29 giugno 2021

La "peregrinatio" del saggio stoico e dell’umanista (seconda parte)

Naufragio del saggio, pellegrinaggio nella letteratura: epistole odeporiche e interpretazioni simboliche del viaggio in Seneca e Petrarca

L’opera di Petrarca appartiene ufficialmente al genere letterario degli Itineraria, memoriali di viaggio composti, in epoca medievale, per fornire una guida ai pellegrini in cammino verso la Terra Santa, strutturati in genere come una descrizione delle singole tappe del viaggio, dalla partenza all’arrivo e alle singole stazioni della visita dei luoghi santi; inoltre, a partire dal XIV secolo, essi si arricchiscono di numerose notazioni memorialistiche in cui la figura del pellegrino diventa centrale, disposta a rendere i lettori partecipi delle difficoltà esperite in prima persona. All’interno di questo panorama, Petrarca si fa portatore di novità profonde avvicinando la sua composizione alle caratteristiche proprie dell’epistolografia, definite da Lo Monaco come «precisione e ricchezza di dati, accanto a semplicità di stile e chiarezza»: oltre alle Familiares “odeporiche” e ad alcune Epistulae metriche, anche l’Itinerarium mostra come la forma del racconto epistolare sia ritenuta particolarmente adatta a ripercorrere un’esperienza di viaggio tanto nei suoi dettagli più quotidiani, quanto nel suo significato simbolico più complesso. Questi primi elementi già permettono di individuare paralleli strutturali con l’opera senecana: innanzitutto, la lettera è considerata il genere letterario adatto a descrivere a un amico interessato esperienze di viaggio vissute (più o meno realmente) e allo stesso tempo destinate a farsi simbolo della vita umana. Inoltre, le literulae si rivelano una sostituzione efficace dell’incontro tra amici e veicolo prediletto per l’insegnamento da parte di un maestro non ancora completamente formatosi ma ben deciso a migliorare sé e gli altri; più dello scambio personale, esse sono capaci di guidare l’allievo nel percorso di miglioramento morale, necessario, nel caso di Giovanni, per avvicinarsi ai luoghi santi della cristianità. Come Seneca aveva riconosciuto che uno scritto ben composto può immorari, trovare sede fissa nell’animo del ricevente e lì dare i suoi frutti, così Petrarca ritiene che l’imago di sé – si noti la ripresa del termine – offerta dall’Itinerarium sia ancora migliore di quella reale e corporea, mutevole ogni giorno, perché stabilior e rappresentazione di animus e ingenium, tale da permettere un’osservazione internis luminibus dell’essenza dell’amico-maestro. L’epistola è in definitiva una raffigurazione simbolica del meglio di sé, ovvero delle proprie conoscenze e riflessioni: luogo perfetto per trasfigurare l’esperienza vissuta in immagini simboliche e utili alla crescita morale e culturale. In ciò gioca un ruolo centrale, anche per Petrarca, la scelta di uno stile brevis, capace di riunire un iter longissimum in pochi fogli manoscritti, destinati però a esercitare un effetto durevole.

 

Passiamo quindi a osservare più da vicino il contenuto dell’Itinerarium. Nella sua narrazione, Seneca, una volta in preda alla burrasca, scopre di essere afflitto dal mal di mare, e similmente Petrarca, nell’inizio dello scritto, richiama le sue esperienze passate di navigatore per mostrare che egli non ha timore della morte, ma della peiorem morte nauseam, un vero mostrum. Si mostrano qui le prime differenze tra i due autori: mentre Seneca si era gettato nella navigazione senza timori iniziali, in quanto, a livello simbolico, persuaso dell’inevitabilità di questo duro scontro con la vita, Petrarca ritiene di potersi volontaristicamente sottrarre alla difficoltà, e di poter vivere comunque il viaggio con un’altra tranquillità, seduto nel suo studiolo. Per Seneca anzi è necessario imparare a sopportare il fastidio provocato dal corpo, mentre Petrarca è persino contento di avere questo freno a un animo altrimenti inexplebilis, incolmabile, dalla rerum novarum visio: costretto a fermarsi, arriva al paradosso di poter descrivere a Mandello un tracciato mai davvero percorso perché convinto che passim multa que non vidimus scimus, multa que vidimus ignoramus – talora conosciamo molte cose mai viste, ignoriamo invece ciò su cui abbiamo già posato gli occhi. E lui conosce ciò che non ha visto grazie a uno strumento imprescindibile: la lettura dei classici, sostituzione perfetta per un’esperienza potenzialmente pericolosa – emerge quindi una seconda, sostanziale differenza rispetto a Seneca, che pure intesse la descrizione delle sue traversie presso Napoli con citazioni dai testi dell’età augustea. Si è visto infatti in precedenza che proprio nell’affannoso e fallimentare tentativo d’attracco descritto nell’epistola 53 Seneca scopre di non essere Enea, di non essere Ulisse, ma tuttalpiù una versione tragicomica di questi eroi: i versi di Virgilio e Omero non possono significare anche le sue esperienze, sta a lui viverle e interpretarle. Petrarca è invece certo di poter narrare un viaggio mai davvero esperito e che mai davvero esperirà sulla base dei racconti del passato: la successiva descrizione delle singole tappe è infatti un intarsio di memorie letterarie, soprattutto profane, talora religiose.

 

In tal modo il mittente realizza una promessa fatta al destinatario sulle soglie della narrazione: di unire ovvero nell’Itinerarium informazioni utili ad salutem anime ad altre destinate alla notitia rerum e infine – cosa più importante – alla memoria exemplorum capace di excitare un animo militaris e magnus, pronto ovvero a mostrare il suo valore, la sua grandezza. E Petrarca è in ciò davvero umanista: il suo pellegrinaggio si rivela un percorso fra memorie letterarie di grandi personalità ed eventi paradigmatici, capace di sostituire la realtà, di rivelarsi anzi ancora più vero della realtà – se la geografia si trasforma in simbolo, può allora nascondere in sé i racconti di esperienze vissute da molti uomini e molte generazioni, moltiplicando i sensi del reale. Nelle dense righe dedicate a tratteggiare la cosa tirrenica, si affollano innumerevoli personaggi: Petrarca stesso, che nell’Africa ha dedicato dei versi a tale tema, ma anche il poeta Virgilio, il re Anco Marzio, la maga Circe, Sant’Erasmo, l’assassinato Cicerone, l’inquietante Sibilla, Seneca stesso perduto nella Crypta Neapolitana – per fare solo alcuni esempi. Così continua l’affresco fino all’estrema punta dell’Italia, passando alle Cicladi, alla Grecia, a Cipro, all’attracco presso Damasco, fino alla visita di Gerusalemme e alla discesa, sulle tracce di Gesù perseguitato, verso l’Egitto e, in particolare, Alessandria. Lì Mandello dovrebbe andare in visita delle reliquie dei santi, tuttavia vetustas et fama clarorum hominum toccano come faces, come fiaccole accese, gli animi degli uomini: allora specta, lo esorta Petrarca, fermati e osserva, anche il sepolcro di Alessandro e le ceneri di Pompeo, i segni delle gesta di Cesare, il grande Pharo. Ed è quantomeno sorprendente che un pellegrinaggio verso i luoghi della fede si concluda richiamando, come più volte fa anche Seneca nelle sue epistulae, il valore formativo dell’incontro con questi magistri, classici e pagani: da loro Mandello può imparare e perpetuo memini, ricordare per sempre, quale sia la finis rerum humanarum, il gioco della Fortuna sulle vicende del mondo – così come ha potuto fare Petrarca leggendone le storie sui suoi manoscritti.

 

Arrivato alla fine del percorso, Petrarca rende evidente come la scrittura sia stata per lui davvero un viaggio: iam satis itum, satis est scriptum, e non si tratta solo di un banale topos letterario, perché egli è davvero consapevole, dopo aver solcato hanc papirum calamo properante, di aver visitato a sua volta ogni tappa intermedia, Gerusalemme e Alessandria, perché ha navigato fogli e fogli di narrazioni a riguardo – Virgilio, Lucano, Livio, Plinio, Pomponio Mela, Solino, nuove carte geografiche - per poi rievocarle con proprie parole a beneficio di Mandello. Sullo sfondo di tutte queste fonti, secondo la ricostruzione qui proposta, sta il modello strutturale, contenutistico, stilistico di Seneca: l’epistola come rievocazione del cammino percorso e sua interpretazione simbolica, la corrispondenza quale strumento per rendere l’autore una presenza tangibile anche se lontana, l’uso di uno stile rapido ed efficace per suscitare, nell’animo del discepolo, l’imago del maestro coi suoi insegnamenti; ancora, la rappresentazione di sé come uomo tormentato dalla nausea e dalle tempeste e il richiamo alla produzione letteraria precedente per descrivere tale situazione; infine, il tentativo di fare del viaggio un simbolo del proprio atteggiamento nei confronti dell’esistenza – atteggiamento però essenzialmente diverso nei due autori.

 

Seneca non può sottrarsi al combattimento, perché proprio uscendone vincitore si riscopre simile a un dio; durante la navigazione, egli è allo stesso tempo timoroso di perdere la vita in un naufragio e spettatore dei flutti ormai rasserenatosi. Petrarca invece, nell’Itinerarium, rinuncia a farsi pellegrino e si trasforma in uno spettatore e narratore del percorso altrui - riunisce anzi in una sola voce le impressioni di diversi spettatori, in quanto, grazie alla lettura delle loro opere e alle loro rievocazioni, ne può rivivere in prima persona le esperienze, pur avendo rifiutato ogni rischio legato al possibile salto nella vita. I classici si rivelano una guida e una salvezza, perché permettono di osservare come altri si siano comportati in mezzo alla tempesta senza rischiare di esserne sbattuti su una riva rocciosa: Petrarca non ha più bisogno di partire. La sua coscienza non è però del tutto serena al momento della rinuncia: nescio quibus peccatorum vectibus arceor uncisque detineor, ammette nel paragrafo iniziale, consapevole di essere invischiato nelle reti di un peccato non meglio identificato. Se si considera che alla conclusione del pellegrinaggio non è Cristo a stagliarsi come vincitore della morte, ma i mortali nemici Cesare e Pompeo, indimenticabili esempi sia della grandezza, sia del fallimento, si può forse pensare che gli uncini che hanno legato Petrarca a Milano siano proprio le guide che si è scelto per il viaggio: quella che dovrebbe sapere vivere come una realtà, l’incontro con i luoghi della salvezza, non può che trasformarsi, nel suo animo erudito, in un continuo simbolo che riunisce in sé diversi racconti di autori antichi. La scoperta debolezza dell’uomo è per Seneca la spinta a non sfuggire ai colpi del mondo, a esporvisi anzi nella speranza di trasformarsi in una irremovibile statua simile alla inscalfibile philosophia, per raggiungere così un posto nella sede degli dèi beati; Petrarca invece, consapevole del suo inevitabile ripiegamento sui bei versi virgiliani e lucanei ogni qualvolta si sporga a osservare il panorama reale, si autocondanna a soggiornare nella dimensione letteraria e simbolica – una barriera di peccati si innalza a separarlo inevitabilmente da Gerusalemme e l’unica possibilità di conoscere il mondo è abbandonarsi alle tanto amate letture.

 

Per saperne di più:

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio. Libro VI: Le lettere 53-57, a cura di Francesca Romana Berno, Bologna, Pàtron Editore, 2006; Lucio Anneo Seneca, Lo stile e l’uomo. Quattro epistole letterarie di Seneca (Sen. epist. 114; 40; 100; 84), introduzione, traduzione e commento a cura di Emanuele Berti, Pisa, Edizioni della Normale, 2018; Francesca Romana Berno, «Naufragar m’è dolce in questo mare»: filosofi e naufraghi, da Lucrezio a Seneca (e Petronio) in Maia, 67.2 (2015), pp. 282-297. Francesco Petrarca, Itinerario in Terra Santa ed. da Francesco Lo Monaco, Bergamo 1990; Michele Feo Il codice BB.1.2.5 di Cremona e il testo dell'«Itinerarium» in Italia medioevale e umanistica 17 (1974) 179-83; Michele Feo Un Ulisse in Terrasanta in Rivista di cultura classica e medioevale 19 (1977) 383-7; Attilio Grisafi «Nulla causa potentior quam pelagi metus»: paure metaletterarie e altre riflessioni sull'Itinerarium di Francesco Petrarca in Itineraria. Letteratura di viaggio e conoscenza del mondo dall'Antichità al Rinascimento 7 (2008) 73-85.

 

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