6 aprile 2021

Lamenti di eroine

La prospettiva femminile delle Heroides

 

È intorno agli anni 4-5 d.C. che Publio Ovidio Nasone termina la composizione delle Heroides, opera di cui egli stesso, nell’Ars Amatoria, dice «ignotum hoc aliis ille novavit opus» («è un genere ignoto che lui ha innovato»). Si tratta, in effetti, di un tipo di composizione innovativo per la cultura greco-latina, di cui l’autore può dunque dirsi protos euretes («primo inventore»): un’intera collezione di lettere immaginarie, scritte da eroine del mito e indirizzate ai loro amanti o ai mariti lontani, solo a tre dei quali è lasciato spazio di risposta - Paride a Elena, Leandro a Ero, Aconzio a Cidippe. Ciò che più colpisce dell’opera ovidiana è l’adozione di un punto di vista singolare: quello femminile, della donna relicta che patisce il dolore di un abbandono

 

Il poeta dà così voce a personaggi fino a quel momento silenti, ed esistenti per il solo fatto di essere legati a grandi protagonisti del mito; le eroine si fanno fragili e tormentate, e svelano nei loro monologhi un punto di vista intimo e privato, caratterizzato da una profonda sofferenza dovuta a un abbandono o a una speranza disillusa. Esse sono quindi colte da Ovidio sotto una luce spesso diversa da quella tradizionalmente nota: l’imperturbabile e lucida, almeno in apparenza, Penelope odissiaca scrive qui in preda al dolore, alla nostalgia, alla sempre più fragile speranza di rivedere il marito; Didone scrive nella disperazione, vittima della decisione di Enea di partire, vagando tra pensieri apparentemente sconnessi e incoerenti; Saffo, infine, si abbandona al ricordo dell’amato Faone, e allo sconforto che ne consegue. 

 

La raccolta, com’è evidente, perde un punto di vista centrale, per adottarne molteplici. «La limitazione maggiore», spiega Gianpiero Rosati, «è l’eliminazione di ogni altra “voce” che non sia quella del personaggio che scrive: in assenza di una voce autoriale, oggettiva e garante della “realtà” degli avvenimenti […] tutto ciò che noi lettori sappiamo dell’eroina e della sua storia è quanto ella stessa ci dice.». È così dunque che Didone, regina cartaginese abbandonata da Enea, postula la possibilità di attendere un figlio dall’amante, o che Giasone, secondo Apollonio salito sulla nave per primo per ripartire da Lemno verso la Colchide, nelle parole di Ipsipile, sua amante e regina dell’isola, si sarebbe imbarcato «ultimus». È così che i destinatari delle lettere, personaggi dalla statura eroica e invincibile, protagonisti spesso di poemi epici o di miti, sono assorbiti, tra le righe delle autrici, in una prospettiva sentimentale e marcatamente amorosa, e non più descritti come quelli che anche il lettore moderno è solito immaginare. Essi sono trasportati in una dimensione intima e quotidiana, che oscura la loro grandezza e infallibilità per porre invece l’accento su tratti che, con guerra e imprese, hanno poco a che fare. È così che la verità costruita dall’epica perde di significato, e che l’opera assume come proprio fulcro una prospettiva nuova.

 

La grande abilità di Ovidio sta nell’aprire nuove finestre su vicende in realtà già avvenute e note: egli rispetta la scenografia tradizionale, segue da vicino gli eventi, sceglie un episodio propizio e semplicemente lo legge dal punto di vista di chi, nella storia, appare come parte debole. Nota Barchiesi che «Quello che per il lettore è un testimone risulta invece (misurato rispetto alle proprie intenzioni) piuttosto un persuasore […]. Conquistare, riconquistare o perpetuare l’amore: ritagliate entro i testi e i miti più diversi, le Heroides hanno in comune questa intenzione». Ogni epistola diventa dunque un lamento elegiaco, inaspettatamente pronunciato da un personaggio femminile. Contrariamente alla tradizione del genere dell’elegia, infatti, in cui era l’uomo il poeta sofferente perché destinato al servitium amoris verso una donna che lo rifiutava, Ovidio pone qui le donne relictae nella condizione di amanti rifiutate, abbandonate e supplici, facendo risuonare le loro epistole come patetici canti dall’esplicita finalità pragmatica di riottenere un amore lontano o perduto. E nelle loro parole sembrano rivivere quelle dei poeti feriti da Amore, come Properzio e Tibullo, che, nell’elegia I, 5 del suo corpus, invano canta sulla soglia della casa dell’amata, portatagli via da un altro uomo («Heu canimus frustra, nec verbis victa patescit/ Ianua, sed plena est percutienda manu./ At tu, qui potior nunc es, mea fata timeto:/ Versatur celeri Fors levis orbe rotae.», «Ahimè, inutilmente canto:/ vinta dalle parole non si apre la porta:/ a mani colme va bussata./ Ma tu, che oggi a me sei preferito,/ trema per ciò che m’hai rubato:/ in un solo giro di ruota, un attimo/ e cambia la fortuna»).

 

Per comprendere meglio i punti su cui le Heroides pongono l’accento è sufficiente prendere ad esempio proprio il personaggio di Didone, autrice di un’epistola a Enea, che sta per abbandonarla. La scrittura della lettera si colloca nel momento in cui la regina cartaginese, ricevuta la notizia della partenza dell’amante, decide di togliersi la vita se costui non rinuncerà a partire. Le sue parole suonano come una vera e incontrollabile suasoria: la regina si piega infatti alla supplica, e ha come obiettivo quello di far desistere Enea dal suo proposito di partire. Nella sua lettera svanisce ogni tratto regale, e l’autrice sembra abbandonare lucidità e contegno quando si appella a ogni argomento possibile per convincere l’amato a non salpare. È lei stessa a descriversi con parole pietose, quando dice «Vorrei che vedessi l’immagine di me mentre ti scrivo: scrivo, e ho qui sul grembo la spada troiana, e lungo le guance le lacrime cadono giù sulla spada impugnata, che presto sarà il mio sangue, non il mio pianto, a bagnare». L’epistola è priva di un filo logico, espressione di pensieri convulsi e incontrollabili: rimbalza tra l’odio nei confronti dell’amante e un amore che non accenna a spegnersi, tra la volontà di allontanare Enea e la supplica perché rimanga, tra il desiderio di un amore ancora da vivere e il rimpianto di un amore vissuto. In pochi versi Didone muta pensiero, oscillando tra «Eppure, nonostante i suoi empi disegni, io Enea non lo odio; soltanto lamento la sua infedeltà, e il mio lamento me lo fa amare di più» e «Tu menti in tutto, e non è con me che la tua lingua inizia a ingannare, non sono io la tua prima vittima. […] Ma dentro di me non ho dubbi che i tuoi dei ti condannino». Essa si duole per aver ceduto al desiderio, per essere venuta meno alla pudicitia propria di una regina, e si vergogna della propria debolezza; poco dopo però supplica Enea, se non di restare, almeno di rimandare la partenza, dicendo «Per i miei meriti, e per i debiti che, forse, avrò ancora con te, per la mia speranza di nozze, poco tempo ti chiedo, finché il mare e il mio amore si calmino, finché col tempo e l’abitudine io impari a saper sopportare con fermezza le sventure.». La regina ha dunque ben poco di autorevole, e anzi il suo tono si avvicina più a quello di un’amante elegiaca abbandonata e in preda al dolore causato da un amore finito: dall’inizio alla fine, essa parla in uno stato di assoluta disperazione. 

 

Accostata al libro IV dell’Eneide, di cui proprio la vicenda amorosa tra Didone ed Enea è protagonista, quest’epistola appare evidentemente vicina al testo virgiliano, a testimonianza dell’abilità ovidiana di guardare sotto un’altra luce fatti già narrati. Anche nell’opera di Virgilio, infatti, l’eroina ha ampio spazio di espressione, e pronuncia monologhi di parecchi versi in cui lamenta, talvolta rivolgendosi allo stesso Enea, la propria sofferenza amorosa. Virgilio sembra dunque mettere già in luce i tratti elegiaci della regina, mostrandola prima supplice, poi in preda all’ira per l’offesa che le è stata arrecata, poi ancora, tramite la sorella Anna, che in Ovidio non è però menzionata, intenta a pregare Enea, e infine decisa a morire ma vittima di dubbi e ripensamenti. Ovidio riprende il sentimento che Didone esprime nel libro IV, già espresso in maniera fortemente soggettiva nonostante gli interventi della voce narrativa, e percorre questa linea nella stesura dell’epistola: all’autore delle Heroides spesso non resta che declinare il modello eneadico.

 

Se, però, nell’Eneide appare chiaro il proposito di Didone di togliersi la vita non appena essa comprende che le proprie parole all’amante sono vane, così com’è chiara la sua volontà di mantenere intatta la propria regalitas, nelle Heroides l’obiettivo dell’epistola è evidentemente - e pateticamente - quello di riconquistare Enea. Il personaggio ovidiano seleziona nel testo dell’Eneide elementi funzionali alla riuscita della suasoria: si spiega così l’insistenza sul dolore causato alla donna dal proprio amante, sui rischi che la sua partenza comporterebbe, e sulla possibilità, addirittura, di una gravidanza. Si crea in questo modo un effetto di illusione rovesciato rispetto a quello virgiliano: la Didone del libro IV maschera il proprio proposito di togliersi la vita, in modo che le ancelle non comprendano; in Ovidio, invece, è la minaccia del suicidio che maschera il reale intento dell’epistola, cioè quello di spingere Enea a restare. La Didone ovidiana perde di conseguenza complessità, e tutta la vicenda, che nell’Eneide è costruita sull’inconciliabilità e incomunicabilità tra le due posizioni, diventa qui invece l’opposizione tra «una donna abbandonata e un uomo ingrato e dimentico»: l’orgoglio offeso dell’autrice dell’epistola non le impedisce di implorare l’amante crudele, perché essa perde, nell’ottica ovidiana, la complessa «sintesi di passionalità femminile e dignità regale» centrale nel testo di Virgilio.

 

E così, infine, la Didone virgiliana, «pallida morte futura», si fa pallida d’amore, ed entra definitivamente nell’universo elegiaco delle Heroides ovidiane, concludendo pateticamente la propria epistola con un riferimento a un suicidio così lungamente decantato da apparire ormai chiaramente come mero escamotage per convincere Enea a restare: «Consunta sul rogo, non avrò come iscrizione “Elissa, sposa di Sicheo”, ma sul marmo della mia tomba ci sarà questo epitafio: “Enea ha fornito la causa della morte e la spada; Didone è morta grazie alla sua stessa mano»

 

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura dell’Introduzione alle Lettere di eroine di Gianpiero Rosati, e dell’epistola di Didone a Enea; sempre di G. Rosati, poi, si consiglia il saggio L'elegia al femminile: le Heroides di Ovidio (e altre heroides), in Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici, No. 29 (1992), pp. 71-94, Fabrizio Serra Editore; sull’opera delle Heroides, poi, è di grande interesse anche il saggio di Alessandro Barchiesi, Narratività e convenzione nelle Heroides, in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, No. 19 (1987), pp. 63-90, Fabrizio Serra Editore.

 

 

Immagine  di Free-Photos da Pixabay - Libera da usi commerciali

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0