5 aprile 2019

Sogni, medicina e religione nella Grecia Antica

Il sogno, un'esperienza centrale per l'uomo di ogni civiltà, è stato ritenuto di volta in volta una pre-rappresentazione di eventi futuri, un modo per entrare in contatto con la divinità, una mera menzogna o, come l'ha definito Freud nell'Interpretazione dei sogni, «la via regia che porta alla conoscenza dell'inconscio». L'esperienza onirica presenta alcune caratteristiche universali le quali fanno sì che alcune tipologie di essa siano presenti in ogni comunità umana, mentre altre sono insite nella cultura di uno specifico popolo della quale costituiscono un'interessante forma di espressione.

 

Uno schema onirico caratteristico della cultura greca e assente nel mondo moderno è quello definito sogno oggettivo, in cui il sogno si presenta al sognatore come un'entità esterna, ad esempio una divinità, l'ombra di un defunto o un εἴδωλον (‘immagine’) che prende le forme di una persona nota al soggetto. Ciò che contraddistingue specificatamente questa tipologia, ma in generale gran parte dell'attività onirica greca, è la passività del sognatore. Tale caratteristica è rivelata anche dalla lingua: i greci non dicevano, come si è soliti dire ai nostri giorni, ‘fare un sogno’, ma ὄναρ ἰδεῖν, ‘vedere un sogno’, e che esso ἐφίστησι, ‘sta sopra’ al sognatore. Il sogno oggettivo trova ampio riscontro nella letteratura. Nell'Iliade sono celebri il sogno di Achille (Iliade, XXIII, 59 ss.), che viene visitato nel sonno dall’ombra di Patroclo, e quello di Agamennone (Iliade, II, 8 ss.), al quale per ordine di Zeus appare un ‘sogno funesto’ con le sembianze di Nestore. Quest'ultimo caso mostra un'ulteriore caratteristica delle esperienze oniriche dei Greci, cioè la possibilità di essere mendaci: la promessa di vittoria che il sogno fa alla guida degli Achei sarà infatti tradita dagli eventi successivi.

 

Altro sogno tipico della cultura greca è il χρηματισμός (‘oracolo’), in cui un personaggio che gode di una certa influenza sul sognatore, come un dio o un parente, rivela il futuro o dà dei consigli in modo chiaro, senza l'uso di simboli o allegorie. Secondo la tradizione letteraria ebbero sogni di questo genere personaggi del calibro di Socrate ed Alessandro Magno. Molte iscrizioni attestano come diverse consacrazioni venissero compiute in seguito ad esperienze oniriche in cui una divinità era apparsa all’autore del voto. Questi sogni, per il fatto di essere mandati dagli dei, prevedevano sognatori di un certo rango, non certo uomini comuni, ai quali spettavano solo sogni simbolici, in cui il messaggio ed il significato andavano decodificati attraverso l'interpretazione. In questi casi si consultava un ὀνειροκρίτης, l’‘interprete di sogni’, o i libri dei sogni, cioè raccolte di sogni con le corrispettive interpretazioni, tra i quali si annovera il Libro dei sogni di Artemidoro di Daldi, ὀνειροκρίτης professionista che prese nota delle esperienze oniriche dei suoi clienti raccogliendone le interpretazioni nella propria opera.

 

Se l'onirocritica popolare prevedeva che i sogni profetizzassero il futuro, la medicina ippocratica riteneva che i sogni potessero permettere di diagnosticare le malattie prima che queste si manifestassero a livello somatico. Testimonianza fondamentale in questo senso è il quarto libro del trattato ippocratico Sulla dieta, nel quale è descritta una tecnica di interpretazione dei sogni di origine fisiologica. Il valore diagnostico di questi sogni era dovuto alla convinzione che l'anima durante il sonno fosse in grado di percepire la realtà in maniera autonoma e trasmettesse la sua conoscenza proprio attraverso l'esperienza onirica. Per quanto concerne la vera e propria interpretazione dei sogni, il Sulla dieta non si discosta di molto da quella che è la metodologia dell'onirocritica tradizionale. Entrambe infatti si fondano sul principio dell'analogia per cui, ad esempio, un fiume che scorre rappresenta la circolazione sanguigna e gli astri in movimento quella degli umori. Naturalmente, non sempre le corrispondenze che individua un interprete tradizionale come Artemidoro e quelle presentate nel trattato ippocrateo coincidono, e d’altronde anche gli obiettivi delle due interpretazioni restano diversi: per la prima la previsione del futuro, per la seconda la diagnosi di una malattia. Le cause di questo genere di esperienza onirica furono ricercate da Aristotele, che si occupò della fenomenologia dei sogni in tre brevi trattati (Sul sogno e sulla veglia; Sui sogni; Sulla divinazione durante il sonno). Lo stagirita concordava con il trattato ippocratico circa la diagnosi attraverso i sogni e individuava nei processi legati alla digestione la causa dell'attività onirica. A queste tipologie di sogni, circa cinque secoli dopo Ippocrate, Galeno aggiunse quella dei sogni né profetici né diagnostici, i quali hanno origine psicologica e sono causati dai residui diurni, cioè dai pensieri e dalle azioni della giornata, o sono il semplice adempimento di bisogni primari.

 

Oltre agli interpreti di professione e ai medici ippocratici, un terzo approccio al mondo onirico era quello della cosiddetta medicina del tempio. Era infatti diffuso nel mondo antico la pratica dell'incubazione, che consisteva nel dormire all'interno del recinto sacro di un tempio dedicato ad una divinità, in particolare Asclepio e Serapide, e riceverne la visita in sogno, così da ottenere un oracolo o una guarigione. L'incubazione presso i templi di Asclepio non aveva carattere oracolare, ma era finalizzata solamente alla guarigione del fedele. Il culto del semidio figlio di Apollo si diffuse a partire dalla metà del V secolo a.C. ed ebbe come epicentro il santuario di Epidauro, che divenne nel tempo la meta di pellegrinaggi da ogni parte del Mediterraneo. Testimonianza degli stupefacenti prodigi che avvenivano entro le mura dei suoi templi sono la Cronaca di Epidauro, una raccolta di epigrafi votive che raccontano i sogni dei fedeli e i miracoli compiuti dal dio, e i Discorsi sacri di Elio Aristide, uno dei più celebri seguaci del dio.

 

Certamente, se non sempre i pellegrini venivano beneficati dalla visita del dio, è però vero che la maggior parte di loro lo sognava. Se un tempo si riteneva queste esperienze un imbroglio teso dai sacerdoti che si mascheravano da Asclepio o diffondevano racconti di miracoli mai avvenuti, oggi si tende a considerarle autentiche. Se si pensa infatti alle fatiche che i fedeli dovevano sopportare per raggiungere il santuario e al fatto che essi riponessero tutte le loro speranze in quella pratica, l'incubazione, di cui avevano di certo sentito molto parlare, risulta chiaro che avrebbero molto probabilmente sognato la divinità.

 

Resta però l’interrogativo su come un semplice sogno permettesse la guarigione del malato. In primo luogo, è necessario distinguere due modalità con cui Asclepio guariva i suoi fedeli: la prima era la guarigione immediata, grazie alla quale subito dopo il sogno il malato si sentiva guarito; la seconda prevedeva che la divinità prescrivesse una serie di cure e farmaci affinché il fedele ritornasse in salute.

 

Per quanto concerne la prima, che in età imperiale si fece sempre più rara, è probabile che all'origine di molte delle malattie guarite vi fossero dei blocchi a livello psichico che la tensione emotiva cui il fedele era sottoposto durante la permanenza nel santuario permetteva di superare; a ciò va aggiunto il fatto che per curare molte malattie fossero sufficienti la natura e il tempo e che non si conosce l’efficacia sul lungo periodo delle guarigioni. Riguardo al secondo tipo di guarigioni, si deve considerare che all'epoca la medicina non era una scienza oscura ai più: spesso infatti i membri delle classi inferiori erano costretti ad apprendere il più possibile in questo campo per poter provvedere a se stessi anche senza doversi rivolgere a un medico. Inoltre, le operazioni chirurgiche e la preparazione di farmaci erano attività che tutti avevano occasione di vedere con i propri occhi. Data tale situazione, è probabile che i rimedi che il dio proponeva ai suoi pazienti durante i sogni fossero gli stessi della medicina umana, ma con l’aggiunta dell’autorevolezza del dio; a riprova di ciò si è notato come, con il passare dei secoli, le pratiche mediche suggerite dal dio siano migliorate, in linea con il progresso scientifico della medicina. Soventi erano però anche le prescrizioni bizzarre, quali bagnarsi in un fiume in pieno inverno, ma giustificate con la straordinarietà dell’azione divina in quanto tale.

 

Nei sogni il dio si comportava in tutto e per tutto come un medico, discutendo con i pazienti le possibili cure e chiedendo persino un compenso. Emblematica è vicenda di un certo Plutarco il quale, dopo l'incubazione, si rivolse alla statua di Asclepio sotto cui aveva dormito per chiedergli di cambiare la prescrizione e ottenne dalla statua stessa una nuova cura. È significativo il fatto che Plutarco si sia rivolto alla statua, dal momento che essa doveva essere la stessa figura che egli aveva visto in sogno: i fedeli sognavano la divinità così come erano soliti vederla, e anzi ne erano proprio i tratti canonici a confermare la veridicità della visione.

 

Come si è accennato, uno dei più importanti testimoni delle pratiche incubatorie legate al culto di Asclepio fu Elio Aristide, retore del II secolo d.C. che per alleviare le sofferenze dovute alla salute cagionevole si dovette affidare alle cure del dio presso il suo santuario a Pergamo. Egli, per ordine divino, raccolse la sua esperienza di fedele in sei discorsi, il primo dei quali costituisce un vero e proprio diario in cui l'autore riporta in ordine cronologico tutti i sogni avuti nell'arco di quaranta giorni, offrendo un'anamnesi della sua attività onirica, pratica comune nei santuari del dio. Nei discorsi successivi, invece, l'autore abbandona l'ordine cronologico e segue un ordine dettato dall'analogia e dall'associazione di ricordi.

 

In quest’opera Aristide narra sogni di ogni genere e non in tutti compare in maniera esplicita la divinità; in tutti, però, egli vede la presenza del suo protettore, il quale prende le forme più disparate. Molti sogni inoltre non sono di carattere strettamente medico, bensì sono legati alla pratica oratoria. La pratica di pronunciare discorsi o semplicemente di parlare davanti ad un pubblico era nota alla medicina dell'epoca e diffusa negli asclepiadei come cura per disturbi di natura psichica; per Aristide, però, queste azioni assumono una valenza decisamente maggiore nel contesto della sua carriera di retore. Nell’ambito medico, Aristide ebbe a che fare anche con normali professionisti, ma questi si rivelarono sempre incapaci di curarlo; l’unico in grado di dargli sollievo sembra essere stato il dio, talvolta con gli stessi rimedi offerti dai medici, ma che solo la prescrizione divina rendeva efficaci. Le parole del retore, sebbene non lo descrivano mai esplicitamente, rivelano infine quello che era l'ambiente culturale sviluppatosi attorno al santuario. In effetti, oltre ai pellegrini che visitavano il tempio per pochi giorni, vi era un gruppo di fedeli delle classi elevate che partecipava quotidianamente ai riti e alle celebrazioni: tra questi ultimi vi era appunto Elio Aristide.

 

Da questo breve excursus sul mondo onirico greco risulta evidente come i sogni, ben prima di Freud, abbiano intessuto dagli albori della civiltà occidentale un rapporto privilegiato con la medicina e come nei santuari di Asclepio questi due aspetti abbiano trovato un perfetto connubio sotto l’egida della religione. Non per caso una delle ultime divinità pagane a cedere di fronte all'avanzata del dio dei Cristiani è stata proprio Asclepio, il quale per più di sette secoli, apparendo in sogno ai propri fedeli, ne ha garantito la guarigione.

 

 

Per saperne di più:

Si consiglia, per immergersi in prima persona nel mondo onirico dei Greci, la lettura di Artemidoro di Daldi, Il libro dei Sogni, traduzione e note di Angela Giardino e introduzione di Giulio Guidorizzi (Bur, Milano 2006), e di Elio Aristide, Discorsi sacri, a c. di Salvatore Nicosia (Adelphi, Milano 1984). Per un inquadramento generale sul tema dei sogni in ambito greco classico si consiglia Giulio Guidorizzi, Il sogno nella Grecia antica (Laterza, Bari 1988). Infine, per una panoramica antropologica di più ampio respiro sul mondo culturale greco, lettura capitale resta ancora oggi Eric R. Dodds, I greci e l'irrazionale, traduzione di Virginia Vacca De Bosis, presentazione di Arnaldo Momigliano (La nuova Italia, Scandicci 1978).

 

Sebastiano Ricci, Il sogno di Esculapio, 1700-1720, Venezia, Galleria dell’Accademia.This image is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license.

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