30 maggio 2022

Zukunftsphilologie!

Uno sguardo alla filologia del XX secolo

  

A volte, confrontare il titolo originale di un libro con le sue traduzioni fornisce degli spunti impagabili di ‘teoria della ricezione’ e, più in generale, di storia della cultura. Perché le traduzioni, specie se meditate e distanti nel tempo, sono testimonianza della sedimentazione dell’originale nella comunità dei lettori, ne sono già, in nuce, esegesi e commento. E in particolare ricopre questo ruolo il titolo, data la sua sede prominente e liminare. A posteriori si può dire, semplificando, che a volte la traduzione coglie il senso di un titolo ancora meglio dell’originale.

 

Questa è la sorte dei titoli di due opere fondamentali della saggistica novecentesca sulle antichità classiche, che a mio modo di vedere in traduzione italiana esprimono non tanto il progetto di ricerca degli autori, quanto il senso che questa stessa ricerca ha preso successivamente, si potrebbe dire anche malgrado gli autori. Da una parte, Die Entedeckung des Geistes: Studien zur Entstehung des europäischen Denkens bei den Griechen di Snell, che in traduzione italiana suona, spogliata del suo datato hegelismo, La cultura greca e le origini del pensiero europeo. Dall’altra, A preface to Plato di Havelock, che nell’edizione italiana per Laterza si trasforma in Cultura orale e civiltà della scrittura: da Omero a Platone, con il placet di Gentili, il quale nell’introduzione a questa edizione si cura di definire il titolo originale un’assoluta mistificazione del reale argomento del testo, che di Platone in effetti parla tanto, ma tanto anche in modo pretestuoso. Il titolo scelto da Snell per la prima delle due opere menzionate rispecchia l’ispirazione iniziale di un testo che appartiene più al diciannovesimo che al ventesimo secolo, una specie di glossa alla fenomenologia di Hegel, una variazione sul tema dell’autocoscienza, la cui teleologia può servire al più come antimodello del buon metodo storiografico di oggi. Il titolo voluto da Havelock, di nuovo, è fedele a un’idea programmatica dell’autore, cioè di fornire una chiave di lettura alla nascita del metodo filosofico greco culminante in Platone, ma non coglie spunti interpretativi di portata ben più ampia contenuti nel testo, di carattere piuttosto sociale e antropologico. Entrambi i titoli in traduzione italiana contengono lo stesso termine, cultura, che è assente negli originali. Assente perché ritenuto non rilevante dagli autori, ma portato alla luce dai traduttori, che sembrano trovare in esso una chiave per dischiudere il senso nascosto delle due opere.

 

Su questa scorta, di recente ho preso in mano l’edizione inglese della Geschichte der Philologie di Wilamowitz, pubblicata nel 1982 dalla John Hopkins, il cui titolo è, di nuovo, distante da quello tedesco: History of Classical Scholarship. Il motivo di questa riformulazione, che lo stesso traduttore esplicita, è semplicemente il fatto che con philology nell’inglese di oggi si intenda una disciplina molto più implicata con le scienze del linguaggio di quanto non lo fosse a suo tempo la Philologie à la Wilamowitz: in qualche modo bisognava notificarlo. Il risultato è però un’espressione che, con le migliori intenzioni, può apparire vuota, ma che in realtà, scomodando l’aggettivo classical, può far storcere il naso, e a ragione, a non pochi. In questo caso, dunque, abbiamo il fenomeno opposto a quello menzionato nel paragrafo precedente: una traduzione che non riesce ad illuminare l’originale.

 

In ogni caso, per quanto possano avere un loro valore orientativo, gli agoni terminologici alla lunga non portano da nessuna parte, e per questo qui li abbandono. Da rilevare invece come Wilamowitz fornisca una definizione esplicita della sua Philologie già a pagina uno, fugando ogni dubbio sul perché la traduzione inglese si sia ingegnata in quel modo pur di non usare la parola philology. Qui di seguito la mia traduzione dall’originale tedesco:

 

La filologia si propone di riportare in vita quel mondo [greco-romano] scomparso, attraverso la forza della ricerca scientifica –il canto dei poeti, il pensiero dei filosofi e dei legislatori, la sacralità dei templi e il sentimento dei credenti e dei miscredenti, il colorato viavai al mercato e al porto, sulla terra e in mare, e gli uomini nelle loro fatiche nei loro svaghi.

 

Ecco spiegato il tutto. La scolarship a cui allude l’inglese è cosa ben più ampia e diversificata della philology, perché riferirsi al linguaggio qui è pertinente solo fino a un certo punto. Il proponimento di questa disciplina denotata dal termine inglese classical scholarship e da quello tedesco Philologie è quello di riportare in vita un mondo scomparso, da cima a fondo, e organicamente. In questa ispirazione, un desideratum irraggiungibile ma fortemente programmatico, si trova molto di quella meraviglia aristotelica che dovrebbe essere il punto d’inizio di ogni ricerca su ciò che è reale. L’ispirazione in questo caso è quella di ricostruire una cultura. La stessa a cui si allude nei titoli tradotti di Snell e Havelock, autori i quali tuttavia non fanno proprio quel termine, e per l’appunto non lo posizionano in posizione preminente nei loro originali. A mio modo di vedere la definizione di Wilamowitz coglie nel segno, e in qualche modo è presupposto delle successive ricerche di uno Snell o un Havelock. Ricerche che, come ho detto, si propongono, anche se implicitamente, una ricostruzione culturale.

 

Qualche decennio prima di Wilamowitz  un antropologo di nome Tylor aveva formulato, anche lui nelle prime pagine di un suo testo molto importante e fondativo, Primitive Culture (la traduzione italiana circolante porta, di nuovo, un titolo diverso, Alle origini della cultura, che attualizza non di poco la versione originale), una definizione di cultura che assomiglia all’oggetto di studio della Philologie. Di nuovo fornisco una mia versione del passo originale inglese:

 

La Cultura, o Civiltà, preso nel suo senso ampio, etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, la legge, il costume e ogni altra facoltà e uso acquisiti dall’uomo in quanto membro di una società.

 

Tylor è di certo più asettico di Wilamowitz nel caratterizzare l’oggetto in discussione, e non indulge in canti dei poeti e in porti colorati, ma l’ossatura che regge le due definizioni è la stessa: anche la Philologie si propone di ricostruire, e poi studiare, una particolare cultura. Anche Wilamowitz cerca di analizzare quell’insieme complesso di facoltà acquisite dall’uomo in quanto membro di una società, in questo caso una particolare società, limitata nel tempo e nello spazio. L’aspetto della contingenza e della particolarità della cultura è particolarmente significativo. Questo è uno dei motivi per cui Wilamowitz reagisce così malamente alla pubblicazione della Nascita della Tragedia di Nietszche, un testo che a suo modo di vedere universalizza alcune manifestazioni contingenti di una cultura, e in questo senso viene meno al principio ricostruttivo che dà autonomia all’oggetto di studio della Philologie. A detta di Wilamowitz, la Philologie nietzschiana trasfigura in una comica Zukunftsphilologie, una Philologie impossibile proiettata in un futuro altrettanto impossibile, negligente verso i suoi veri scopi e verso il suo metodo rigoroso.

 

Secondo l’antropologo David Graeber, la nozione di cultura è molto simile a quella di mondo possibile. Nelle prime pagine di un saggio intitolato Possibilities, in un passo di cui per comodità riporto qui la mia traduzione italiana, Graeber giustifica il suo interesse per l’antropologia in quanto essa «apre finestre su altre possibili forme di esistenza sociale degli uomini; perché ricorda costantemente che ciò che supponiamo immutabile ha avuto, in altri luoghi e in altri tempi, una ben diversa configurazione,  e di conseguenza che le possibilità umane sono in quasi ogni senso più grandi di quanto di norma ci si immagini».

 

Queste altre possibili forme di esistenza sociale sono le diverse possibili manifestazioni della cultura nella definizione di Tylor. Proprio in quanto diverse e possibili sono antropologicamente legittime, ed è legittimo anche studiarle e ricostruirle. E tutto ciò non è diverso per la Philologie. Ciò che regge ancora dell’ispirazione di Wilamowitz è un esercizio di possibilità. La legittimità epistemica della sua Philologie, è il poter aprire, attraverso una ricostruzione tanto più accurata e precisa, finestre su mondi possibili. E questo occuparsi di mondi possibili è attività frontaliera, che implica, se fatta per bene, di percorrere anche ciò che è stato abbandonato, il rifiuto, l’errore, l’escluso, e di chiedersi, di ciò che è stato invece preservato, le cause e i casi.

 

Con buona pace degli studia humanitatis di Salutati e Petrarca, quello della Philologie è più che altro un continuo esercizio di ermeneutica sulle possibili forme di esistenza degli esseri umani, declinate nel tempo e nello spazio. Ed è un sapere intrinsecamente strano. Perché la cultura è di solito ciò da cui si parla, non di cui si parla. E parlare è già mettere in discussione. E di solito non si vuole mettere in discussione ciò su cui ci si poggia, ciò da cui si parla. È un sapere radicale, e in senso stretto controcorrente. Perché è radicale meditare sul cambiamento in quanto cambiamento, e non sul cambiamento in quanto progresso: sulle traiettorie che hanno portato ciò che era a non essere più, o a essere diversamente, e sul fatto che quello che era aveva senso, e non smette di averlo ora che è passato.

 

 

Per saperne di più:  

I testi su cui ho costruito questo intervento sono la History of Classical Philology di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff nella edizione della Johns Hopkins University Press, 1982 e Possibilities: Essays on Hierarchy, Rebellion, and Desire di David Graeber, AK Press, 2007.

 

 

Immagine di comertina creata dall'autore sulla base delle seguenti di Wikimedia, licenza C.C. (immagine 1, 2, 3).

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata