5 aprile 2021

«Una maravigliosa e strana immobilità»: Leopardi e la scrittura cinese

Giacomo Leopardi cominciò le sue indagini sulla Cina e sulla lingua cinese, affidandole allo Zibaldone, nell’aprile 1821: è l’inizio di quel periodo (‘21-‘23) in cui prende corpo la sua teoria delle lingue. Si trattò, tuttavia, di un interesse breve, seppur acceso: già dopo il maggio dello stesso anno egli non si occuperà più dell’argomento.

 

A suscitare la curiosità del Recanatese a riguardo fu la lettura degli “Annali di Scienze e Lettere”, rivista milanese curata da Giovanni Rasori , Michele Leoni e Ugo Foscolo, alla quale era abbonato fin dal 1811. Al suo interno, infatti, venivano pubblicati numerosi articoli e studi sinologici: in particolare, un saggio in tre parti (anonimo, ma spesso attribuito al Foscolo) dal titolo Sul Codice penale della China, estratti dell’Essai sur la langue et la littérature chinoise di Abel Rémusat e, dello stesso autore, gli Éléments de la grammaire chinoise, dai quali il giovane Leopardi apprese le nozioni di base sulla lingua e la scrittura cinesi. Notevoli stimoli provenivano anche dalla ricchissima biblioteca paterna, che conservava molti scritti relativi all’Asia e alla Cina; tra questi spiccava la Historia della China, contenuta all’interno di una raccolta di saggi e documenti sulla controversia dei riti cinesi pubblicata da padre Juan Gonzales di Mendoza nel 1585: l’opera fu di fondamentale importanza per la conoscenza della Cina in Europa e costituì la principale fonte di informazione del Recanatese, insieme agli Annali. Poco o nulla, invece, Leopardi lesse e conobbe delle principali opere del pensiero cinese, nonostante l’esistenza di alcune – seppur approssimative – traduzioni in francese e in tedesco redatte dai padri gesuiti. Non v’è traccia, nello Zibaldone, della filosofia confuciana (lo stesso Confucio è citato solo tre volte), né è mai menzionato il missionario maceratese Matteo Ricci (1555-1610), autore, di una parafrasi latina dei Quattro libri confuciani e i cui diari di viaggio erano stati tradotto in latino dal gesuita fiammingo Nicolas Trigault . Probabilmente Leopardi, preso com’era in quel periodo dall’indagine linguistica, si concentrò esclusivamente su di essa, tralasciando il resto della cultura cinese.

 

L’assioma da cui prende le mosse l’indagine leopardiana è l’antinomia Natura-Ragione, che viene utilizzata anche per stabilire un rapporto tra lo stato naturale dell’uomo e i processi conoscitivi. Alla nascita, la «fabbrica intellettuale dell’uomo» è composta da «pochissimi elementi»; tuttavia questi, nell’attrito con le più svariate circostanze naturali (ad esempio il clima o la condizione civile e sociopolitica) o accidentali, «producono infiniti e svariatissimi effetti» (Zib. 1736-7), plasmando la psicologia dell’uomo fino a costituire abitudini, forme di vita, e anche lingue, varie e diversificate. L’evoluzione della lingua, quindi, va di pari passo con l’‘incivilimento’ – ossia con l’alterazione dello stato naturale – della mente umana, e la lingua, quindi, risulta essere lo specchio del carattere della nazione che la parla: quanto meno la lingua di un popolo è «perfetta», tanto più esso è lontano dall'incivilimento.

Ora, un primo allontanamento dalla natura si ebbe, secondo Leopardi, con l’introduzione della scrittura e della geroglifica. Tuttavia l’uomo conservò ancora una parte del suo stato primitivo fino all’invenzione dell’alfabeto: esso nacque dal «mirabile pensiero» di «applicare i segni della scrittura ai suoni delle parole invece di applicarli alle cose e alle idee» (Zib. 2748), come si fece con la scrittura geroglifica e con la scrittura ideografica cinese. L’alfabeto, inoltre, sarebbe stato concepito da un uomo solo, giacché «[n]on è presumibile che un'invenzione ch'è un miracolo dello spirito umano (o forse ha la sua origine dal caso come il più delle invenzioni strepitose) sia stata ripetuta da molti, cioè fatta di pianta da molti spiriti» (Zib. 2620); dalla diffusione di quest’unico alfabeto originario sarebbero poi derivati tutti gli altri.

 

Si può quindi comprendere, alla luce di quanto si è detto, lo sconcerto del giovane Leopardi di fronte alla Cina: una nazione che non ha alfabeto, quindi rimasta vicina allo stato primitivo, eppure «così colta» e capace di produrre una letteratura sconfinata. Una civiltà ricchissima, eppure immobile, immutata da secoli, e che contraddiceva la sua tesi del rapporto tra lingua ed evoluzione della civiltà: davanti ad essa l’indagine leopardiana, nel suo procedere a suon di analogie e di induzioni, non può che sospendersi con stupita meraviglia.

 

 

Per Leopardi è un mistero il fatto che possa esistere una lingua non-alfabetica che non sia morta (come la geroglifica egiziana) e che quindi le alfabetiche non siano le uniche scritture possibili nella modernità. Da un lato egli sostiene che «[l]e nazioni che non hanno, o non hanno avuto commercio con alcun'altra, o con alcun'altra letterata, non hanno avuto o non hanno alfabeto» (Zib. 2620); dall’altro, osserva che «[l]a maravigliosa e strana immobilità ed immutabilità […] della nazione Chinese, dev'esser derivata certo in grandissima parte, e derivare dal non aver essi alfabeto né lettere, […] ma caratteri esprimenti le cose e le idee». «Un tal popolo – conclude Leopardi – dev'essere insomma necessariamente stazionario» (Zib. 942-3), non avendo potuto (o voluto) adottare l’alfabeto «per la natura sua, e per la difficoltà di mutare o distruggere le usanze antichissime e universali nella nazione, […] e d'introdurne universalmente delle affatto nuove e troppo diverse di genere» (Zib. 3671). Così l’assenza di alfabeto è causa e al tempo stesso conseguenza dell’immobilità cinese.

 

Le perplessità di Leopardi non finiscono qui. Un’altra sua esplicita convinzione era quella del carattere nazional-culturale delle lingue: in una lettera all’amico Pietro Giordani del 13 luglio 1821, egli afferma che «la lingua e l'uomo e le nazioni per poco non sono la stessa cosa». In questo carattere nazional-culturale il Recanatese sosteneva altresì che la lingua scritta dovesse uniformarsi alla lingua parlata, e non viceversa. Questo postulato, tuttavia, non è applicabile alla lingua cinese, che non solo è completamente autonoma dalla lingua parlata, ma presenta anche una complessa indipendenza tra scrittura e lettura. Spiega Leopardi:

la scrittura Chinese non rappresenta veramente le parole (che le nostre son quelle che le rappresentano, e ciò per via delle lettere, che sono ordinate e dipendenti in tutto dalla parola) ma le cose; e perciò tutti osservano che il loro sistema di scrittura è quasi indipendente dalla parola: […] così che si potrebbe trovare qualcuno che intendesse pienamente il senso della scrittura chinese, senza sapere una sillaba della lingua, e leggendo i libri chinesi nella lingua propria, o in qual più gli piacesse, cioè applicando ai caratteri cinesi quei vocaboli che volesse, senza detrimento nessuno della perfetta intelligenza della scrittura, e neanche del suo gusto […] E così viceversa bene spesso taluni, dopo avere soggiornato venti anni alla China, non sono tampoco in grado di leggere il libro più facile, benché sappiano essi parlar bene il chinese, e farsi comprendere (Zib. 944-5).

È molto difficile imparare a leggere e scrivere in cinese, dal momento che i caratteri non sono «nelle mani e nell'uso del popolo»: essi, pertanto, «conservano molto più facilmente le loro forme essenziali e la loro significazione, di quello che facciano le parole che sono nell'uso quotidiano e universale». Di conseguenza, «conservato l'uso, la forma, e il significato de' caratteri antichi, è conservata», conclude Leopardi, anche «la piena intelligenza delle antiche scritture» cinesi (Zib. 1179-80).

 

Il Recanatese sosteneva altresì che «[u]na lingua non si forma né stabilisce mai, se non applicandola alla letteratura. […] Nessuna lingua non applicata alla letteratura è stata mai formata né stabilita, e molto meno perfetta» (Zib. 1037-8). Anche in questo caso, però, l’assioma leopardiano non trova conferma nel cinese:

La lingua cinese può perire senza che periscano i suoi caratteri: può perire la lingua, e conservarsi la letteratura che non ha quasi niente che far colla lingua; bensì è strettissimamente legata coi caratteri. Dal che si vede che la letteratura cinese poco può avere influito sulla lingua, e che questa non ostante la ricchezza della sua letteratura, può tuttavia e potrà forse sempre considerarsi come lingua non colta, o poco colta (Zib. 1019).

Sicchè la letteratura chinese poco o nulla può influir sulla lingua, e quindi la lingua chinese non può fare grandi progressi (Zib. 1059).

 

In questo caso, dunque, l’equivalenza lingua-letteratura non funziona, la lingua non evolve anche se dà vita ad una letteratura ricca ed erudita: infatti la Cina «ha infiniti libri, ha prodotto un Confucio, ha letteratura, ha gran numero di letterati, […] ma non ha alfabeto» (Zib. 2620-1), contraddicendo anche il principio secondo il quale «senza il progresso della lingua […] è nullo il progresso dello spirito umano» (Zib. 1238).

 

Lo sconcerto e la meraviglia davanti all’unicità della lingua cinese non impediscono, comunque, a Leopardi di rivolgere una critica alla sua scrittura e ai segni linguistici da essa utilizzati. Scopo della parola, secondo il Recanatese, è l’oggettivazione, materiale e sensibile, del dato psicologico cognitivo: «un'idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l'abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta» (Zib. 95). Pertanto una scrittura come quella cinese, i cui segni linguistici non rappresentano le parole, ma le cose e le idee, non poteva certo incontrare l’approvazione di Leopardi, che si spinge addirittura ad affermare che

La scrittura chinese non è veramente lingua scritta, giacchè quello che non ha che fare (si può dir nulla) colle parole, non è lingua, ma un altro genere di segni; come non è lingua la pittura, sebbene esprime e significa le cose, e i pensieri del pittore (Zib. 1059).

Più preciso (e severo) a proposito della natura della scrittura è il Recanatese in un altro passo dello Zibaldone:

La scrittura dev'essere scrittura e non algebra; deve rappresentar le parole coi segni convenuti, e l'esprimere e il suscitare le idee e i sentimenti, ovvero i pensieri e gli affetti dell'animo, è ufficio delle parole così rappresentate. Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non ritornare l'arte dello scrivere all'infanzia? (Zib. 975-6).

È proprio da questa infanzia cinese, tuttavia, che Leopardi era ineffabilmente attratto: ciò che lo affascinava – anche, o forse proprio perché non riusciva a comprenderlo – era il paradosso di un popolo così lontano, diverso, chiuso, ma civile «in diversissimo modo», e che egli ha indagato, seppur brevemente, mediante un’analisi esclusivamente storico-linguistica. In un’epoca in cui il mito illuministico di una Cina “modello per l’Europa”, promosso dai gesuiti, stava crollando, Leopardi ha cercato, con la mentalità squisitamente moderna che lo contraddistingue, di guardare alla Cina in modo nuovo, cioè come ad una concreta realtà storica che, pur nella sua diversità e unicità, è parte integrante della storia delle lingue, e quindi della «storia della mente umana» (Zib. 2591).

 

Per saperne di più:

Oltre alla lettura dello Zibaldone (l’edizione di riferimento qui è quella di G. Pacella, Milano, Garzanti, 1991), si segnalano:

B. Amato (a cura di), Leopardi e l'Oriente: antologia dei testi, Provincia di Macerata, 1999, pp. 281-298.

P. Corradini, Leopardi di fronte alla civiltà cinese, in F. Mignini (a cura di), “Leopardi e l'Oriente: Atti del Convegno internazionale, Recanati 1998”, Provincia di Macerata, 2001, pp. 191-198.

P. Morelli, Leopardi e il mistero della scrittura cinese, Zibaldoni e Altre Meraviglie, 2013.

M. C. Pisciotta, Il cinese nella linguistica leopardiana, in F. Mignini (a cura di), “Leopardi e l'Oriente: Atti del Convegno internazionale, Recanati 1998”, Provincia di Macerata, 2001, pp. 217-231. 

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