29 novembre 2021

Tra encomio pubblico e critica privata nel Furioso

Introduzione: guerre e corti nel primo Cinquecento

Mentre che io canto, o Iddio redentore,
Vedo la Italia tutta a fiama e a foco
Per questi Galli, che con gran valore
Vengon per disertar non so che loco;
Però vi lascio in questo vano amore
De Fiordespina ardente a poco a poco;
Un’altra fiata, se mi fia concesso,
Racontarovi il tutto per espresso.
                        Inamoramento de Orlando[1], (III, IX, 26)

 

Con quest’ultima ottava Boiardo chiudeva, lasciando incompiuta l’opera, il suo Inamoramento de Orlando nel 1494. Quello era l’anno in cui Carlo VIII (il capo di “questi Galli”) valicava le Alpi aprendo la stagione delle “Guerre d’Italia” e segnando le vicende della penisola fino al 1559. Tra queste, la vita dello stesso Boiardo, che si interruppe da lì a poco, lasciando inconclusa la sua opera. In quello stesso 1494 costui abbandonava gli studi giuridici per dedicarsi a quelli letterari, componendo i primi versi: era la sua un'esperienza letteraria che nasceva sotto il segno delle «crudeli» Guerre d’Italia, le quali lo accompagneranno per tutta la vita, tanto da scriverne con impeto:

 Oh famelice, inique e fiere arpie
ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fòra.
 
   Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che giá molt’anni erano state chiuse;
onde il fetore e l’ingordigia emerse,
ch’ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quïete in tal modo s’escluse,
ch’in guerre, in povertá sempre e in affanni
è dopo stata, et è per star molt’anni:

 

Orlando Furioso, XXXV, 1-2

I frutti di questa coincidenza di date inizieranno a vedersi solo dieci anni dopo. Spinto dai bisogni economici successivi alla morte del padre (nel 1500), Ariosto entra nel 1503 alla corte d’Ippolito d’Este, intraprendendo già dai primi anni la carriera di letterato uomo di corte, diviso tra le mansioni diplomatiche per il cardinale e composizioni di poemi encomiastici. Tra questi l’Obizzeide prima e dal 1505 la sua “gionta” all’Inamoramento di Orlando: L’Orlando Furioso, che curerà per 11 anni fino alla una prima pubblicazione. Sono quelli anni di continui viaggi come ambasciatore e funzionario estero, a Bologna, Mantova, Urbino e Roma, nei quali, tra un incarico e l’altro, il poeta conosce i maggiori intellettuali della società di corte dell’epoca. Ma quelle ambascerie sono dirette verso personaggi ben diversi da quelli della grande “Repubblica delle lettere”: sono politici dell’Italia di età signorile, un’epoca impossibile fatta continue guerre tra stati regionali che - dopo il fallito tentativo della politica di equilibrio di Lorenzo il magnifico - cercano di affermarsi attraverso continue guerre e cambiamenti di fronte. La storia della Lega di Cambrai ne è forse l’esempio più lampante. Promossa dallo Stato Pontificio per arrestare l’espansione della Serenissima nella Penisola, rende Ferrara uno “stato cuscinetto” tra Roma e Venezia, iniziando una serie di guerre con la Repubblica Veneta. Queste si aggravano, per il ducato estense, quando il 15 febbraio 1510 papa Giulio II , spaventato ora dalla presenza di Luigi XII in Italia, conclude una pace con la Serenissima, promuovendo la Lega Santa contro i francesi. Gli Este rimangono fedeli al Giglio d’oro e ben presto Ferrara e i territori circostanti si trovano accerchiati dalle truppe nemiche. Ariosto è mandato in ambasceria nell’ottobre di quell’anno nella Roma di Giulio II, che ora preme per il controllo della Romagna: un’operazione difficile, che infatti lo costringerà ad una rischiosa fuga che, come scrive egli stesso nelle sue Lettere, ha «de la fada e del negromante».

 

In questo contesto - ovvero negli anni in cui scrive l’edizione A, su cui si concentrerà maggiormente questo articolo - Ariosto, come molti suoi contemporanei, è spinto da due forze opposte nel considerare tali avvenimenti all’interno delle sue opere. Una prima centrifuga, che lo “allontana” da essi e lo porta a vedere la letteratura e i contatti amichevoli tra intellettuali come un’alternativa pacifica rispetto alla violenza della storia in cui vive; il che lo spinge ad una serrata critica privata della realtà in cui vive. Una seconda, invece, centripeta, che lo porta ad interrogarsi su ciò che sta succedendo, sia per darne una risposta valida, sia per poter adempiere pienamente al suo pubblico incarico a corte – riaffermando continuamente la sua natura di letterato e poeta encomiastico, ma anche di funzionario politico, attento a rapporti diplomatici in continua evoluzione.

 

La guerra: una cosa “antiqua et moderna”

 

L’opera dell’Ariosto cerca continuamente di riassumere queste due forze al suo interno. In particolare in un passaggio denso di relazioni tra la finzione letteraria e realtà contemporanea, tra cose “antique” e “moderne”, tra la vicenda epica del conflitto religioso tra saraceni e cristiani e la reale guerra della Lega di Cambrai, ovvero i canti XXXVI-XLII.

 

Questi sette canti - al di là della vicenda di Marganorre al canto XXXVII (che è stata aggiunta solo in C) e all’agnizione tra Ruggero e Marfisa (XXXVI, 58-84) - rappresentano un nucleo narrativo di particolare unità rispetto a ciò che, fino a questo punto, ci ha abituato l’Ariosto. Portandosi verso la fine dell’opera, infatti, l’autore ricuce la “tela” dei suoi personaggi intorno al filone narrativo della guerra tra saraceni e cristiani: partendo dal conflitto che nasce dalle sfide di Bradamante ai guerrieri saraceni (XXXV, 57 – XXXVI, 42), arrivando allo scontro campale fuori Arles che interrompe il duello tra Rinaldo e Ruggero (XXXVIII, 73-90 e XXXIX 1-18), ma anche alle vicende di Astolfo, con Dudone e Orlando, in Africa, che infatti incontrano in mare lo sconfitto esercito di Agramante in ritirata (XXXIX 77-86 e XL 1-35). Questo momento di sintesi delle vicende romanzesche porterà poi alla chiusura del filone epico con il duello tra i tre campioni cristiani e i rispettivi saraceni (XLI, 68 – XLII, 23).

 

L’unità di questi canti ci viene suggerita anche dai proemi che la incorniciano, già usati in tutta l’opera come momento di riflessione e di attualizzazione delle vicende lì narrate. I proemi (e non solo) dei canti XXXVI, XL e XLII fanno esplicito riferimento, infatti, ad avvenimenti contemporanei, in particolare alla Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516) di cui abbiamo già parlato. A questi passi possiamo aggiungere il proemio del canto XXXIX, presente in A e soppresso in B e C, che tratta anch’esso di avvenimenti legati agli anni che vanno dal 1509 al 1512, quando l’attività di Ariosto come diplomatico e funzionario di Ippolito fu particolarmente intensa, e la tensione tra stati italiani continuamente crescente, almeno fino alla Battaglia di Ravenna (11 aprile 1512). I fatti sono narrati, come sempre nei proemi, partendo dalle vicende del poema, con il chiaro intento di offrirne una chiave di lettura; a cui si aggiunge, in maniera forse casuale, ma significativa, la successione cronologica degli eventi contemporanei, che fortifica il parallelo tra le vicende antiche (che vanno avanti nell’opera) e moderne (che vanno avanti nella realtà).

 

La pulce nell’orecchio del canto XXXV

 

Prima di poter analizzare più approfonditamente questi passaggi, però, dobbiamo sanzionare come questo “blocco” appena descritto sia immediatamente successivo ad un altro passaggio fondamentale per la lettura del rapporto finzione-realtà, opinione privata-pubblica. Stiamo parlando del discorso di San Giovanni sull’azione del tempo e il potere che hanno i poeti contro di esso (XXXV, 10-30): la loro capacità di celebrare le imprese dei grandi uomini, dettandone i valori etici per le future generazioni, può donare a costoro l’immortalità. Ma - accanto a questa celebrazione umanistica del potere della poesia - con il suo solito disincantato e ironico scetticismo, Ariosto manifesta le vere possibilità della sua arte di adempiere a questo ruolo:

 

Non sí pietoso Enea, né forte Achille
fu, come è fama, né sí fiero Ettorre;
e ne son stati e mille e mille e mille
che lor si puon con veritá anteporre:
ma i donati palazzi e le gran ville
dai descendenti lor, gli ha fatto porre
in questi senza fin sublimi onori
da l’onorate man degli scrittori.
[…]
  Omero Agamennón vittorïoso,
e fe’ i Troian parer vili et inerti;
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che ’l ver non ti sia ascoso,
tutta al contrario l’istoria converti:
che i Greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice.
XXXV, 27/29

 

I poeti donano l’immortalità solo in cambio di “palazzi e gran ville”, e lo fanno non raccontando la realtà, ma modellandola secondo le necessità. Sono queste parole che gettano un’ombra su tutto ciò che Aristo ha cantato fino ad ora, che siano le vicende dei cavalieri o uno dei suoi frequenti elogi agli Este. L’ultimo di questi, ad Ippolito, concluso appena 20 ottave prima (XXXV 3-10), passa velocemente da esempio della funzione eternizzante della poesia a cifra del suo potere mistificatore.

 

La lettura delle vicende narrate nei canti successivi (come, a dire il vero, anche quelle dei canti precedenti) non può quindi non tenere presente questa visione disincantata, non solo della vita di corte, ma anche dell’opera stessa e di tutto il suo contenuto. Questo non vuol dire che gli elogi o i fatti contemporanei siano totalmente falsi, ma che dietro ai fatti narrati, agli esempi di eroi classici come similitudine e agli alti valori invocati - insomma, dietro alla memoria e cultura pubblica che il poeta contribuisce a costruire -  si nascondano altre verità e altri valori, di signori e nobili che, nello spietato contesto delle Guerre d’Italia, cercano di difendersi con nuove armi e con una nuova consapevolezza diplomatica, molto più “realistica” (in senso machiavellico), che l’Ariosto privatamente osserva con occhio esperto.

 

Consapevoli di questo, possiamo ora, nella seconda parte dell’articolo, avvicinarci alla lettura dei passaggi in cui si concretizza questo "doppio gioco" dell'autore.

 

 

Immagine da Wikipedia, Libera per usi commerciali.

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