31 maggio 2021

“Relazioni pericolose”: paralipomeni a un mito ovidiano

La "variatio" in Straparola e nella tradizione slava

Se la letteratura altro non è che un’istantanea della realtà, fotografata dall’occhio dell’autore, è davvero possibile parlare, nell’ambito di quell’universo generato a partire dal patto narrativo, di una storia d’amore che non abbia mai incontrato, nel suo corso, una serie di ostacoli? Che si parli di storie le cui radici sono perse nel tempo, che si pensi alle rocambolesche avventure dei personaggi del romanzo greco o che si faccia riferimento a episodi più recenti, l’infelicità rimane di per sé l’ostacolo principale al regolare snodarsi di una qualsiasi relazione amorosa. Nel caso di Ero e Leandro – la cui storia, a partire dalle Heroides di Ovidio e passando per l’epillio di Museo, è stata destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva –, un clima di sospensione e di attese, appesantito dal timore di amarsi in segreto e da un fato avverso, culmina nella loro tragica fine.

 

Caso analogo lo si ritrova all’interno dell’opera Le Piacevoli Notti di G.F. Straparola, il cui singolare novelliere, apparso nel XVI sec. ospita, in tredici notti, settantacinque «favole», così definite nel frontespizio della prima edizione. Ognuna di esse, conclusa da un enigma in ottave di endecasillabi, è raccordata alla successiva attraverso una cornice boccaccesca, tentativo di trasfigurazione decameroniana che incanala nell’alveo della razionalità quella grande attenzione posta dall’autore nella tradizione popolare e fiabesca. L’occasione narrativa è infine data dal riunirsi di una brigata a Murano, più precisamente all’interno del palazzo del vescovo di Lodi, Ottaviano Maria Sforza: si festeggia qui il carnevale veneziano del 1536.

 

Nella seconda novella della settima notte, in particolare, Fiordiana narra dello sfortunato amore della giovane Malgherita Spolatina per il calogero, il ‘monaco ortodosso’ Teodoro. L’ambientazione, tuttavia, non è più quella dell’Ellesponto, il mare che – avendo causato la morte di Elle, figlia di Nefele –, «nomine crimen habet», ‘ha la colpa già nel suo nome’ (Ov., Her. XVIII, v. 142); la «favola» dello Straparola assume infatti, come ambientazione, quella più a Occidente di Ragusa, l’odierna Dubrovnik, luogo in cui uno scandaloso fatto di cronaca del 1483 si intreccia al folklore e al modello ovidiano.

 

La relazione che sta per intessersi tra i due protagonisti è anticipata attraverso il drammatico incipit della narratrice (Straparola 2000, p. 486): l’amore è presentato, infatti, come «una irrazionabile volontà, causata da una passione venuta nel cuore per libidinoso pensiero» (cfr. Boccaccio, Filocolo, IV 46 3), le cui conseguenze sono il «disipamento delle terrene ricchezze, guastamento delle forze del corpo, disviamento dell’ingegno, e della libertà privazione». Trattasi, dunque, di idee care all’Ovide moralisé, essendo l’amore ritenuto, poco dopo, qualcosa di caotico, senza «ordine», né «stabilità alcuna»: a tale «padre de’ vizii, nemico della gioventù, e della vecchiezza morte» (cfr. Boccaccio, Corbaccio, 128), di conseguenza, «rade volte o non mai gli è conceduto felice e glorioso fine».

 

La visione pessimistica di Fiordiana – collocandosi perfettamente in un clima che eredita a piene mani il dualismo boccaccesco filoginia / misoginia (cfr. Cazalé Berard 1995, pp. 116-141) –, permette, dunque, di inquadrare dall’inizio della narrazione una Malgherita Spolatina caratterizzata da una fissità fiabesca che la spinge irrimediabilmente verso una passione elementare. Già Vicenza (VII 1), da narratrice di secondo grado, diceva che «la donna o sommamente ama o sommamente odia» (Straparola 2000, p. 475), nominando due sentimenti tanto forti quanto primari e antitetici: la volontà – che sia essa rivolta al bene o al male – è, dunque, in questo secondo volume dell’opera – in cui assume piena legittimità il caleidoscopico universo del femminile –, l’unica guida dei personaggi.

 

Le gesta incalzanti di Malgherita, pertanto, assumono un particolare valore alla luce di quanto già Cateruzza (VI 3), altra narratrice, aveva anticipato: «La donna assuefatta ad alcuna cosa, o buona o rea che si sia, non si può da quella agevolmente astenere» (ivi, p. 452). L’ostinazione con la quale la protagonista si avvicina a Teodoro sembra, infatti, riprendere la dichiarazione di Leandro, già presente all’interno del modello di Museo (vv. 219s.):

 

[…] Se poi veramente vuoi conoscere il mio nome,
ho nome Leandro, sposo della ben ghirlandata Ero.

 

Il sentimento della «vaga e leggiadra giovane» (Straparola 2000, p. 487), nella novella di Straparola, tuttavia – talmente energico da renderla «di vita priva» (ivi, p. 488) in caso di un rifiuto –, entra in contrasto con il carattere dell’amato, molto più simile a quello della Ero del racconto di Museo: egli, del resto, che «ancor non s’aveva aveduto ch’ella l’amasse» (ibid.), è un religioso, così come la protagonista del mito era dedita al culto di Afrodite. Ciò lo porta a manifestare sgomento e sorpresa di fronte alla confessione della fanciulla, la quale, per contro, inizia a configurarsi come un Leandro al femminile. Ella, dunque, matura dapprima una passione prorompente, più forte di quella della Ero ovidiana, che si esprimeva come segue, rifiutandosi di attraversare il mare (Ov., Her. XIX, vv. 161-164):

 

Spesse volte vorrei io stessa attraversare le acque, / ma questo stretto è solito essere più sicuro per gli uomini. / Come mai, infatti, avendolo percorso sia Frisso che la sorella / solo la donna ha dato nome a questo vasto mare?

 

Dopodiché, Malgherita sfida la morte, avendo compreso l’importanza dell’onore, prerogativa del Leandro ovidiano, cifra della poetica dello Straparola e motivo necessario nella relazione con Teodoro. Nella novella si legge infatti (Straparola 2000, p. 489):

 

Non dubitate punto; lasciate il carico a me, perciò che io trovai la via di venire a voi senza pericolo di morte e di onore.

 

Ecco che il tutto viene apprestato, con la conseguente inversione della formula di Museo (v. 224), la quale prescriveva a «lei di esporre il lume» e a «lui di solcare le imponenti onde»: nella novella in questione, Malgherita in persona decide di effettuare nottetempo la pericolosa traversata per raggiungere l’amato, il quale l’avrebbe attesa con una torcia. Essa, unico punto di riferimento nella notte oscura, rimanda a quell’emistichio ovidiano attribuito alla penna di Leandro (Ov., Her. XVIII, v. 86): «litora lumen habent», ‘su quelle spiagge c’è la mia luce’, insieme fiaccola e stella polare per l’animo innamorato di un greco di Abido prima, e di una fanciulla ragusèa poi.

 

Tale scambio nei ruoli di genere testimoniato dai passi citati è, comunque, frutto di relazioni complesse tra gli antecedenti letterari: inizialmente si è, infatti, specificato come si sia verificata una singolare commistione di filoni narrativi, uno popolare – che a sua volta affonda le proprie radici nella cronaca locale e nei resoconti del diplomatico boemo Jan Hasištejnský z Lobkovic – e uno erudito, dato dalla dipendenza del racconto dal modello ovidiano. Alla luce di quanto detto, la novella potrebbe essere riletta in due modi: mentre un’interpretazione la accosterebbe alla classica dicotomia femina instrumentum diaboli / mulier sancta ac venerabilis di ascendenza medievale, l’altra rimanderebbe alla circolazione di una leggenda ormai entrata nell’identità culturale croata e la cui influenza si riverbera anche nella letteratura nazionale. La storia popolare in questione, in cui già figura l’inversione del gender pattern nominata in precedenza, è una delle numerose varianti del mito di Ero e Leandro, al cui interno sono introdotte anche delle figure maschili che Straparola, con la sua sapiente caratterizzazione, sembra mettere in relazione con i fratelli di Lisabetta da Messina (Boccaccio, Decameron, IV 5).

 

L’aspetto principale che lega al presunto vero storico questa leggenda – che si sarebbe diffusa rapidamente in territorio croato, come dimostra il fatto che già Lobkovic ne avesse sentito parlare a una decina d’anni dall’accaduto vero e proprio – è omesso, forse volutamente (al fine di conferire libertà alla creazione artistica o per timore della censura), nelle versioni di seguito proposte.

Lo Straparola, al contrario, rivela la vera condizione sociale della protagonista: ella, anche secondo l’opinione di Ivan Stojanović sarebbe stata verosimilmente una donna accusata «radi ljubakanja s kaluđerom» (Stojanović 1903, p. 301), ‘per aver baciato un monaco’ (notare come ‘kaluđer’ conservi la radice greca bizantina καλό-γηρος, che restituisce l’italiano ‘calogero’). Continuando la lettura della testimonianza dello storico, giunta attraverso la mediazione della famiglia Natali – la quale avrebbe avuto accesso alle fonti giuridiche del 1483, riportanti proprio una ricostruzione dell’accaduto – si apprende che ella sarebbe poi stata uccisa dai fratelli, che temevano la vergogna derivante dalle azioni della ragazza. Ecco che lo Straparola diventa automaticamente, anche col recupero dell’importanza dell’onore, il trait d’union tra la tradizione greco-latina e quella slava.

 

Quanto ai racconti in sé, la protagonista prende un nome differente a seconda della versione circolante su territorio croato. In questa sede, tuttavia, si considereranno due fonti letterarie che tramandano la vicenda: la prima è il frammento Lopudska sirotica (‘L’orfana di Lopud’) – completato da Stjepko Ilijić, traduttore del Foscolo –, apparso poi in edizioni successive al 1855 delle raccolte poetiche di Petar Preradović; la seconda è la celebre Periegesis orae Rachusanae di Ðuro Ferić, datata al 1803.

 

Nella prima fonte, i nomi dei personaggi sono Zorka e Milovan, e i loro ruoli sociali vengono ridefiniti rispetto alla tradizione: mentre Zorka è, infatti, un’orfana che vive assieme ai suoi fratelli, Milovan è di nobile stirpe, e, pur di coronare il suo amore per la fanciulla, le chiede di seguirlo «u Taliju, zemlju ljubovnika» (Preradović 1918 posth., p. 37), ‘in Italia, la terra degli amanti’. Queste le parole della protagonista del frammento, nel momento in cui la stessa constata l’impossibilità del loro amore (ivi, p. 36):

 

Eterno sarà il nostro amore, mio tesoro, / […] eterno sarà, ma infelice! / […] Tu, ramo di una nobile stirpe; / io, di umili origini, una semplice orfana. / Il blasone della tua famiglia è una scogliera / che si staglia sul mare del nostro amore: / su di essa si scontrerà la nave della nostra felicità, / fino a infrangersi.

 

Quella onomastica non è, comunque, l’unica differenza rispetto alla «favola» italiana. Un’altra, infatti, la si trova nella furiosa lite del protagonista con i fratelli di Zorka, che conduce alla tragica morte di uno di loro. Per il resto, la narrazione, i luoghi e gli espedienti narrativi sono i medesimi, eccezion fatta per l’assenza del “diversivo” d’invenzione straparoliana, costituito dalla richiesta di ospitalità – da parte del calogero – avanzata da uno degli antagonisti. Per concludere, la morte della protagonista segue la narrazione dello Straparola, anche se Milovan, dopo aver scoperto il corpo senza vita della giovane, decide di rimanere sull’isola prendendo i voti.

 

La versione di Ferić, invece, si discosta leggermente da quest’ultima: Mara e Teramone, i personaggi principali, non sono caratterizzati in base all’estrazione sociale, e, inoltre, l’incipit della vicenda sembra celare la sacralità dell’isola – si scrive semplicemente «opposito Andreae a scopulo» (Ferić 1803, p. 146), letteralmente ‘dall’opposto isolotto di Andrea’, e non ‘di S. Andrea’. Esso, dunque, non lascia minimamente immaginare ciò che Straparola rende esplicito con la parola ‘calogero’, ovvero l’appartenenza di Teodoro al clero.

 

Mentre la relazione tra i due procede in totale segretezza, dunque, senza nessun incontro accidentale, a differenza di quanto era avvenuto nella precedente testimonianza, il ribaltamento del gender pattern rimane presente, come si può notare dalle parole di Mara (ivi, p. 147), che quasi ricalcano quelle di Malgherita:

 

Tu, quando la notte fonda coprirà il cielo con le sue tenebre, / innalza per me, sulla sommità della tua casa, una fiaccola: / dopo averla vista, accorrerò nuotando per le azzurre distese. / Lascia da parte il timore, io oserei nuotare come un pesce; mi guida / la Signora di Cipro, della quale sono fedele servitrice. / Ella mi condurrà sana e salva presso la tua dimora.

 

Le ultime frasi che descrivono la morte della protagonista (ivi, pp. 148s.), infine, ancora una volta molto vicine al racconto di Straparola, contribuiscono a caricare l’atmosfera di ulteriore tragicità. Ormai gli stessi fratelli l’avevano attirata in mare aperto con una fiaccola, facendola allontanare sempre di più dalla dimora dell’amato:

 

E quando spensero / il lume, mancandole ormai ogni speranza di salvezza, / poiché le sue braccia cadevano stanche a causa del loro continuo movimento, / come un battello distrutto, fu inghiottita dagli abissi.

 

Per concludere, dunque, dopo la nota dolente che segna la fine di un amore già destinato a un tragico epilogo, non rimane altro che ricordare come, nella testimonianza letteraria dello Straparola – che ha visto la luce all’interno della florida Venezia del Cinquecento, ancora dominatrice incontrastata del Mediterraneo –, emerga un’intricata serie di rapporti imitativi, che solo parzialmente si è cercato di indagare. Essi, infatti, se da un lato dimostrano la relazione che sussiste tra un mito classico e un’altra tradizione culturale apparentemente lontana, dall’altro, mettono in rilievo come l’amore sia una di quelle passioni così squisitamente umane, da poter essere declinata, da popolo a popolo, in maniera tanto differente, quanto efficace.

 

Tutte le traduzioni sono a opera di chi scrive.

 

Per saperne di più:

Per i riferimenti al testo dello Straparola si rimanda all’edizione critica del Pirovano:

Straparola 2000 = Giovan Francesco Straparola, Le Piacevoli Notti, a cura di D. Pirovano, Roma: Salerno Editrice 2000.

Cazalé Berard 1995 = Claude Cazalé Berard, Filoginia/misoginia, in Lessico critico decameroniano, a cura di R. Bragantini e P.M. Forni, Torino: Bollati Boringhieri 1995, pp. 116-141.

Ferić 1803 = Ðuro Ferić, Periegesis orae Rachusanae duobus libris comprehensa, Rachusii 1803, pp. 147-149.

Preradović 1918 posth. = Petar Preradović, Lopudska sirotica (1855, frag.), in Petar Preradović, a cura di I. Maričić e A. Žeželj, Beograd: Zora 1918, pp. 35-40.

Stojanović 1903 = Ivan Stojanović, Povijest Dubrovačke Republike, a cura di A. Pasarić, Dubrovnik 1903.

Marin Lucianović, Legenda o lopudskoj sirotici, «OUR SEA», XIV/III-IV 1967, p. 98.

 
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