25 maggio 2018

E adesso chi parla?

Un’introduzione all’analisi conversazionale: il sistema di organizzazione dei turni

Ad ognuno di noi, ogni giorno, capita di interagire con diversi tipi di persone, tutte con caratteristiche differenti: questa diversità determina, conseguentemente, modalità di conversazione sempre nuove e imprevedibili. Eppure, il funzionamento di una conversazione è chiaro a tutti. Questo avviene perché, al di là dei fattori variabili che influenzano la conversazione , tutti quanti conosciamo e utilizziamo inconsciamente gli stessi meccanismi: l’organizzazione di una conversazione risponde ad un sistema.

 

Negli anni Settanta, Harvey Sacks, studente di psicologia e linguistica, inizia a lavorare sulla sua tesi di laurea, in cui analizza delle chiamate di sconosciuti a un numero verde per la prevenzione di suicidi. Grazie alle tecnologie che si stavano sviluppando in quegli anni, Sacks è in grado di registrare e trascrivere sistematicamente il materiale telefonico per ricavarne delle informazioni utili. Il suo intento è quello di trovare degli schemi ricorrenti nelle comunicazioni fra gli interlocutori con il fine di ottimizzare le risposte degli operatori e rintracciare la posizione di coloro che richiedevano un aiuto. Analizzando il corpus di dati così ricavato, Harvey Sacks intuisce l’esistenza di schemi conversazionali trasversali che si ripetono in modo simile, non solo nel caso delle telefonate al numero verde per la prevenzione dei suicidi, ma in tutti gli scambi comunicativi.

 

Con il saggio A simplest systematics for the organisation of turn taking for conversation , pubblicato nel 1974, Sacks, insieme agli studiosi di linguistica Emanuel Schegloff e Gail Jefferson, dà vita a una nuova branca della linguistica:  l’analisi conversazionale. Questo tipo di analisi parte dal presupposto che la conversazione, seppure apparentemente caotica e disorganizzata, è in qualche modo codificata: registrando e trascrivendo dei dati reali di conversazioni spontanee è possibile dedurre alcune delle regole che la disciplinano. Queste regole vengono assimilate tacitamente da ognuno di noi sin dall’infanzia . Di conseguenza, per quanto possa sembrare disordinata e imprevedibile, in ogni conversazione si ripropongono dei modelli fissi che rispondono alle cosiddette regole di turnazione.

 

L’unità minima di questo sistema è costituita dal  turno di parola, ovvero il singolo contributo offerto da uno degli interlocutori per far sì che la conversazione proceda. La completezza della frase non è un fattore necessario per rendere completo un turno di parola, perché si considerano turno anche espressioni quali «Sì» o «A casa»: il turno può essere composto da una sola parola, un sintagma, una proposizione o un intero periodo. Se, dunque, la frase non è sintatticamente completa, come si fa a capire quando il turno dell’interlocutore è finito ed è il nostro momento di parlare? Innanzitutto, se si crea un silenzio, è probabile che il parlante si aspetti una risposta da parte nostra o di qualcun altro. Ma anche la prosodia, cioè l’intonazione della voce e il modo in cui viene pronunciata la frase, rappresenta un indizio importante sulla completezza del turno. Fra i fattori non-verbali, invece, si può menzionare lo sguardo, che ha anche la funzione di selezionare l’interlocutore successivo.

 

Tutti questi fattori sintattici, semantici e non-verbali concorrono ad individuare il punto di rilevanza transizionale (TRP, Transition Relevance Point), che marca il passaggio dal turno conversazionale di un parlante al turno di un altro. Generalmente, il secondo parlante interviene dopo il TRP, ma talvolta accade che anticipi l’inizio del suo turno, sovrapponendosi, dunque, parzialmente al turno del primo parlante senza per questo imporsi sull’altro e violare il suo diritto di parola: in questo caso si tratta di un segnale di accordo e comprensione reciproca. Altre volte, invece, la sovrapposizione fra i parlanti avviene lontano da punti di rilevanza transizionale: in tal caso, si tratta di una vera e propria interruzione. Se pensiamo ai talk show , è molto comune il fatto che, mentre uno dei partecipanti spiega la sua idea, l’altro sfrutti il punto della conversazione più debole e controverso per interromperlo e controbattere. Questo momento è definitivo “punto di disaccordo” o  Disagreement Relevance Point.

 

In concomitanza con il punto di rilevanza transizionale, i diversi interlocutori forniscono il loro contributo alla conversazione sulla base di tre regole, gerarchicamente ordinate, individuate da Sacks, Schegloff e Jefferson, che disciplinano le modalità con cui viene individuato il parlante successivo: 1) il  parlante attuale seleziona il successivo; 2) se  il parlante non seleziona il successivo, il parlante successivo si “autoseleziona”; 3) se  nessun altro inizia a parlare, il parlante continua.

 

Queste norme sono utili per definire i limiti dell’unità base della conversazione e regolamentare le modalità con cui i parlanti si alternano nel sistema di organizzazione dei turni. Ma, osservando le alternanze fra i turni, è possibile trovare anche dei modelli in grado di collegarle fra loro. L’analisi conversazionale individua tre principi che disciplinano i contenuti e le relazioni reciproche.

 

Il primo principio è quello di sequenzialità, da Sacks chiamato principle of sequentiality. Secondo  questo principio, ogni enunciato comunicativo si può interpretare solamente alla luce del precedente e del successivo. In altre parole, l’interpretazione del turno si costruisce solo in relazione ai turni contigui.

 

Il secondo principio è il  principle of local contextualisation, che può essere tradotto con principio di realizzazione localmente condotta. Secondo l’approccio di Sacks, più “purista”, lo studio del sistema di organizzazione di turni prescinde da ogni fattore esterno e contestuale non direttamente legato alla conversazione. Le caratteristiche e il ruolo dei partecipanti, così come il rapporto che intercorre fra loro o la modalità di interazione, sono tutti fattori che non devono influenzare lo studio della conversazione. L’analisi che si vuole intraprendere deve essere improntata alla massima oggettività, per far sì che si riescano ad estrapolare regole sempre valide. Studi successivi hanno invece integrato questo approccio con altre discipline, come la sociolinguistica  e l’analisi del discorso. In quest’ottica, non è possibile tralasciare, nell’ambito dell’analisi di una conversazione, anche alcuni fattori esogeni, come lo status sociale di uno dei parlanti o il mezzo comunicativo, che possono influenzare lo svolgimento della conversazione e la sua analisi.

 

Il terzo principio è quello del legame di pertinenza, o conditional relevance,  che riconosce l’esistenza di coppie di turni di parola legati in modo stretto e che si rendono reciprocamente necessari, chiamati  “coppie adiacenti”, in inglese adjacency pairs . Esempi evidenti di coppie adiacenti possono essere saluto e risposta al saluto, invito e accettazione o rifiuto, domanda e risposta. Immaginiamo che una persona, a tavola, chieda al suo interlocutore: «Allora, ti piace la pasta?». L’altro partecipante alla conversazione, a quel punto, è obbligato dalle regole della conversazione a fornire una risposta, che sia positiva o negativa. A seconda di come il primo parlante percepisce la risposta, questa può essere categorizzata come l’alternativa preferita, preferred, o dispreferita, dispreferred , ognuna con caratteristiche ricorrenti. Infatti, mentre le reazioni preferite sono solitamente immediate, quelle dispreferite comportano una iniziale esitazione, riformulazioni e tentativi di giustificazione. Nel caso in cui, per sottrarsi a questa convenzione, il secondo parlante decida di non rispondere, dovrà comunque in qualche modo giustificare il suo silenzio. Altrimenti, secondo le regole di interazione degli interlocutori, se nessun altro inizia a parlare, allora il primo parlante continua, probabilmente ripetendo la domanda, insistendo o cambiando argomento.

 

Queste regole dimostrano che è possibile osservare la presenza di schemi regolari anche in conversazioni che si sviluppano spontaneamente. Prendiamo il caso, per esempio, di una conversazione che si articoli intorno a un argomento controverso e dibattuto: probabilmente ognuno dei parlanti avrà un’opinione divergente e proverà a sostenere le proprie idee. In questi contesti, si viene a creare competizione tra i parlanti: per il principio di sequenzialità, così come per completare una coppia adiacente, può essere fondamentale prendere parola immediatamente dopo un certo turno, per via del suo contenuto rilevante. Esitando, invece, si corre il rischio di perdere il momento giusto e qualcun altro potrebbe parlare, sviando il discorso verso altri argomenti, non più pertinenti.

 

L’analisi conversazionale, partendo da trascrizioni di conversazioni registrate, riesce a fare ordine nel caos della conversazione spontanea riconoscendo alcuni particolari tipi di interazione che si ripetono in modo identico, prescindendo dalle incidenze contestuali e dalle caratteristiche sociologiche. In questo modo, la disciplina fondata da Sacks, Schegloff e Jefferson consente di esaminare alcune leggi tacite alla base degli scambi comunicativi che avvengono quotidianamente e permette, per la prima volta, di astrarre alcune regole generali che ne disciplinano lo svolgimento.

 

 

Per saperne di più:

Il saggio a fondamento della disciplina linguistica dell’analisi conversazionale è Sacks, H., Schegloff E. & Jefferson G. 1974. A simplest systematics for the organisation of turn taking for conversation . Language, 50. 696-735. È disponibile la traduzione in italiano in Giglioli, P., Fele, G. 2000. Linguaggio e contesto sociale, Il Mulino.

 

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