10 febbraio 2021

L’altra Urheimat

analisi dei contatti tra uralici e indoeuropei (prima parte)

 

Le lingue uraliche sono una famiglia linguistica che, secondo la teoria tradizionale diffusasi negli anni Ottanta, comprende due sottofamiglie, le lingue ugrofinniche e le due lingue samoiede. Le lingue ugrofinniche si suddividono a loro volta in lingue ugriche, che comprendono l’ungherese e le lingue ob-ugriche (mansi e khanty), e lingue finno-permiche, ovvero il permico e le lingue finno-volgaiche, a loro volta suddivise in mari, mordvino e finno-saamico (finnico e saami). Le lingue uraliche hanno un’estensione geografica minore rispetto a quelle indoeuropee e un territorio più omogeneo. Inoltre, i singoli dialetti sono più trasparenti rispetto a quelli dell’indoeuropeo: si può facilmente identificare una catena che, partendo a ovest dalle lingue baltofinniche, attraverso le lingue ugriche, raggiunge a est le lingue samoiede (e secondo alcuni anche le lingue jukaghire, ancora più a est).

 

Esistono due teorie circa l’altezza cronologica e l’estensione del protouralico. Nell’ipotesi in cui la patria originaria fosse molto estesa, esso viene fatto risalire a un’epoca antecedente il protoindoeuropeo, spesso associata alla prima colonizzazione dell’Eurasia subartica nel post-Pleistocene (9500-7500 a.C. circa). L’Urheimat viene collocata nell’area compresa tra il Baltico e gli Urali o lungo l’area periglaciale nordica. Invece, nell’ipotesi in cui l’estensione originaria fosse più ristretta (circa il 30% dell’attuale area linguistica uralica), il protouralico viene fatto risalire al 4500-2500 a.C., esattamente come l’indoeuropeo, con una patria ancestrale collocata nelle regioni comprese tra il Kama e gli Urali.

 

Larsson suggerisce di paragonare i protouralici agli antenati delle altre famiglie linguistiche subartiche del Nord America, quella atabasca settentrionale e quella algonchina (le lingue eschimo-aleutine arrivarono in un secondo momento), simili per le condizioni del territorio, per le strategie di sussistenza e per l’organizzazione sociale. Infatti, tutte queste popolazioni vivevano di caccia (di caribù e alci) e di pesca, si spostavano stagionalmente lungo i fiumi e avevano una struttura sociale egualitaria, fondata su unità di base composte da due famiglie, che a loro volta costituivano gruppi funzionali di 200-400 persone che si riunivano per qualunque attività. Infine, vi erano gruppi regionali con una composizione variabile, da 50 a 4500 persone, caratterizzati da una comune identità etnica e linguistica. Inoltre, la porzione americana dell’area subartica fu occupata a partire dal 7000 a.C. circa, ovvero a partire dal periodo paleoindiano, il che coinciderebbe con il modello archeologico di Nunez, che colloca l’Urheimat uralica nell’area compresa tra il Baltico e gli Urali intorno all’8000 a.C.

 

Tuttavia, tramite criteri puramente linguistici, si è stabilito che il protoalgonchino, che pare essere la lingua più antica delle due, dovrebbe risalire al 4000-3000 a.C., al 1500-1200 a.C. o addirittura al 700 a.C., se si ipotizza che esso si sia diffuso con l’arco e la freccia. Analogamente, siccome le lingue atabasche sono molto simili tra di loro, si è stabilito che esse debbano risalire al 1500-500 a.C. Due le possibili soluzioni: o il protoalgonchino nel II/I millennio a.C. sostituì precedenti famiglie linguistiche oggi estinte, o le lingue algonchine si sono sviluppate a partire dalla controversa superfamiglia delle lingue amerindiane ipotizzata da Greenberg.

 

Un altro metodo molto controverso che è stato applicato alle lingue uraliche è la glottocronologia, il metodo ‘scientifico’ statistico-matematico proposto da Swadesh per calcolare la distanza cronologica tra due lingue. Egli si servì di 500 parole che riteneva appartenessero al lessico di base di ogni lingua e che pertanto dovrebbero essere più resistenti al prestito. In un secondo momento, le ridusse a 200, tra cui i pronomi, i numerali più bassi, le parti del corpo, azioni basilari come ‘cucire’ e parole come ‘uomo’, ‘donna’, ‘animale’, ‘albero’, ‘uccello’, ‘sole, ‘luna’, ‘sangue’, ‘padre’ e ‘madre’, e poi ancora a 100, escludendo tra le altre ‘animale’, ‘padre’, ‘madre’ e ‘cucire’. Egli giunse alla conclusione che, qualunque fosse la famiglia linguistica considerata, dopo 1000 anni l’86% del lessico di base restava intatto. Perciò, dati due stadi di una stessa lingua, il tempo che li divide t sarebbe uguale al logaritmo della percentuale dei significanti comuni ai due stadi c diviso per il logaritmo dell’indice di conservazione dopo un millennio r:

 

 Log1

 

Da qui si ricava la formula per calcolare il tempo di separazione tra due lingue, dove c è la percentuale di significanti comuni alle due lingue: 

 

Log2 

 

In realtà, la glottocronologia si basa su presupposti errati. Il primo è l’idea che esista un lessico di base costante nelle lingue, nello spazio e nel tempo; inoltre, alla persistenza di alcuni significanti può corrispondere una riorganizzazione dei significati. Il secondo è l’idea che il mutamento avvenga secondo un gradiente statisticamente costante, quando in realtà esso avviene più velocemente nei periodi di intensa crisi culturale (per esempio la caduta dell’Impero Romano o il medioevo ellenico). In realtà, è stato dimostrato che il tasso di conservazione dell’inglese è del 68%, mentre quello dell’islandese è del 97%. Nel 1973 Tischler applicò le teorie di Swadesh alle lingue indoeuropee utilizzando sia la lista di 200 parole, sia quella di 100: il risultato fu che nel passaggio dalla prima alla seconda lista l’ittita guadagnava 2000 anni di antichità, l’albanese 3000. Eppure, normalmente si dice che le date fornite dalla glottocronologia abbiano una precisione di circa un secolo. Coseriu ha dimostrato che applicando il metodo al latino e all’italiano contemporaneo si otterrebbe una distanza cronologica di appena 410 anni, e il medesimo risultato si otterrebbe con l’italiano di Dante. In realtà, è sbagliato anche parlare di ‘separazione’: la separazione non è altro che il periodo che si pone tra l’ultima innovazione comune e la prima non comune, un processo lungo e non ben determinabile. Entrambe le liste di Swadesh sono state applicate al gruppo uralico. Secondo Mallory, la glottocronologia è più efficace nell’esplorare le relazioni tra le famiglie linguistiche che nel determinare l’altezza cronologica della protolingua. In particolare, essa si accorda bene con l’ipotesi di Nunez secondo la quale le lingue ugrofinniche e quelle samoiede si sarebbero separate 8500-7500 anni fa.

 

Un metodo più affidabile è quello della stima, che si basa sul calcolo approssimativo della quantità di tempo richiesta perché le diverse famiglie linguistiche si differenzino tra di loro. Il principale problema è che le lingue uraliche, a differenza di quelle indoeuropee, sono attestate molto tardi. Le date variano quindi tra il 7000-6000 a. C. di chi raggruppa insieme le lingue uraliche e quelle jukaghire e il 6000-4000 a. C. proposto per il protouralico. Per le lingue ugrofinniche, la datazione oscilla tra il 4000 e il 2000 a. C. In ogni caso, tutti questi modelli sembrano dettati più da fattori archeologici che linguistici.

 

Il quarto metodo – tralasciando qualche tentativo di datare il protoindoeuropeo a partire dai prestiti semitici o sumeri – è pressoché sconosciuto al mondo dell’indoeuropeistica, e consiste appunto nella datazione dei contatti esterni, sulla base delle maggiori certezze che gli indoeuropeisti hanno circa lo sviluppo della nostra famiglia linguistica. Per esempio, Koivulehto e Sammallahti hanno dimostrato che alcuni prestiti non possono che risalire a uno stato in cui il germanico, il baltico e lo slavo (i dialetti nordoccidentali di Meillet) non si erano ancora differenziati. Secondo molti, questo stato coinciderebbe con la cultura della ceramica cordata (3200-2300 a.C.), con la quale le propaggini più occidentali del gruppo uralico sarebbero venute a contatto nella regione baltica orientale. In realtà, responsabile dei prestiti dal protoindoeuropeo all’uralico occidentale nel III millennio a.C. potrebbe anche essere la cultura di Fat’yanovo, anch’essa parte della cultura della ceramica cordata, che si estendeva fino al Volga settentrionale. I prestiti balto-slavi e germanici sarebbero entrati successivamente, con l’espansione uralica o ugrofinnica verso il Baltico.

 

[Leggi la parte successiva]

 

 

Per saperne di più:

Romano Lazzeroni (a cura di), Linguistica storica, Carocci, Roma, 2018.

James Clackson, Indo-EuropeanLinguistics. An introduction, Cambridge University Press, Cambridge, 2007.

Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, il Mulino, Bologna, 2018.

James Patrick Mallory e Douglas Quentin Adams, The Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World, Oxford University Press, Oxford, 2006.

James Patrick Mallory, In Search of the Indo-Europeans: Language, Archaeology and Myth, Thames& Hudson, Londra, 1989.

JaakkoHäkkinen, Uralicevidence for the Indo-Europeanhomelandhttp://www.elisanet.fi/alkupera/UralicEvidence.pdf, 13 febbraio 2012.

James Patrick Mallory, Uralics and Indo-Europeans: Problems of time and space, in Carpelan et al., EarlyContactsbetweenUralic and Indo-European: Linguistic and ArchaeologicalConsiderations, pp. 345-366, Suomalais-UgrilaisenSeuranToimituksia 242, 2001.

Ante Aikio, On Germanic-Saamicontacts and Saamiprehistory, «Suomalais-UgrilaisenSeuranAikakauskirja» 91, pp. 9-55.

Ante Aikio, Proto-Uralic, in Bakró-Nagy, Laakso e Skribnik, Oxford Guide to the UralicLanguages, Oxford University Press, Oxford, 2019.

Petri Kallio, The languagecontact situation in prehistoricNorthwestern Europe, in Mailhammer, Venneman e Olsen, The Linguistic Roots of Europe: Origin and Development of EuropeanLanguages, Copenhagen Studies in Indo-European 6, Museum Tusculanum Press, Copenhagen, 2015.

JaakkoHäkkinen, Studying the Uralic proto-language, Tieteessätapahtuu 1, 2006, pp. 52-58.

 

 

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