19 luglio 2021

“La tremenda pace di un sogno”

Fanciullezza e altre presenze dell’irreale nella poesia di Anna Maria Ortese

 

Nel 1994, per rispondere a una lettera dell’amico e critico Giacinto Spagnoletti che le domandava le ragioni della sua scrittura poetica, Anna Maria Ortese dirà che i suoi versi intendevano «capire il farsi di un’anima», secondo quanto riportato in un articolo di Anna Toscano. Tutta l’opera di Ortese, in quell’errare infinito della sua vicenda esistenziale e letteraria, deve in effetti l’irrequietezza della sua scrittura alla ricerca della storia di un’anima sempre tesa ad auscultare, oltre le forme del reale, tutte le contraddizioni del vivere. Se molti dei suoi noti scritti in prosa, dai romanzi ai racconti, passando anche per i reportage giornalistici, riflettono nel loro ondivago procedere l’intensità delle incomprensioni avvertite dall’autrice, la scrittura che permette di ricomporre questa sorta di formazione dell’anima sembra essere quella poetica, contraddicendo il ruolo apparentemente marginale che questa ha assunto all’interno dell’opera di Ortese. Al contrario, la scrittura in versi ben si presta a ritrarre le vicende individuali della scrittrice, non solo perché, come affermerà, risponde «a un impulso emotivo o espressivo», ma anche perché la trama simbolica che ne è alla base lascia intravedere nella comprensione di “un’anima” tracce luminose di quella «condizione marina, tutta enigmatica e mutevole, dell’uomo».

 

A restituire la storia di un’anima, nel suo crescere e nel suo sfaldarsi, sarà allora Il Porto di Toledo (1975), il romanzo a cui Ortese lavorò a lungo per commentare, secondo un suo iniziale progetto, i primi scritti poetici da lei composti nella casa di Napoli. Oltre la scrittura in prosa, il forte bisogno di espressività avvertito dall'autrice può trovare forma in particolare nella scrittura poetica, l’unica ammissibile per poter restituire le intuizioni di numinose verità, come Ortese afferma commentando una delle sue prime prove poetiche: «questo scritto mi era venuto proprio per caso, sentendo (…) una speranza e un’oppressione insieme, speranza di un bene di cui non sapevo nulla, e che però mi pareva contenesse male infinito». Per questo, le poesie composte negli anni Trenta, poi pubblicate con i componimenti scritti fino agli anni Ottanta nelle raccolte Il mio paese è la notte (1996) e La luna che trascorre (1998), costituiscono per Ortese e per la complessa e delicata architettura del suo pensiero «pochi diruti piloni sopra un ponte di nulla», non rinunciando così a riconoscere il valore autonomo di una poesia che accoglie in sé le riflessioni filosofiche ed esistenziali dell’autrice, mediante immagini poetiche evocative e sempre tese tra la realtà e la visionarietà.

 

Questi «piccoli scritti in forma di poesia» – come vengono definiti da Ortese, che non chiamerà mai queste composizioni «poesie» – non sono infatti altro che trascrizioni simboliche di una vita che appare privazione e segno di attese rivelazioni. La stessa scrittura poetica si rende in tal senso necessaria per dare forma al dolore della perdita, provocato dalla morte del fratello Emanuele nel 1932, poiché è solo il verso a poter descrivere questo vuoto e a permettere a una giovane Ortese di «rendere con la parola scritta, e un sentimento calmo – rendere in modo estatico -, qualcosa di atroce e soprattutto insondabile».

 

Ad apparire imperscrutabile, oltre all’immotivata ingiustizia di una giovane vita prematuramente interrotta, è anche il sentimento del tempo e del suo disfarsi, in un continuo mutamento di forme e di espressioni che si dona e si sottrae agli uomini, eliminando ogni avvenimento, senza sopprimere la disperata ricerca di una parola che plachi questo caustico e inspiegabile “passare”. Queste prime notazioni sull’esistenza, nella loro insondabilità, possono tuttavia essere espresse attraverso la qualità estetica, propria della letteratura o di quella che Ortese definirà «Espressività», poiché, come scriverà in Corpo celeste (1997), «solo in qualcosa di natura profondamente diversa e contraria, la natura e l’animo tragico delle cose si riflettono». Perciò, la scrittura poetica, anche se per molto tempo ha quasi assunto i caratteri di un’attività nascosta, le permette di esplorare i confini inconoscibili della realtà e dell’animo umano, che possono essere espressi grazie a una pluralità di simboli e immagini ricorrenti in tutta la sua opera.

 

D’altra parte, come è stato riconosciuto da Luca Clerici, è la ricorsività di questi elementi simbolici, accompagnata comunque da una continua riformulazione dei motivi centrali della sua poetica, a garantire l’organicità della letteratura di Ortese, assicurando la mutevolezza del suo pensiero a un’intensa figuratività, presente in modo pervasivo proprio ne Il porto di Toledo, dove «le figure ricorrenti contribuiscono a creare quella tipica atmosfera ‘mitica’ e fantastica della pagina ortesiana, e risultano sommamente disponibili proprio perché archetipiche, sintesi oggettivate di eventi sentimentali». Il ricorso a questo sistema di immagini, che in gran parte si riferisce a elementi naturali, come la luna, il mare, la nuvola, non risponde solo all’esigenza di rendere narrabile il dolore e il male o di velare i pur presenti riferimenti autobiografici dei suoi scritti, ma esprime anche la necessità di Ortese di sporgersi sempre oltre la soglia del visibile, assecondando l’interrogativo latente che risuona infatti in una delle prime poesie pubblicate su “L’Italia letteraria” nel 1933, Sempre a una soglia. La frantumazione che il reale continuamente subisce, spesso provato da iniquità e miserie, risulta infatti intollerabile alla vista e spinge alla ricerca di un’altra vista, di un’altra realtà, dove sia dunque possibile attingere a un’irrealtà, che si rivela una componente più autentica e vera dell’esistenza: «È vano / l'interrogare. Passa / l'umano e l’inumano / lo segue. Passa / ogni cielo: stregati / stanno cieli non veri. // O nuvola mia vera, / dissi… perciò non piangere, / ché un altro cielo deve / - un’altra patria – esistere».

 

Eppure, questa scrittura intensamente figurativa non intende sovrapporsi al reale per rinnegarlo del tutto, al contrario, come scrive Giulio Ferroni, «questa irrealtà è passione della realtà, esperienza del dolore che si subisce dalla realtà stessa e per poterne scrivere allora è necessario superare l’“arido vero” leopardiano e lasciar affiorare ciò che non è immediatamente visibile, nel tentativo di cogliere il mistero stesso dell’esistenza». Per fare ciò, sono ammesse nel linguaggio poetico le multiformi espressioni dell’irreale che frequentemente ricorrono nei versi di Ortese, in particolare nelle poesie scritte dagli anni Trenta fino gli anni Cinquanta, e che collocano i suoi componimenti in una dimensione sospesa tra la realtà e il sogno, tra la luce e l’opaco, tra il riconoscibile e l’inespresso. Sono infatti proprio queste forme dell’invisibile, testimonianze dell’unica autentica irrealtà, a denunciare il dolore che sostanzia la vita umana e a porsi come dissenso rispetto a una realtà fallace e, ancor di più, duramente compromessa dalle stesse inconsulte azioni umane. La sua scrittura dell’”irreale” si combina, come nota Monica Farnetti, «alle forme suscitate da una filosofia (o un’etica)-poesia, dove il rapporto tra le due “corrispondenze al vero” (così nello Zibaldone), ovvero le due speculari attività del pensiero, è verificato simultaneamente sul terreno della riflessione morale e su quello dell’invenzione letteraria».

 

Questi ultimi due piani, ossia la meditazione morale e la visionarietà della scrittura, interessano in particolare la produzione poetica dell’autrice, in special modo quella composta a partire dagli anni Sessanta, che ben asseconda l’intenzione di Ortese di trasformare una privazione personale e collettiva, quale l’oppressione che le creature più piccole sono costrette a subire per via di irragionevoli ingiustizie, in una parola che sia, a detta dell’autrice, «aggiunta e mutamento» del reale. Infatti, la scrittura di Ortese non si esaurisce nella forma e nell’espressione, ma matura nella misura in cui riflette e accoglie lo sguardo dell’altro. Come è riconosciuto dalla stessa autrice, anche in Il mio paese è la notte – l’unica silloge curata e introdotta dalla scrittrice, mentre una sua seconda antologia si compone di una scelta di poesie curate da Giacinto Spagnoletti - «a iniziare dalla seconda metà della raccolta, il paesaggio intorno, muta: non è più il paese mediterraneo, e le emozioni della giovinezza contano poco o non ci sono più». Si realizza, dunque, un’ulteriore apertura e lo sguardo di Ortese arriva a comprendere la sofferenza di tutti, attraverso un’«esperienza di scrittura insieme empatica e misericordiosa, che dà voce al dolore colto ovunque lo si incontri e semplicemente perché fa parte del mondo» (Monica Farnetti).

Questa tensione etica garantisce l’unitarietà di una raccolta che, attraverso una fitta trama di simboli, realizza quelle «strutture di luce» su un mondo opaco, illuminando le relazioni invisibili tra le parole e l'umanità. In tal senso, anche le presenze simboliche della luna o della notte, come è stato rilevato anche da Carla Cenci, non sono solo parvenze dell’irreale, che possono rivelare ciò che si nasconde al di là del «velo abbagliante» della vita terrestre («Verranno le notti / Le estive / grandiose notti che un fiato / caldo c’involge (…) / In tutte / le stanze penetra la luna, / e tutti i letti rivela / bianchi e gli oscuri angoli / dove si pianse»), ma sono anche silenziosi testimoni del passare di una fanciullezza che, come recita il titolo di un’altra poesia, passa «piangendo».

Oltre il senso di profonda pena provato nell’avvertire la straordinarietà e la caducità del vivere, oltre l’amore come promessa di un chiarore nel buio dell’inconoscibile, oltre le nuvole e le stelle, inarrestabili nel loro mutare e passare, rimane nei versi di Ortese un duraturo e perseverante legame con l’età dell’infanzia. Se nei primi componimenti, la giovinezza perduta introduce a una conoscenza più scoperta – e dunque più dolorosa – della realtà, con la conseguente fine dell’età del sogno («Lontanamente fu / un brillìo di marine al sole / la prima età: non vidi / più bella cosa dopo (…) / ora che tu sei partita, / mia favola, favorita / giovinezza, con poco dolore, / soletto, s’addorme il mio cuore»), nella seconda parte della raccolta questo simbolo assume una nuova luce. Infatti, dopo aver assistito alla miseria del dopoguerra nella città di Napoli e aver sofferto alla vista dell’«abbandono totale dei bambini», anche la scrittura poetica, anticipando un mutamento che presto interesserà anche le opere in prosa di Ortese, cambia il suo dettato, ora più asciutto e in diretto rapporto con il reale. L’universo poetico della scrittrice resta invariato, ma la distanza tra l’io lirico e gli elementi della sua poesia sembra accorciarsi sempre di più, sino a giungere a un’identificazione totale di Ortese con tutte le “forme minori” della creazione, irrazionalmente oppresse e dimenticate: «Nessuno verrà mai su questa terra / a dirci le ragioni delle cose, / fosse anche una ragione da niente; a svegliare i morti bambini, / a svelare la legge totale della / Iniquità». Ortese si identifica così in una specie “celeste”, quella cioè costituita da quanti restano esclusi dalla «pianificazione ottimale della vita», rinnovando la sua critica rivolta a «la specie umana che lungi dall’adorare e dal comprendere offende ed empiamente umilia ogni giorno la creazione». Il senso di appartenenza a questa umanità sofferente si accompagna, in questa calma solitudine, a un sentimento di angoscia per quanto resta comunque irrimediabilmente inconoscibile, custodito in un mondo “altro”: «Ricordo, e credo che in qualche luogo, / in qualche luogo tutto ciò si è trasferito – / i miei compagni, le stelle, la mia generazione, / le strade che segrete percorrevamo, gli occhi che custodivano misteri tanto semplici (…) / Forse noi sogniamo di vivere, semplicemente, / forse siamo figure di un sogno da altri sognato (…)». È, ancora una volta, la figura del fanciullo che permette di tenere insieme un dettato poetico di forte intensità etica con sofferte riflessioni di natura esistenziale, poiché «diviene mistica figura dell’indifeso destinato a portare su di sé la croce del dolore universale, concentrato silenzioso della sofferta creazione» (Carla Cenci) e ciò è ben visibile nell’ultima sezione della raccolta poetica, denominata Cinque bambini della creazione a me carissimi (1980). La denuncia verso l’indifferenza del mondo di fronte ai piccoli si unisce a nuovi vertiginosi interrogativi («da dove viene questo paterno Universo, se non ha memoria / dei suoi bambini bellissimi, se non li ricorda, non li ama?») e rende manifesta l’istanza morale che percorre i versi composti negli ultimi anni di Ortese rivolti a ogni uomo, il cui fine deve coincidere con l’«obbedienza alle grandi leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate». Dedicando l’ultimo componimento a Scotty Moore, un detenuto condannato alla pena si morte che, per la sua vicenda personale, si pone come emblema di quell’umanità dimenticata, Ortese affida ai versi il significato più alto della sua riflessione morale e del suo impegno, illuminando il senso profondo della solidarietà e della compassione. Pronunciandosi nuovamente a favore dell’uomo e per l’uomo, Anna Maria Ortese confida in un mondo autentico, finalmente rivelato, nel quale sarebbe allora possibile la libertà di ogni anima e il respiro di tutte le creature: «Credo che il dolore non debba più essere / - poiché tu lo hai visto, fanciullo, e sai che è intollerabile / (…) / perché so che interverrai, / che da te inizierà l’auspicata liberazione, / (…) / Senza aspettarti nulla dagli Angeli, / (…) / Ma essi sono là, ti guardano, / (…) diranno che avesti pietà, / e che la natura è libera, libera per sempre».

 

 

Per saperne di più: Le poesie di Anna Maria Ortese sono raccolte in Il mio paese è la notte, Roma, Empirìa, 1996 e in La luna che trascorre, a c. di G. Spagnoletti, Roma, Empirìa, 1998. Tra le diverse opere di Ortese, si consiglia Il Porto di Toledo, Milano, Adelphi, 1998 e Corpo celeste, Milano, Adelphi, 1997. Per una conoscenza più accurata dell’opera dell’autrice, si può far riferimento alla monografia di M. Farnetti, Anna Maria Ortese, Milano, Mondadori, 1998 e al saggio Nessun male può dirsi lontano. Anna Maria Ortese, una scrittrice morale, a c. di P. di Paolo, Roma, Empirìa, 2014.

 

 

Immagine di copertina: Terra e mare di Martina De Giorgi - Libera per usi commerciali

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