20 luglio 2021

Le vent se lève, il faut tenter de vivre

Il simbolismo del vento e dell’aria nel cinema dell’ultimo Miyazaki, tra macchine volanti e utopie melanconiche

 

«Le vent se lève! . . . il faut tenter de vivre! L'air immense ouvre et referme mon livre, La vague en poudre ose jaillir des rocs! Envolez-vous, pages tout éblouies! Rompez, vagues! Rompez d'eaux réjouies Ce toit tranquille où picoraient des focs!»

 

Su questi primi versi tratti da Le Cimetière marin di Paul Valery si sviluppa nel 2013 l’ultimo capolavoro cinematografico di Hayao Miyazaki, Si alza il vento. Un testamento artistico, spirituale e filosofico per uno dei più grandi registi e sceneggiatori d’animazione giapponesi al mondo. Il film è un inno al vento e al tempo stesso è un inno alla vita. Il vento apre e chiude l’opera di Miyazaki.

 

Il soffio vitale - il ki - che definisce l’esistenza nel continuo e naturale processo di nascita e morte, è quello su cui per decenni si sono alzate in volo le imponenti macchine volanti che da Nausicaä della Valle del vento, passando per Laputa - Castello nel cielo e Porco Rosso, solo per citare alcuni dei più grandi prodotti cinematografici dello Studio Ghibli. Da ciò è nato l’interesse quasi esclusivo che la critica, non solo cinematografica, ma anche di stampo filosofico, semiotico e storico, ha dedicato al suo ultimo capolavoro. Un esempio tra tutti è la raccolta di saggi I mondi di Miyazaki a cura di Matteo Boscarol, pubblicato nel 2016 per Mimesis, la quale ha permesso anche al pubblico italiano di far luce sulla Weltanschauung dell’opera del grande regista: dall’incedere di un tempo scandito dall’avanzamento della tecnica e accompagnato dal soffio vitale del ki, si delinea in primo luogo la riflessione di Marcello Ghilardi contenuta nella raccolta:

 

«La presenza invisibile; eppure, viva ed efficace del vento è anche una potente idea cinematografica che Miyazaki si porta dietro da tempo – l’intera sua opera è intessuta d’aria, di velivoli, di brezze, di una “leggerezza” che è tutto il contrario di ogni frivolo divertimento cartoonesco.»

 

La leggerezza di Miyazaki è quella del sogno, contrapposto al crollo di ogni speranza di progresso civile, ben rappresentato dalla figura del protagonista di Si alza il vento Horikoshi Jirō: il sogno non è tanto la volontà di fuggire dalla realtà, ma il tentativo di integrarla e di costruirci sopra qualcosa per sé e per gli altri, superando la malinconia e la decadenza imperanti.

 

Pertanto Le cimetière marin è la cornice ideale che Miyazaki utilizza per fondere insieme due storie completamente antitetiche: quella dell’ingegnere Horikoshi, costruttore del caccia Mitsubishi A6M Zero, e quella del romanzo The wind has risen di Hori Tatsuo, una storia d’amore e di malattia che si svolge in un sanatorio tra le montagne e che nel film di Miyazaki è rappresentata soprattutto nella relazione - assente nel romanzo - tra Horikoshi e Nahoko, malata di tubercolosi. La cornice poetica è quella di un tentare di vivere, sinonimo di fatica esistenziale e di disagio; una melancolia che indebolendo il corpo lo dissolve in puro spirito. Si potrebbe inoltre ampliare ulteriormente l’humus culturale del film a La Montagna Incantata di Thomas Mann, da cui Tatsuo trae ispirazione per il suo romanzo, e il cui riferimento è rappresentato nel film di Miyazaki dalla presenza di un personaggio tedesco chiamato Castorp come l’Hans Castorp protagonista del romanzo di Mann. Egli rappresenta una figura disincantata, a tratti pessimista. Mentre le nuvole di tempesta di un nuovo conflitto mondiale sembrano addensarsi sul mondo, Castorp rappresenta la controparte tedesca di Horikoshi: come per la sua Germania, Castorp prospetta la rovina per la sua futura alleata giapponese.

 

Eppure, più che con Castorp, Horikoshi dedica anima e corpo al volo e alla conquista dei cieli rapportandosi costantemente con il suo omologo italiano Caproni. Entrambi gli ingegneri, costruttori di macchine volanti, sembrano prospettare per l’umanità un ritorno all’infanzia; a quel momento della vita in cui personalità e immaginazione si concentrano e le potenzialità divengono pressoché infinite, e persino la conquista del cielo è più vicina che mai. Caproni, Horikoshi e Miyazaki vivono in funzione dei propri ideali. Per l’ingegnere italiano la sola esistenza di un mondo pieno di oggetti meravigliosi come aerei o piramidi è sempre preferibile ad un mondo che ne fosse sprovvisto. Solo la bellezza giustifica l’esistenza.

 

Nella cinematografia di Miyazaki si evince pertanto una riflessione etica ed estetica sulla bellezza della tecnica. Si prospetta nella sua filmografia un mondo privo di volontà di dominio, di potenza e di guerre. Il che sembra in clamorosa contraddizione con il protagonista scelto per Si alza il vento, Horikoshi Jirō che, come si è accennato, ha storicamente ideato uno dei più formidabili aerei da combattimento giapponesi di tutta la Seconda Guerra Mondiale. L’Horikoshi di Miyazaki, tuttavia, dispiega tutta la propria creatività e testa il suo caccia in scenari quasi bucolici, dominati dall’azzurro del cielo e dal verde incontaminato dei prati. In un contesto simile si svolge l’ultimo dialogo tra l’ingegnere giapponese e il suo omologo Caproni, e qui viene ribadita la difesa della bellezza delle macchine volanti pur se impiegate per fini bellici. Al di là della sua funzione, un aereo resta in fin dei conti un sogno realizzato, come scrive ancora Ghilardi:

 

«Si tratta di una sensibilità per tutte le cose, poiché tutte sfuggono; è l’afflato venato da una certa malinconia per la bellezza di ciò che passa, è anche l’amore e il ricordo di ogni sensazione transeunte, la capacità di accogliere il fluire del tempo come ciò che costituisce l’intima essenza del vivere».

 

Il dialogo che conclude simbolicamente il film è dunque un vero e proprio addio che dagli speranzosi appelli ad una tecnica messa al servizio dell’uomo e della natura e di un pacifismo utopico evolve verso una consapevolezza disincantata della ciclicità della natura, che nel divenire costante del vento si sviluppa in una costante angoscia esistenziale dell’uomo nei confronti della propria caducità. Horikoshi e il suo mondo danzano sull’orlo di un dirupo che dà sulla deflagrazione della Seconda Guerra Mondiale, consapevole di dover dispiegare al massimo la propria vita e il proprio divenire, al ritmo eterno dell’aria e sulle ali dei propri aeroplani.

 

Il divenire è però in Miyazaki un incedere speranzoso che, pur non fissandosi in forme definitive, non si può dominare; semmai, si può soltanto accompagnare con l’uso della tecnica.

 

Per concludere, ancora con le parole di Ghilardi, sembra che l’ultima filosofia di Miyazaki trovi dunque la sua compiutezza in un pessimismo velato da disincantata accettazione della realtà in quanto costante costruzione, senza un fine né una conclusione, di sé stessi nel tempo:

 

«E l’arte non è dunque soltanto un fatto estetico. È opera di costruzione di sé, è atto di resistenza al caotico affastellarsi di azioni sconclusionate, di aneliti di potenza, di epoche che sembrano travolgere gli istanti felici delle persone: nel suo accadere e anche nel suo cadere, segna il ritmico respirare di una vita, il suo prodursi nel tempo, il farsi e il disfarsi dei suoi giorni».

 

Per saperne di più:

Si consiglia in primo luogo la visione del film di Miyazaki Si alza il vento. Altri celebri film del regista giapponese in cui è evidente il simbolismo del vento e la presenza delle sue fantasiose macchine volanti sono certamente Porco Rosso, Laputa – Castello nel cielo e Nausicaä della Valle del vento. Per quanto riguarda alcuni testi di riferimento, si guardi ovviamente alla raccolta di saggi edita Mimesis I mondi di Miyazaki. Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese, a cura di Matteo Boscarol. Infine è consigliata la lettura de Le cimetière marine di Paul Valéry, edito Einaudi e soprattutto del romanzo di Hori Tatsuo The wind has risen.

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commerciali

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