8 aprile 2021

Prospettive apocrife: la buona novella nascosta

Le parole spesso prendono vita e percorrono strade che le portano ad assumere significati assai diversi da quelli di partenza. Così accade anche per il termine utilizzato per indicare il racconto della vita e della predicazione di Gesù di Nazareth, Vangelo. Una delle sue prime attestazioni si trova nel libro del profeta Isaia (52:7) in cui si legge «Come sono belli sui monti i piedi di quelli che portano buone notizie». Tale parola, infatti, inizialmente non era utilizzata in rapporto al concetto di libro, ma in relazione ai piedi e alla voce. Il termine Vangelo deriva dal greco εὐ, “buona”, e αγγέλιον, “notizia”. Piedi e voce corrono ad annunciare salvezza, pace, l’inizio di un nuovo tempo. La predicazione di Gesù di Nazareth è, proprio in questa linea, la Buona Novella, un messaggio di amore e resurrezione annunciato da discepole e discepoli, e poi scritto. Quando la parola Vangelo si trova nel Vangelo di Marco, ha già quel significato che poi le rimarrà per sempre, ovvero quello di racconto, un racconto che ha un inizio e una fine: «Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo Figlio di Dio» (1:1). Ma come raccontare una vita, da dove bisogna iniziare? Marco inizia dal battesimo di Gesù, ad opera di Giovanni Battista, episodio che segna l’inizio del percorso pubblico del Figlio di Dio arrivando fino alla morte e all’annuncio della resurrezione. I Vangeli di Matteo e di Luca raccontano dei fatti su come sia nato questo Gesù; ai tre Vangeli se ne aggiunge un quarto, quello  di Giovanni: nel II secolo formeranno il canone accolto come regola dalla Chiesa cattolica.

 

 

A tale proposito è suggestivo riscontrare che sia in Luca (12:2) che in Matteo (10:26) Gesù afferma: «Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto»; ma che cosa è nascosto? Il potenziale significato di una vita per tutta l’umanità? I particolari di una storia, la buona novella, che non si è mai sazi di conoscere e di scoprire sempre più dettagliatamente? Oppure ci sono dei misteri noti soltanto agli iniziati?

 

 

I Vangeli apocrifi, etimologicamente nascosti, – dal greco ἀπόκρυϕος, “segreto” – sembrano rispondere, permeati da stupore e curiosità, a tali interrogativi. Tali Vangeli, racconti ricchi di particolari, sono stati posti fuori dal canone ecclesiastico ed hanno conosciuto un ingente numero di traduzioni, di varianti e di selezioni. Attraverso l’analisi dei temi dell’infanzia, della maschilità, della femminilità e dell’amore contenuti in questi testi, emerge una prospettiva diversa del cristianesimo da quella che si può riscontrare nei quattro Vangeli canonici.

 

 

L’infanzia occupa in letteratura come nella cultura un posto sempre diverso: è parte integrante dell’individuo nella sua crescita, può essere amore, dolore, innocenza, ricordo e nostalgia. Oggi, nel mondo occidentale, è oggetto di cura e proiezione dei desideri, un atteggiamento che non sempre si rivela utile per la crescita dei piccoli che spesso vengono soffocati da molte aspettative. Nel mondo classico era una fase della vita trattata con sufficienza e i bambini erano semplicemente parte delle cose possedute dal pater familias. Nei quattro Vangeli canonici, con rapidi e sfuggenti accenni all’infanzia di Gesù, è invece propria di coloro che sono deboli e indifesi e dunque oggetto di cura e amore da parte di Dio: «Chi non accoglie il Regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Marco, 10:15). Nei Vangeli apocrifi, invece, di infanzia ce n'è molta, sia di Maria sia di Gesù, ma su di essa è sempre presente il peso della trascendenza e della croce. Il piano di lettura principale dell’infanzia di Gesù è quello del bambino su cui grava un destino già scritto: egli è il Figlio di Dio. La narrazione, con tono popolare e miracolistico, descrive episodi contrastanti e parossistici: in Egitto una sposa, muta a causa di un sortilegio, culla il piccolo Gesù e inizia a parlare (Vangelo siriaco dell’infanzia, 15).  Si trova spesso il Bambino che compie miracoli: si può prendere come esempio fra i tanti l’episodio di un pesce che era stato messo sotto sale che, grazie alla parola del Nazzareno, ritorna in vita (Vangelo dello Pseudo-Tommaso, 1:3).

 

 

Questi racconti apocrifi sono importanti anche perché ci parlano della comunità che li scrisse: così i cicli del Vangelo di Maria Maddalena e degli Atti di Tecla vengono oggi esaminati alla ricerca del ruolo che le donne, spesso nascoste anche nei quattro Vangeli canonici, hanno svolto nella vita e nella spiritualità, coperte dal silenzio ufficiale dell’autorità ecclesiastica. Nascosta non è solo la femminilità ma anche la maschilità, costretta ad identificare l’umanità tutta. Nei Vangeli apocrifi, oltre alla figura di Gesù, emerge anche quella di Giuseppe. In particolare, se da una parte i numerosi discorsi e miracoli allontanano il Figlio di Dio dai sentimenti e dai fatti più comuni all’umano, con una trascendenza più accentuata rispetto ai quattro Vangeli canonici, dall’altra i sentimenti di Giuseppe, nel racconto a lui dedicato la “Storia di Giuseppe il falegname” rendono questo personaggio estremamente vicino al lettore. Giuseppe muore per una malattia, attraversando una lenta agonia, una morte meno eroica di una per la difesa dei propri ideali. In entrambi i cicli, sia quello canonico sia quello apocrifo, egli è un uomo giusto: osserva la Legge senza però essere troppo rigido ed accoglie con estremo rispetto Maria che a soli dodici anni gli fu data in sposa. Egli non si unisce a sua moglie e questo fatto, prima di essere rispetto per la purezza, è l’umano rifiuto di una legge di possesso imposta dalla maschilità, a cui ci si può opporre.

 

 

Donna e Madonna sembrano essere quasi un termine unico: Maria è vicina alle preghiere semplici in quanto volto materno e femminile di Dio, ella comprende le lacrime. Ma può anche essere l’esclusione della femminilità da ogni ruolo terreno che non sia quello di madre attribuito dalla famiglia patriarcale, il rifiuto della sessualità. I Vangeli apocrifi ci raccontano le vicende della piccola Maria, sposa bambina di Giuseppe, in una purezza tale da risultare quasi fastidiosa, che, però, ha dei punti di riscatto. Come nel caso del Protovangelo di Giacomo (20:2) quando la levatrice Salomè vuole provare se ella sia davvero vergine, seguendo quella prassi di accertamento della verginità subita da moltissime donne, tenta di inserire il braccio nella bambina, ed ecco che quell’arto, che aveva osato dubitare, prende fuoco e cade a terra. Un monito per la mancanza di fede ovviamente ma anche a lasciare che le donne decidano per loro stesse senza essere costrette a subire umiliazioni.

 

 

La narrazione degli apocrifi presenta poi anche un altro aspetto importante: l’amore. In questi Vangeli i sentimenti sono raccontati come gesti e azioni, con un pudore estraneo al nostro universo, ma estremamente potente. Ad esempio, la premura di Giuseppe nel condurre Maria all’ombra di una palma nel mezzo di un deserto, un gesto i cui frutti sono enormi perché Gesù fa chinare la palma da cui scaturisce una fonte (Vangelo dello Pseudo-Matteo, 20). Non separabile dal concetto di amore è il tema della croce. La fine della vita di Gesù è il risultato dell’intreccio di un’esistenza fatta da fili ingarbugliati: una nascita fuori dagli schemi, un’infanzia inconsueta trascorsa in fuga e nella migrazione che culmina nel supplizio. Oggi si ritiene che i racconti della Passione siano i primi ad essersi formati in quanto narrazioni di memoria vissuta anche attraverso il rito del pane spezzato e del vino condiviso con parole semplici e solenni: l’eucaristia. Così è forse nata la sequenza di Pilato e Giuseppe di Arimatea noto anche come il Vangelo di Nicodemo. Dietro questa narrazione ci sono tutti i quattro racconti della Passione ma emergono anche altri personaggi, alcuni noti come Barabba, ed altri di cui non si sapeva nulla, come Disma, uno dei ladroni crocifissi con Gesù. Queste narrazioni, infatti, non mettono in scena solo il ricordo del Figlio di Dio ma anche di chi lo circonda e lo segue: compare più volte la moglie di Pilato e anche Veronica, la donna guarita dalla perdita di sangue, anonima nei Vangeli canonici. Ed è proprio alle parole di Veronica che segue l’affermazione: «abbiamo una legge che vieta alle donne di rendere testimonianza» (Vangelo di Nicodemo, 7:1). In relazione a questo Maria di Magdala e le altre donne vengono nascoste sotto la croce e come testimoni della resurrezione: le figure femminili, infatti, vengono ricordate spesso senza nome e questo le rende tragicamente apocrife.

 

 

Una buona novella è data una volta ma poi viene reiterata e raccontata più e più volte nel corso del tempo. Quello dei Vangeli apocrifi è un racconto “pieno di grazia”, come nelle preghiere mormorate da infinite generazioni, a cui non sempre la dottrina ecclesiastica ha reso giustizia, rendendo apocrifo, nascosto, il suo significato. Un Vangelo è un insieme di tanti racconti, tante storie e tante vite, è una scrittura che ha in sé la volontà di ritornare in vita ogni volta che viene letta e proclamata e per questo rompe gli schemi, senza ostentare il possesso di una luce che non pretende di avere ma che lascia intravedere. Ogni lettura apocrifa è una porta diversa, attraverso cui si entra e si cambia, fornisce prospettive diverse attraverso le quali interpretare la trama di una storia che tutti conosciamo ma che per la sua straordinaria potenza risulta sempre nuova e ricca di mistero, che può ancora dirci tanto soprattutto se si riesce a percepire, nel profondo del suo significato, ciò che è nascosto, apocrifo.

 

Per saperne di più:

Per una conoscenza maggiore dei temi trattati si consiglia la lettura di: Vangeli apocrifi di Cristina Simonelli (Firenze, Giunti Editore, 2016), Gesù nei vangeli apocrifi di Antonio Pinero (Bologna, EDB, 2010), I vangeli apocrifi di Marcello Craveri (Torino, Einaudi, 1969).

 

 

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