15 dicembre 2021

Mario Luzi e il suo riaffiorare dal “magma”

 

Durante il periodo che intercorre tra gli anni ’50 e ’70 del Novecento, definito – tra gli altri – da Eric Hobsbawm (1917-2012) come l’epoca della “Golden Age”, il mondo vive una sorta di età dell’oro caratterizzata da una forte ripresa dell’economia. Le famiglie cominciano ad accumulare soldi, fruttano i patrimoni e si spende per beni materiali, lasciandosi andare – dopo una stagione di morte cruenta, figlia della Seconda Guerra Mondiale (1938-1945) – ai piaceri della vita. Sebbene anche le innovazioni tecnologiche, la pubblicità, la televisione e il cinema puntino i riflettori su uno stile di vita del tutto nuovo o si comprino radio e automobili a petrolio, rimane una sola domanda essenziale: a che livello, invece, si colloca adesso la poesia?

 

 

Se per alcuni rispondere è semplice, avendo essi continuato a produrre nuove opere letterarie, per altri poeti, come Eugenio Montale (1896-1981) e Mario Luzi (1914-2005), il problema permane. Esiti paralleli delle loro riflessioni poetiche sono, non a caso, Diari del ’71 e Diari del ’72 (1973) per il primo e Nel magma (1963) per il secondo, tramite i quali l’uno inizia a prediligere la prosa alla poesia, nonostante fosse proprio questa ad elevarlo ad esperienze ultraterrene, e l’altro intende descrivere la situazione magmatica nella quale si trova. Pensano entrambi sia giunto il momento di approcciarsi alla realtà, qualunque essa sia, purché concreta e quotidiana, sentendo il bisogno di ricercare e ritrovare un nuovo modo di intendere tale magma. Effettivamente, la poesia, alla stregua dell’arte, sembra non avere più una sua forma e forse neanche più un suo posto nel mondo: è per questo che taluni sentono l’esigenza non solo di abbandonare il vivere in un mondo di esperienze superiori, ma anche di ricercare un ordine e un confronto in una dimensione (compresa anche quella metrico-stilistica) nuova, concreta, reale.

 

 

A tal proposito, nel 1968, si interroga – non senza una vena di sarcasmo e di incertezza – anche il filosofo Martin Heiddegger (1889-1976) in Perché i poeti?: «...e a che poeti in tempo indigente?». A detta sua, in un simile contesto, il tempo è diventato un elemento difficile da comprendere: sembra essere ignoto, oltre che ambiguo, visto che «non soltanto sono fuggiti gli dèi e il Dio, ma si è spento lo splendore della Divinità nella storia del mondo». Durante una tale notte del mondo, mentre nulla si distingue perché – come la poesia – anche il tempo non ha una forma precisa, ogni cosa si confonde e si disgrega, si perde e riemerge, appare e scompare. In questo mescolamento del mondo simile al magma, che sembra comportare solo un qualcosa di negativo, il filosofo ritiene che gli uomini, doppiamente animati da un’anima nascente e da una morente, cadano nell’abisso. Uscirne non è semplice: bisognerà, infatti, che il mondo si capovolga «da capo a fondo», riportando e ristabilendo un ordine generale, il quale non varrà ugualmente anche per la memoria. In effetti, ricordando la sua esperienza, il poeta sentirà la necessità di scendere nell’abisso. Se il poeta “palombaro” di Giuseppe Ungaretti  (1888-1970) si sarebbe tuffato in mare per riportare alla luce gli antichi canti dall’abisso, qui bisogna che si agisca allo stesso modo ma nel magma. Dopo esser sceso a livello del mare, il poeta, vivendo tale momento sulla propria pelle, inizierà infatti ad abitare lo smarrimento, l’essere magmatico della vita. Risalendo, invece, con nuove parole, deciderà di raccontare il proprio vissuto: il mondo ha smesso di colorarsi e respirare pienamente, ma è ancora possibile fare qualcosa per ripristinare il precedente ordine.

 

 

Anche Luzi, come altri, ha modo di confrontarsi con questo magma, di uscirne e, soprattutto, di servirsene alla luce della sua produzione poetica, la quale prende avvio a partire da La barca (1935, 1942, 1960). Seguendo l’immagine contenuta in tale titolo, il poeta stabilisce – sin da questo primo momento – quale possa essere la logica interna al vivente, cioè a colui che appartiene alla terra, per superare una condizione di difficoltà: per sopravvivere, bisogna che navighi (e resista) in mare come nella vita. Non casualmente poi, alla terza ristampa dell’opera, i testi vengono fatti precedere da una nuova lirica, una sorta di istanza programmatica e sistematica dell’opera dal simbolico titolo Parca-villaggio. In mezzo a richiami pur sempre leopardiani (tipica, ad esempio, l’idea della serena atmosfera del villaggio), la Parca, che solitamente rappresenta il destino degli uomini, assume qui, in tre quartine di endecasillabi, la funzione-contenitore di un agglomerato rurale e primitivo, la cui funzione principale è quella di far procedere l’esistenza tra generazioni future e nel tempo, secondo uno scorrere della «fisica perfetta» che – come le Parche – fa entrare dalla porta della vita e mette al di fuori chiunque:

 

 

«Io vecchia donna in questa vecchia casa,
cucio il passato col presente, intesso
la tua infanzia con quella di tuo figlio
che attraversa la piazza con le rondini.»
(Mario Luzi, Parca-villaggio, in La barca, Garzanti, Milano, 1971, vv. 9-12).

 

 

La tensione del poeta, come si legge, è evidente: con uno slancio primaverile accompagnato dalle rondini, Luzi torna a squarciare la linea orizzontale della vita creata, connessa ora con quella di «tuo figlio» dalla Parca. Ma questo non è l’unico caso: emblematica risulta anche la sua seconda raccolta di poesie dal titolo Avvento notturno (1940). Con un fare particolarmente ermetico, il nostro poeta mira a rendere protagonista una notte durante la quale, in un momento impreciso, qualcosa accade: pur non essendo già più lo stesso di prima, egli esprime – per mezzo della parola a lui tanto cara, seppur qui oscurata dalla notte – lo sprofondamento nella sua coscienza. La nuova parola di Luzi non si volge verso l’esterno, verso la società circostante, piuttosto si introflette, giungendo all’animo dell’uomo. Ecco, quindi, come la poesia torna a farsi in modo totalizzante vita in Luzi, fino a coincidervi, e sentendo il poeta una responsabilità, una specie di obbedienza al mondo, nel restituire qualcosa agli altri. Egli è da solo, anche se allo stesso tempo non lo è: il poeta potrà anche avvalersi di altri autori per comporre le sue poesie e condividerle con il mondo, divenendo questi – al massimo – coautori, ma sarà da solo a portare tutto il fardello sulle spalle. Quasi l’uomo debba smaterializzarsi al fine di far emergere l’assoluto della vita, il corpo soffrirà per primo i suoi limiti nonché quegli ostacoli alla comprensione della poesia stessa.

 

 

«Ma perché delle altrui sopravvivenze
hai fatto la tua vita, osa tu il bianco
dell'inane graffito lungo i muri
delle vie disertate sopra il banco
delle campagne amare, osa il silenzio
delle attese patite sotto il centro
delle cupole ardenti: nelle bionde
città del vento accanto alle lagune.»
(Mario Luzi, Europa, in Avvento notturno, Vallecchi, Firenze, 1940, vv. 13-20)

 

 

Ritornano le rondini, già avvistate in Parca-villaggio, ma la sintassi rimane ancora affaticata, ogni esegesi complicata e tutti i luoghi presentati come sconvolti dal vento, emblema di una potenza devastante. Compaiono (ma soltanto alla fine) varie immagini di attesa, al cui fondo il poeta può trovar pace, un silenzio di non lunga durata. Ancor di più, con Un brindisi (1946), Luzi porta il lettore in mezzo alle tormente e ai rumori assordanti della Guerra. Sono anni terribili (dal 1940 al 1944), quelli durante i quali dà carta ai suoi versi per presentare i fatti tramite strappi improvvisi e accelerazioni. Tutto è già in contrasto, mentre l’esperienza perde la sua reale intensità sentimentale e si prospetta un immaginario brindisi di chiusura totalmente falsato dalla realtà. Si vuol simboleggiare la fine di un’epoca terribile, l’epifania della crisi, l’andare in un proprio isolamento, ma tutto è ancora avvolto solo da tinte fosche.

 

 

Con Quaderno gotico (1947) Luzi continua l’attività poetica, attraverso il racconto di una propria esperienza d’amore, riflettendo, tuttavia, solo un flebile e diverso tentativo di fuoriuscita dal magma: sembra aprirsi a nuovi riferimenti letterari, pensando e ripensando la sua poesia o ispirandosi – come Montale – a nuovi movimenti letterari finché il deserto non comincia a produrre qualche primizia – è così che nascono, infatti, Primizie del deserto (1952) e Onor del vero (1957). Né il tempo diventa lo spartiacque con il Luzi del periodo precedente, mentre si giunge verso «la nostra regione senza limiti [...] senza sole»: davvero qui non c’è un limite, in un tempo sensato, lineare e delimitato dove il disordine non prende piede, e il «senza» diventa la parola della privazione. Aprile-amore, invece, posta a chiusura della raccolta, rappresenta una lirica invisibile nella quale il dolore esce sconfitto dinanzi all’amore e alla voglia di vivere, mentre l’esperienza amorosa prende forma:

 

 

«L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.»
(Mario Luzi, Aprile-amore, in Primizie del deserto, Schwarz, Milano, 1952, vv. 25-32).

 

 

Ritrovato questo grande sentimento, Luzi è finalmente ad un punto di svolta: egli non solo ha fatto esperienza del disordine in maniera sempre più poderosa, avvicinandosi al magma, ma ha compreso anche che questo non è né risolvibile né temporaneo né restaurabile. Si tratta adesso di muoversi da questo piano mentale dell’angoscia a quello realistico del sentire, del sentire insieme a tutti gli altri immersi ugualmente nel magma. La via non è quella della salvezza individuale, anzi, aderendo a tale realtà, bisogna rendere compartecipi e consapevoli tutti. Ora, come nella parte finale de Il vivo, il morto, il poeta non è più quello che parla o che pronuncia parole, semmai è diventato colui che ascolta, che riceve la parola, al posto di cercarla, perché ha compreso che l’unica via per ingabbiare la vita è l’ordine.

 

 

«E io che sono ferito e ti reco soccorso
con la poc’acqua delle nostre lacrime
e con poche parole irragionevoli,
più che parole gemiti, ma accoglile,
ascolto in questa vita, in questo moto
che è quiete, che non può portare altrove,
da murmure a boato questa voce
che ora prega e che mi tien sospeso
per un attimo sopra questo male.»
(Mario Luzi, Come deve, in Onore del vero, Garzanti, Milano, vv. 16-24)

 

 

È proprio in un tale contesto che, mentre egli ultima anche Dal fondo delle campagne (1965), nasce Nel magma, la nuova raccolta di poesie afferenti ad un tempo passato, presente e futuro, preludio già del vero e proprio magma. I testi risultano adesso figli di un doppio rinnovamento poetico e stilistico: a differenza delle altre composizioni, l’opera presenta dei dialoghi di natura esistenziale tra due personaggi (spesso si tratta di coppie, ma altre volte il poeta è solo uno spettatore), che si svolgono nel corso della vita e vogliono offrire al lettore esperienze di colloquio concrete e reali. I temi si iscrivono nell’idea dell’esistenza, pur mettendo al centro – in un’alternanza tra tenebre e luce – l’oscurità della vita e il racconto della difficoltà di appartenere alla storia, alla dimensione politica e alle metamorfosi dell’amore. Il vero protagonista è, però, un vociare, un parlare quotidiano fatto di parole vere, silenzi e domande, inseriti strategicamente per porre un argine alla tradizione lirica. Oltre che dal verso della tradizione (l’endecasillabo) e da un racconto anche più lungo e meno ritmato, il racconto viene, infatti, ulteriormente scandito da una parola che, diversamente da quella poetica, si trascina verso il basso, nell’abisso, e non vive di sublimazione. Anche il resto appare diverso: la qualità del silenzio, i gesti, i corpi, gli sguardi, una bocca che parla senza emettere suono... Il verso, non divenendo per questo meno sensuale, finisce così per acquisire movimento e tormento, inquietudine e tristezza, servendo a Luzi per rappresentare quanto la vita possa essere ugualmente sorprendente o magmatica.

 

 

PER SAPERNE DI PIU’:

 

Per una comprensione generale del contesto storico-letterario vissuto da Eugenio Montale e Mario Luzi, ma anche per approfondimenti circa la loro vita e le loro opere, si consiglia la lettura del seguente manuale edito da Il Mulino (2014): Letteratura italiana. Dal Settecento ai giorni nostri (Vol. 2).

Invece, non solo per leggere le poesie ma anche per fruire dei commenti e delle rispettive analisi interpretative, sono consigliate sia l’edizione della Garzanti Libri (2014) sia quella della Mondadori (1998).

 

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