15 luglio 2021

Editoria e collane editoriali come simbolo della storia culturale italiana

 

Quella dell’editoria è una vicenda che si intreccia inevitabilmente a quella della storia italiana: l’attività legata alla produzione dei libri si evolve assecondando tutte le influenze del percorso storico, economico e culturale che hanno coinvolto il nostro Paese, influenzandole a sua volta. Già dall’invenzione dei caratteri mobili e dalla diffusione della stampa di Gutenberg nel Quattro-Cinquecento, la storia dell’Europa e quella del libro stampato si sono intrecciate  in maniera indissolubile, e le influenze dell’una sull’altra sono state in più occasioni esplorate e ripercorse. Anche nell’Ottocento, in modo particolare, la storia dell’editoria si è intersecata  con quella dell’Unità d’Italia e della rivoluzione industriale, diventando un vero e proprio settore di produzione industriale e occupando un ruolo rilevante anche all’interno dei processi storici, culturali e politici in atto.

 

Quello dell’editoria è infatti un settore peculiare, che non solo subisce e cavalca le trasformazioni a cui va incontro tutta l’economia italiana, dalla rivoluzione industriale degli anni Novanta dell’Ottocento a tutte le trasformazioni economiche del Novecento, ma si spinge oltre. L’evoluzione del settore editoriale, infatti, riguarda da un lato la produzione e la pubblicazione dei libri, quindi ha a che fare con il libro inteso come “merce” portatrice di un valore economico, ma coinvolge anche gli aspetti e i valori sociali e culturali che sono veicolati dal libro stesso, inteso al contempo come strumento di cultura e informazione, in quanto «risultato di un’opera di ingegno».

 

Il libro, in effetti, non è solamente riducibile ad un “prodotto” materiale dell’industria. Il suo valore, in altre parole, è sia di natura economica che non economica, come osserva Paola Dubini nel suo saggio Voltare pagina? Le trasformazioni del libro e dell’editoria. Dal punto di vista economico, il libro è un bene di consumo, ossia un bene materiale riproducibile su scala industriale, dunque soggetto alle regole economiche che governano i beni di largo consumo. Pertanto, il suo valore viene determinato dalla capacità della filiera editoriale di realizzare un prodotto di qualità, di distribuirlo e venderlo sul mercato, massimizzando l’efficacia dei processi di produzione e di acquisto. Dall’altro lato, però, il libro è anche un bene che si inserisce in una dimensione collettiva, in quanto dotato di un «valore relazionale», perché permette di instaurare un rapporto fra autore, editori e lettori; è inoltre un «bene di merito», a cui la collettività attribuisce un particolare valore funzionale allo sviluppo morale e sociale; infine è dotato di un forte «valore identitario», perché esprime l’individualità del singolo autore e ne conserva la memoria. Riunendo tutti questi aspetti, si può dire quindi che il libro sia portatore di un preciso «valore culturale», che include il suo valore sociale, linguistico, identitario, di status:

 

Il valore del libro trascende quindi il valore economico generato dagli attori della filiera del libro. Il sistema integrato di testo e supporto cartaceo crea valore in sé: come prodotto scambiato in transazioni economiche, come bene da conservare per mantenere la memoria, come sistema organizzato di contenuti definiti.

Questo sfaccettato e complesso valore del libro è nelle mani di coloro che gestiscono, organizzano e regolano la sua produzione e diffusione, ossia di tutti quegli attori che partecipano alla filiera editoriale: ecco che, allora, risulta chiaro come le case editrici e tutti i membri di questo processo produttivo non solo partecipino in maniera rilevante alla diffusione economica di un prodotto, ma giochino anche un ruolo fondamentale nella partecipazione alla storia culturale di un paese.

 

La storia degli editori e delle case editrici italiane, della loro influenza e del loro ruolo, diviene in qualche modo il simbolo della trasformazione insieme storica, economica e culturale dell’Italia, accanto alla quale l’editoria ha camminato e ancora oggi cammina. Le case editrici e la loro storia, infatti, possono essere valorizzate come espressione di politiche, pratiche e orientamenti alla loro base, ed è possibile osservare il ruolo che esse hanno avuto sul panorama storico e culturale italiano. Come osservato in Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, saggio di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi, le case editrici e le loro collane editoriali «in sostanza possono fare storia da sole, con la concretezza dei loro autori e direttori, opere e valori».

 

Possiamo pensare, ad esempio, al rilevante sodalizio fra Benedetto Croce e la casa editrice Laterza, che a lui affida la collana dei “Classici della filosofia moderna”, di orientamento idealistico, fondata nel 1905 da Giovanni Gentile. A questa operazione si oppone polemicamente l’iniziativa della casa editrice Carabba che, oltre ad aver dato inizio ad una vasta produzione di testi scolastici (a cui collabora Corrado Alvaro) che avrà un notevole impatto sulla cultura italiana del primo Novecento, affida a Papini la collezione filosofica “Cultura dell’anima”, di posizione complementare e opposta a quella di Croce.

 

Particolarmente rilevante per il suo ruolo sulla cultura e sulla storia delle idee è il caso di Solaria, rivista (poi divenuta anche collana libraria) fondata da Alberto Carocci nel 1926. Fra le iniziative più rilevanti del panorama letterario e culturale degli anni Venti e Trenta del Novecento, riesce a creare e imporre tendenze e idee nuove ed è in grado di attrarre a sé personalità quali Gadda, Vittorini, Saba e Svevo. Attraverso le pubblicazioni di Solaria, alle quali partecipano come curatori anche Alessandro Bonsanti e Ferrero e Leone Ginzburg, vengono proposti e valorizzati in Italia grandi nomi della letteratura europea (da Joyce a Kafka, da Proust a Gide). La diffusione delle novità letterarie legate alle produzioni europee e americane contemporanee e dei loro rinnovati volti è anche al centro della storia editoriale di Modernissima di Gian Dàuli e della sua collana “Scrittori di tutto il mondo”, che verrà acquistata dalla casa editrice Corbaccio di Enrico Dall’Oglio. A causa della sua impronta antifascista e socialista, anche a seguito di pubblicazioni di forte impegno politico, Corbaccio sarà colpita dalla censura fascista già nei primi anni Venti. Fra il 1923 e il 1943 verranno inoltre sequestrati più di sessanta titoli, sia per motivi ideologici, sia a seguito della promulgazione delle leggi razziali: La montagna incantata di Thomas Mann è fra le prime opere censurate (seguita dalle produzioni di Marcel Proust e di George Bernard Shaw). Distrutta da un bombardamento nel 1943, la casa editrice di Dall’Oglio è costretta alla clandestinità durante la Repubblica di Salò, pertanto si sposta in Svizzera, per tornare in Italia nel 1945: da questo  momento, la casa editrice ristamperà numerosi titoli, fra i quali i testi di Mann e Céline, aprendosi negli anni Novanta e Duemila anche al filone fantastico contemporaneo (pubblicando ad esempio Michael Ende e Margaret Atwood).

 

La stessa pesante censura del regime fascista colpisce anche Einaudi, che si era distinta per una produzione saggistica di opposizione (una vicenda segnata anche da episodi di sequestri e violenze) e che diviene, nel dopoguerra, un luogo centrale della cultura italiana: dal 1945 il direttore editoriale è Cesare Pavese, che riunisce attorno a sé collaboratori del calibro di Norberto Bobbio, Italo Calvino, Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, e molti altri. Come sottolineato da Ferretti e Iannuzzi, «la Einaudi rappresenta un’editoria di progetto, ed è un laboratorio di alta cultura e di opposizione, di qualità e raffinatezza», che si apre alle componenti politiche gobettiana e marxista.

 

Le case editrici testimoniano, inoltre, tutti i mutamenti intervenuti anche nell’ambito economico: Ferretti e Iannuzzi approfondiscono come, tra gli anni Venti e Trenta, il simbolo dei mutamenti legati all’industrializzazione sia la casa editrice Mondadori, che «sta diventando la nuova protagonista dei processi d’industrializzazione dell’editoria italiana» attraverso una serie di mosse strategiche, come «l’ammodernamento degli impianti» e «l’entrata nel mercato di periodici e rotocalchi», assieme ai generi popolari di largo consumo, come i gialli (genere letterario che prende il nome proprio dalla fortunata collana di Mondadori) e i fumetti. Non solo: perché grazie a collane come quella della “Medusa”, Mondadori inaugura una politica editoriale che si gioca fra qualità letteraria e successo di vendita, unendo in maniera sempre più forte il valore culturale e ideologico della letteratura al suo aspetto più strettamente economico. Nel dopoguerra, attraverso questa collana la casa editrice rilancia la produzione straniera e collabora «all’affermazione della narrativa e del romanzo come genere principe del mercato». 

Particolarmente rilevante, in questo intreccio di storia, economia, politica e letteratura, è il ruolo svolto dai collaboratori delle case editrici attraverso le loro scelte di pubblicazione e di valorizzazione, il loro ruolo di promozione o di rifiuto. Possiamo pensare, ad esempio, al ruolo di Vittorio Sereni (fra le altre, per la collana “Lo specchio” di Mondadori), Elio Vittorini (per Bompiani) e Italo Calvino.

 

Innegabile è, quindi, l’intreccio fra la storia delle case editrici e delle personalità a loro legate, nelle vesti di editori e collaboratori, e il panorama culturale e storico dell’Italia: attraverso le vicende legate al libro e all’editoria è possibile rileggere per intero la storia italiana. Allo stesso tempo, in quest’ultima possiamo ritrovare in filigrana tutte le vicende e le evoluzioni legate alle case editrici e all’insieme di valori che queste, attraverso la pubblicazione libraria, hanno veicolato.

 

Nel presente, l’editoria libraria ha cambiato profondamente il suo ruolo: sia perché sono mutati i protagonisti della filiera editoriale, e dunque sono mutati i processi di creazione del prodotto librario, sia perché la presenza delle nuove tecnologie ha apportato modifiche profonde al rapporto fra il testo e il supporto (cartaceo o digitale). Sono cambiati i ruoli delle case editrici e degli intermediari fra autore e lettore, grazie alla diffusione di piattaforme di condivisione, aggregatori, social media (con la diffusione  dell’auto-pubblicazione) che organizzano la produzione e la diffusione di nuovi mercati di contenuti. Inoltre, all’interno di questo processo, un ruolo sempre più rilevante viene svolto dal lettore, che si pone al centro della filiera:

 

L’editoria libraria è nata come settore per pochi lettori che è cresciuto di pari passo con la crescita dell’alfabetizzazione, della scolarità e del benessere economico e con l’abbassamento dei costi di produzione; negli anni il numero dei lettori è cresciuto significativamente e con il consolidamento dell’edicola e della grande distribuzione quello dei libri è diventato un mercato di massa. Con la digitalizzazione, si è aperta la possibilità non solo di portare “dentro” la filiera contenuti e attività che prima erano “fuori”, […] ma anche di organizzare in modo sistematico le attività del lettore e inglobarle all’interno dei modelli di business.

 

Per saperne di più:

Le citazioni riportate nell’articolo sono tratte dal saggio citato: Paola Dubini, Voltare pagina? Le trasformazioni del libro e dell’editoria, Pearson, Milano – Torino, 2013. La storia delle case editrici e delle collane editoriali si trova ripercorsa nel lavoro di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi, Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, minimum fax, Roma, 2014. Un contributo sulla storia dell’editoria in Italia, fra i molti disponibili, è quello di Alberto Cadioli e Giuliano Vigini, Storia dell'editoria in Italia: dall'Unità a oggi, Editrice Bibliografica, Milano, 2018.

 

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