14 maggio 2021

The Great God Job: Sfruttamento e fede in "Christ in Concrete"

La conflittuale relazione tra i valori religiosi cristiani e il desiderio di raggiungimento del benessere economico statunitense nel romanzo di Di Donato.

La frammentazione della comunità italo-americana si manifesta attraverso l’offuscamento della fede cattolica, che, avvertita come ostacolo al raggiungimento del benessere, viene soppiantata dalla fiducia incondizionata nel sistema capitalistico, come si comprende dal romanzo The Fortunate Pilgrim di Mario Puzo «Money was God. Money could make you free. Money could give you hope. Money could make you safe. Renounce money? As well ask a man to give up his gun in the wild jungle». Si va così a creare una relazione conflittuale tra la dimensione capitalistica statunitense e la dimensione religiosa cristiana, che, percepita come ostacolo al benessere economico, che aveva innescato il processo migratorio stesso, viene sostituita da una fiducia incondizionata nel sistema lavorativo americano.

 

Nel secondo film della trilogia di Francis F. Coppola The Godfather, trasposizione cinematografica dell’opera di Puzo, il regista raffigura, mediante l’immagine conturbante della statua di Cristo rivestita di dollari, la coesistenza tra la dimensione spirituale cattolica, espressione del retaggio culturale italiano, e il sistema capitalistico statunitense, destinato nondimeno a surrogare il credo religioso, rivelando l’atteggiamento ambivalente della comunità italo-americana nei confronti del processo di assimilazione nella società americana. Tramite la figura di Paul, Di Donato rappresenta il processo di allontanamento dalla fede cattolica e la nascita della fiducia nei confronti del sistema di sfruttamento capitalistico, incarnato dal lavoro stesso, che in Christ in Concrete si manifesta sotto forma di Job, che, riportato in maggior misura con l’iniziale maiuscola, rimanda alla figura biblica di Giobbe, profeta della pazienza messo alla prova da Dio. La relazione conflittuale tra la tradizione religiosa cattolica, elemento centrale dell’eredità culturale italiana, e il sistema di sfruttamento capitalistico alla base della società statunitense si intravede nell’esperienza di Paul, che, come afferma Benelli, testimonia il distacco da parte della comunità italo-americana dalle istituzioni cattoliche e l’avvicinamento a quelle capitalistiche: «Through Paul’s experience, we observe the Catholic institutions lose influence and effectiveness as Capitalist ones, manifest in Job, take their place». 

 

Il giovane Paul, che all’età di dodici anni, in seguito alla morte del padre in un incidente sul cantiere il giorno di Venerdì Santo (evento autobiografico che dà il via alla narrazione), è costretto ad abbandonare la scuola e lavorare in cantiere per sostenere economicamente la propria famiglia, perde la fiducia nelle promesse di una ricompensa ultraterrena, rifiutando di attendere pazientemente il riconoscimento divino decantato dalle istituzioni religiose cattoliche (da qui il riferimento a Giobbe) e affidandosi all’unica certezza tangibile: Job. Secondo Benelli: «As God begins to slip as something for Paul to believe in and trust, Job increases its own hold on his body and psyche». La dimensione capitalistica permea, dunque, il romanzo di Di Donato, assumendo le sembianze di una divinità brutale, definita nel romanzo «the cold ghastly beast» e «the great God Job», che, surrogando il credo cattolico e configurandosi come unico punto di riferimento per i muratori italiani, viene venerata a causa della sua potenza distruttrice a cui i personaggi non possono sottrarsi, come afferma Benelli:

 

Paul fully realizes how unfair his life, the lives of the other immigrants, are. They spend their lives praying to God and hoping for rewards after death, but he has lost his faith. Job is all that is left to him. Though he sees that eventually it will do to him what it did to his father, his uncle, and his godfather, Job is inevitable and inescapable. Though Annunziata is greatly grieved by his loss of faith in the Lord, Christ, and salvation, she can do nothing to alter him; the force of Job has been too strong.

 

Il lavoro, presentato come mezzo esclusivo per il raggiungimento del benessere economico statunitense, diviene l’unica garanzia rimasta ai personaggi di Christ in Concrete, che, nonostante la consapevolezza dell’impossibilità di sottrarsi al dominio di Job, perseverano nella costruzione materiale del sogno americano, affidandosi ai meccanismi di sfruttamento capitalistico, attraverso cui Di Donato mette in risalto le contraddizioni del sistema democratico statunitense stesso. «Son of two-legged dogs … despised of even the Devil himself! Work! Sure! For America beautiful will eat you and spit your bones into the earth’s hole! Work!» Job diviene allo stesso tempo l’unica speranza rimasta e la brutale macchina che trascina verso la morte e la disperazione i muratori italiani, che, come afferma Benelli, «are confronted with the fact that Job is all-powerful, as is God. It can give life, food, happiness, but it also takes back whatever and whenever it chooses». Configurandosi al contempo come strumento di controllo da parte della cultura dominante e come espediente tramite cui i muratori italiani riescono a costruire il proprio spazio di azione nella dimensione americana, il lavoro, in un’ottica hegeliana, assurge al ruolo di entità divina e, permeando ogni aspetto della vita dei migranti, diviene il fulcro dell’esistenza stessa. Come affermato da Di Donato, «men are driven and they prefer death or injury to loss of work. Work and die. Today I did not die. I have been let to live today and must be thankful that tomorrow I may return to work− to die».

 

Job, che diviene essenziale per i muratori («Job is freedom…for us»), si presenta quindi come un’entità trascendente, che, controllando l’esistenza dei lavoratori italiani, non può essere debellata. «Godson, let us disport in dulcent leisure and leave behind Job! Job! Job!» […] «Godfather, we dare not leave Job». Il lavoro erode, perciò, l’umanità dei migranti italiani, che, subendo un processo di spersonalizzazione, che comporta la perdita della propria identità individuale e comunitaria, sono alienati rispetto a quello che Karl Marx definisce Wesen (essenza umana), divenendo sostanza stessa di Job: «Our bodies are no longer meat and bone of our parents, but substance of Job». L’iniziale relazione conflittuale tra dimensione spirituale e dimensione lavorativa viene meno fino a che, sostituendosi alla fede cattolica, la fiducia nel sistema capitalistico diventa l’unica certezza per i migranti italiani. Come afferma Sarah Benelli: «Paul loses his faith in God and the Catholic institution as they are supplanted by the Capitalist institution of Job». I lavoratori italiani, abbandonati dalle istituzioni religiose e dalla figura divina, si affidano, nella speranza del raggiungimento del benessere economico, al sistema di sfruttamento capitalistico, che, alienandoli dalla propria umanità, li trasforma al contempo in vittime anonime della storia e redentori di una nuova umanità comunitaria. I muratori italiani divengono quindi delle figure cristologiche, che, sacrificandosi in nome di Job, si caricano degli attributi messianici di una nuova religione dello sfruttamento capitalistico, come vediamo da Christ in Concrete di Di Donato («My man was buried alive − my man was crucified»), e da The Fortunate Pilgrim di Puzo («They have put my husband on the cross»).

 

Per saperne di più:

Sarah Benelli, “Christ in Concrete and the Failure of Catholicism”, 5 March 2000, disponibile http://www.uvm.edu/~arosa/christconcrete.html.

Francis Ford Coppola, The Godfather Part II, Paramount Pictures, 1972.

Pietro Di Donato, Christ in Concrete: a novel, (1937), New York, New American Library, 2004.

Fred L. Gardaphe, Left Out: Three Italian American Writers of the 1930s, in Inventing Italian America Leaving Little Italy: Essaying Italian American Culture, New York, State University of New York Press, 2004, pp. 53-67.

Giuseppe Lombardo, In God We Trust: Emigrazione e rigenerazione in Cristo tra i muratori di Pietro Di Donato, Iperstoria, Vol. 5, (Spring 2015), pp. 154-167.

Mario Puzo, The Fortunate Pilgrim, (1965), New York, Ballantine Books, 2004.

 

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