26 novembre 2021

«Prima ho incontrato a Maria, la ragazza che ieri gli ho dato 5 euro veloce»

L’italiano privato e l’italiano pubblico: due lingue a confronto?

Siamo soliti pensare all’italiano, e alle lingue in generale, come a blocchi compatti le cui regole sono rigidamente stabilite dalla grammatica. Da questa prospettiva, la frase che funge da titolo di questo articolo non è in lingua italiana. Infatti, in riferimento alla grammatica della nostra lingua, la frase presenta ben quattro errori morfosintattici. Innanzitutto, il complemento oggetto Maria è introdotto da una preposizione che non dovrebbe esserci. In secondo luogo, la relativa restrittiva dovrebbe essere introdotta da cui e non da che e, dal momento che cui avrebbe già codificato il complemento di termine, bisognerebbe omettere gli, che, anche nella coerenza interna della frase sbagliata che si sta analizzando, è un errore: infatti, non è accordato al soggetto per genere. Infine, l’ultimo errore è rappresentato dall’impiego avverbiale dell’aggettivo veloce: in una frase corretta si sarebbe impiegato velocemente oppure un sintagma avverbiale semanticamente equivalente, ad esempio al volo.

 

Prima ho incontrato a Maria, la ragazza che ieri gli ho dato 5 euro veloce non è, quindi, una frase che scriveremmo in un tema di italiano o in una tesi, eppure, probabilmente, ne abbiamo capito tutti il senso. Vincendo l’imbarazzo, potremmo anche affermare di aver commesso più di una volta, in contesti di dialogo informale, almeno uno degli errori descritti nel paragrafo precedente. Siamo, infatti, in presenza di alcuni dei più caratteristici tratti che distinguono l’italiano colloquiale dallo standard: l’ammissibilità dell’oggetto preposizionale, dell’introduttore invariabile per la relativa, dell’estensione del clitico dativo maschile per referenti dal genere femminile, dell’annullamento della distinzione di classe per i modificatori nominali e verbali.  

 

Si parla di italiano colloquiale (o popolare) per riferirsi ad una varietà di italiano connotata diastraticamente al di sotto della varietà standard, diafasicamente associata a contesti informali e diamesicamente limitata all’oralità. Si tratta di una varietà di italiano che non compare nelle grammatiche normative, se non in termini di censura, ma che connota la maggior parte della competenza linguistica degli italofoni. In sociolinguistica tale sistema linguistico è anche definito ‘italiano neostandard’, etichetta con la quale si vuole sottolineare il fatto che tale varietà stia assumendo sempre maggiore pervasività di impiego. L’italiano standard è invece la varietà di italiano codificata nei contesti formali orali e scritti ed è ciò cui si fa riferimento, genericamente, quando si parla della lingua italiana in termini normativi. Dal momento che, nella coscienza degli italofoni, non esiste una chiara percezione della differenza tra queste competenze – tutti crediamo di parlare semplicemente in italiano – ci troviamo di fronte ad un cortocircuito logico, poiché percepiamo come errori molte delle caratteristiche costitutive del nostro sistema di comunicazione privato.

 

Il cortocircuito si risolve se siamo in grado di ridefinire il concetto di lingua in termini di diasistema. Una lingua con molti parlanti – come è l’italiano se si considera che, classificando le lingue in base al numero di parlanti in una scala da 1 (meno di cento locutori) a 9 (più di un miliardo di locutori), la nostra lingua raggiunge la posizione 7 (più di dieci milioni di locutori) (cfr. Grandi 2008: 49) – è infatti soggetta all’azione di diverse dimensioni di variazione. Ciò fa sì che la lingua non sia un blocco compatto, ma un insieme di più varietà, caratterizzate da tratti e regole peculiari. 

 

Più precisamente nei diasistemi linguistici si parla infatti di variazione sull’asse:

della diastratia per riferirsi alle differenze linguistiche che caratterizzano la lingua impiegata da parlanti appartenenti a classi o strati sociali differenti;  della diafasia in rapporto alle differenze di situazione comunicativa che caratterizzano le interazioni tra parlanti (es. ruolo dei parlanti, contesto in cui si sta parlando); della diamesia in rapporto alle differenze di canale comunicativo (es. orale o scritto).

 

Un altro asse fondamentale di variazione è quello della diatopia, ovvero quello riguardante le diversità linguistiche che caratterizzano parlanti provenienti da aree geografiche diverse (es. varietà regionali in Italia), che ha solo relativamente a che fare con la differenza tra italiano colloquiale e standard. 

Infatti, se è vero che l’italiano colloquiale è spesso intessuto di regionalismi, non è vero che ogni differenza tra italiano colloquiale e standard debba essere rintracciata nella diversità di origine geografica dei parlanti. Gli errori di cui si è parlato prima, ad esempio, sono caratteristici dell’italiano colloquiale di tutte le regioni. È interessante, però, notare che in alcuni casi i tratti dell’italiano colloquiale sono innovazioni accolte da alcune lingue minoritarie, ovvero dai dialetti. Per quanto riguarda gli errori analizzati prima, ad esempio, si può sottolineare che l’accusativo preposizionale – a Maria – nei dialetti meridionali è la norma per codificare il complemento oggetto di elementi animati. È dunque probabile che questa strategia di codifica dell’oggetto sia stata accolta per influenza dei parlanti meridionali. 

 

Tuttavia, sarebbe sbagliato supporre che l’italiano colloquiale presenti una grammatica che è il risultato della somma caotica di vari tratti dai più diversi dialetti parlati in Italia, dal momento che è possibile rapportarsi alle varietà di un diasistema linguistico in termini tipologici. Un’ottica di questo tipo consente di analizzare in termini di prevedibilità, e non di caso, le interazioni tra le strategie linguistiche costitutive di una certa varietà, restituendo dignità di analisi oggettiva alla variazione. Ciò consente, pertanto, di non parlare delle differenze tra varietà in soli termini di prestigio – e dunque, in riferimento a regole di codifica meno prestigiose, in termini di errore – ma di osservare la diversità scientificamente.

 

Guardare ai diasistemi in ottica tipologica significa, infatti, riconoscere ad ogni strategia linguistica la dignità di regola in un circoscritto sistema coerente che è, appunto, il codice linguistico che ne fa uso. Questo, oltre a sgravare l’italiano colloquiale dal peso di indebiti giudizi di valore, consente al tipologo di compiere indagini più oggettive nella costituzione dei propri campioni di studio, non viziate dalla percezione sociolinguistica. La tipologia si occupa infatti di classificare le lingue o le strategie linguistiche in base a tratti di similarità o diversità. Secondo questa prospettiva, è possibile classificare lingue e strategie in termini di maggiore o minore naturalezza, seguendo l’assunto secondo cui una strategia comune a più lingue nel mondo – e la cui comunione non è dovuta a legami genetici di parentela – è più naturale linguisticamente. 

 

«Semplificando drasticamente i termini della questione, si ritiene che se un particolare tipo è interlinguisticamente più diffuso rispetto ai tipi alternativi esso determina, rispetto ai tipi rivali, un qualche vantaggio funzionale» (Grandi 2019: 72). Un assunto del genere ha importanti conseguenze per tutte le branche di studio delle scienze linguistiche, ma non è questa la sede per discuterne. Ci si limiti ora a riflettere sul fatto che gli studi di tipologia si basano, necessariamente, sull’analisi delle diverse strategie che le lingue impiegano per comunicare. In merito alle differenze tra italiano privato e pubblico, «possiamo chiederci se i cambiamenti in atto stiano conformando l’italiano a pattern più o meno diffusi tipologicamente» (Grandi 2019: 71).

 

Ebbene, se si osserva l’italiano standard in prospettiva tipologica, ovvero se si cerca di misurarne la naturalezza linguistica, la nostra lingua risulta alquanto bizzarra, presentando moltissimi tratti tipologicamente esotici, ovvero propri di lingue con pochissimi parlanti e geograficamente isolate. Tra questi, ad esempio, figura la distinzione del sistema temporale in molti gradi di remoteness, cioè in tante forme di passato. In italiano standard – tra forme semplici e trapassati – il sistema prevede almeno 4 gradi e questa caratteristica è attestata in sole due altre lingue nel mondo (Grandi 2019: 71) ed è dunque un tratto molto esotico.

 

L’italiano neostandard, al contrario, appare come una lingua dai tratti estremamente più naturali, condivisi con la maggior parte delle lingue del mondo. È, ad esempio, molto comune interlinguisticamente la tendenza a distinguere i pronomi per genere solo alla terza persona singolare. La riduzione di essi ed  esse dello standard al generico loro dell’italiano colloquiale rende dunque l’italiano neostadard più funzionale dell’italiano pubblico. In generale, infatti, la complessità linguistica – intesa come innaturalezza del sistema di regole nei termini definiti finora – sembra essere nelle lingue del mondo tipica (a) delle varietà isolate e con pochi parlanti e (b) delle varietà altamente codificate. L’italiano standard rientrerebbe dunque nella seconda classe di lingue “anomale”.

 

In conclusione, quindi, questa riflessione ci suggerisce di modificare il nostro approccio alla varietà linguistica. Come sottolinea Nicola Grandi, docente di Linguistica Tipologica presso l’Università di Bologna, gli spazi di interazione tra sociolinguistica e tipologia possono essere numerosi e altamente produttivi in termini di ricerca. Infatti, l’esistenza di variabilità verticale in un sistema linguistico – ovvero di differenze nell’impiego linguistico sugli assi della diastratia, della diafasia e della diamesia – può porre gli stessi stimoli di analisi solitamente limitati alla più manifesta diversità orizzontale – quella tra lingue considerate quali sistemi distinti.

 

Infine, torna interessante domandarsi se finora i termini di complessità con i quali si è trattato il tema della variazione linguistica siano stati adeguati al compito che si prefiggevano. Ed eventualmente, come sarebbe possibile modificarne i presupposti di analisi? L’interazione tra sociolinguistica e tipologia sembra, sotto molti punti di vista, una buona strada da percorrere. Inoltre, riconoscere dignità di riflessione tipologica alle varietà meno prestigiose di un diasistema consente di guardare alle ingerenze dei colloquialismi nello spazio dello scritto formale con sguardo oggettivo e scientifico, e non solo con occhi critici. Si tratta spesso, di fatto, del banale ripristino della naturalezza linguistica in contesti estremamente corrotti dalle regole. Al di là di ogni preferenza stilistica, il mutamento linguistico procede infatti secondo binari di questa natura e, prima o poi, anche ai puristi gli per le apparirà come la norma.

 

 

Per saperne di più:

Per i rapporti tra tipologia e sociolinguistica si rimanda a Nicola Grandi, 2019, Che tipo, l’italiano neostandard! in Bruno Moretti, Aline Kunz, Silvia Natale e Etna Krakenberger (a cura di), Le tendenze dell’italiano contemporaneo rivisitate. Atti del LII Congresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana (Berna, 6 - 8 settembre 2018), Roma, Società di Linguistica Italiana, pp. 59 - 74. 

 

Per i criteri di classificazione delle lingue del mondo e i dati sul numero di locutori si rinvia invece a Nicola Grandi, 2008, La classificazione delle lingue del mondo in Emanuele Banfi e Nicola Grandi (a cura di), Le lingue extraeuropee: Americhe, Australia e lingue di contatto, Roma, Carocci, pp.47 - 67.

 

Immagine da Unsplash, Libera per usi commerciali.

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