e un utile (anche se parziale) apparato di note. Per addentrarsi nell’immaginario di Emily Dickinson, si vedano inoltre gli studi menzionati nel corso di questo testo: Harold Bloom, The Western Canon: The Books and School of the Ages, Harcourt Brace, New York 1994; Wendy Martin, The Cambridge Introduction to Emily Dickinson, Cambridge University Press, New York 2007; William Clark Gilpin, Religion around Emily Dickinson, The Pennsylvania State University Press, University Park 2014; Paola Loreto, La contemplazione dell’emblema. La poesia eretica di Emily Dickinson, Unicopli, Milano 1999. Per chi fosse interessato alla vita di Emily Dickinson consiglio invece Barbara Lanati, Emily Dickinson. L’alfabeto dell’estasi, Feltrinelli, Milano 1998. In chiusura, un ringraziamento va al professor Giorgio Mariani: ho infatti concepito l’idea che anima queste pagine in seno alle sue lezioni di letteratura americana, in virtù delle quali ho sentito nascere e germogliare in me l’entusiasmo nei confronti dei versi di Walt Whitman ed Emily Dickinson, il padre e la madre della grande poesia americana.

 

immagine da RobertCheaib da pixabay - libera per usi commerciali

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