3 giugno 2022

Tra Catullo e Ariete: l’esperienza amorosa in bilico tra estasi e tormento

 

Catullo è il primo grande poeta d’amore della latinità che vive ed esprime l’esperienza erotica attraverso le contraddizioni e le lacerazioni delle proprie passioni. Il fulcro della sua poesia è la sua interiorità  , sulla base della quale compone versi straordinari e innovativi che spaziano dalla gioia dell’amore felice, ai giochi e agli scherzi dei conviti, a passionali dichiarazioni di amore eterno e fedeltà; ma trovano posto anche temi più malinconici e oscuri come i tormenti di un uomo ferito da un amore tradito, feroci invettive, angosciati colloqui con la propria intimità esasperata. Tutte queste emozioni si concentrano nei carmi di Catullo, sempre coniugate ad una poesia raffinata ed elaborata, capace di toccare tutte le sfumature degli stili, dal preziosismo dei cosiddetti carmina docta a un realismo capace di contemplare anche feroci trivialità. 

L’evento centrale della vita e della poesia di Catullo è sicuramente l’amore per una donna che nei suoi carmi, come era usanza nella lirica erotica, viene chiamata con il falsum nomen di Lesbia. Secondo Apuleio il suo vero nome era Clodia e lo pseudonimo scelto da Catullo contiene un allusivo richiamo a Saffo, la poetessa dell’isola di Lesbo, che aveva cantato la passione amorosa con toni d’intensità estrema. L’amata è solitamente identificabile con una delle sorelle del tribuno Publio Clodio, nemico di Cicerone e sostenitore della politica di Cesare: si tratta di una spregiudicata e affascinante nobildonna dell’aristocrazia romana, più grande di Catullo forse di una decina d’anni, sposata con Metello Celere, libera, anticonformista e molto chiacchierata. Con questa donna il poeta intrattiene un’intensa e tormentata relazione amorosa, impossibile da ricostruire nelle sue diverse fasi, ma sicuramente complessa e lacerante per Catullo, costellata di addii, tradimenti, illusioni e tregue provvisorie. La produzione poetica dell’autore ci è pervenuta attraverso un unico liber che contiene 116 carmi in metri vari che trattano una molteplicità di argomenti. I carmi per Lesbia si trovano disseminati nella raccolta senza seguire un ordine ben preciso. Per un’antica prassi i critici li dispongono secondo una successione logico-cronologica che indicherebbe la parabola della storia d’amore tra Lesbia e Catullo nelle sue varie fasi, ma ovviamente si tratta di una ricostruzione arbitraria. 

La poesia d’amore catulliana è contraddistinta da molteplici novità, sia per quanto riguarda la tradizione letteraria greca – che pure il poeta dimostra di conoscere profondamente – sia nei confronti dell’insieme dei tradizionali valori romani. Catullo, in accordo con il programma neoterico, rifiuta in maniera decisa, sul piano etico ed estetico, il sistema della tradizionale mentalità romana che riconosce all’individuo autonomia solo nell’impegno politico e civile. Capovolgendo questo insieme di valori, Catullo pone al centro della sua esistenza di romano l’ eros : tutte le sue energie e il suo impegno morale sono indirizzati verso l'esperienza amorosa   e l’amore diviene l’unico reale motivo per cui vivere.

Per questo motivo Catullo auspica che la sua relazione con Lesbia possa diventare un legame duraturo ed indissolubile, nonostante la realtà dei fatti sia molto diversa e il loro rapporto sia caratterizzato invece da incostanza e irregolarità. Solo attraverso l’istituzione di un foedus , di un patto che i due amanti scelgono liberamente di sottoscrivere, fondato sulla fides , si può trovare una conciliazione tra le due forme di amore che Catullo canta nei suoi carmi e che nella società in cui vive si trovano nettamente separate: amare , ovvero la passionalità erotica e bene velle , un sentimento più profondo e duraturo fatto di affetto e stima che si rivendica per gli amici più cari e i familiari. 

 

La concezione amorosa di Catullo si configura come del tutto nuova e originale, inconcepibile per la mentalità dei suoi contemporanei. Tuttavia, il poeta sarà costretto a scontrarsi con il fallimento del suo progetto: i continui tradimenti di Lesbia non fanno che rendere evidente che la sua amata non è disposta a rispettare il foedus amoroso. Per questo motivo Catullo nei suoi carmi racconta dei suoi stati d’animo che vanno da profonde espressioni di dolore all’amarezza, fino alla disperazione totale, ma si alternano anche ad un rimpianto nostalgico di tutti i momenti passati insieme e vi sono anche illusorie speranze di riappacificazione. La conseguenza più tragica di questa relazione è senza dubbio il dissidio interiore che il poeta sente di provare per la lacerazione delle due componenti amorose – amare e bene velle. Egli si ritrova, dunque, a vivere una condizione per cui, nonostante i continui tradimenti di Lesbia, divampa in lui la passione amorosa, paradossalmente accompagnata da odio e disprezzo. 

Catullo vive l’esperienza amorosa come totalizzante, in un costante equilibrio tra estasi e tormento, concezione, questa, rintracciabile anche nei testi di una giovane cantautrice contemporanea romana, Ariete, pseudonimo di Arianna del Giaccio, che racconta un modo di amare e di concepire l’esperienza erotica simili a quelli catulliani. A differenza di Catullo, che chiama esplicitamente in causa Lesbia, Ariete non nomina mai la persona a cui si riferisce nelle sue canzoni e, anzi, probabilmente non è mai la stessa. Tuttavia, gli amori raccontati dalla cantautrice romana alternano momenti di gioia estrema ad altri di profondo dolore e sconforto per i tradimenti della persona amata. Una somiglianza questa, tra Catullo e Ariete, che, se pure a distanza di secoli, in contesti ed epoche totalmente differenti ma con modalità e accenti simili, si può rintracciare tra il carme VIII del Liber catulliano e la canzone “L”. 

 

Il carme VIII è un drammatico monologo interiore con il quale il poeta cerca di prendere atto con fermezza dell’abbandono di Lesbia. La persona di Catullo sembra sdoppiarsi in un “io” razionale e disincantato, amaramente deluso, che esorta un “io” ancora follemente innamorato di una donna che pure lo fa soffrire a smettere di illudersi. Il carme si apre con un’esortazione in tal senso: «Miser Catulle, desinas ineptire, / et quod vides perisse perditum ducas» (‘Infelice Catullo, smetti di comportarti da folle e quello che vedi perduto, ritienilo perduto’).

Segue poi la rievocazione nostalgica del passato felice con Lesbia, del loro amore, che Catullo paragona allo splendore di luminosi soli: «Fulsere quondam candidi tibi soles» (‘Per te splendettero un tempo luminosi soli’). Allo stesso modo, in “L” di Ariete, la cantautrice racconta di un amore tradito e ferito, «Mi hai fatto credere di essere speciale per un giorno / per un nano secondo / poi m’hai sparato un colpo» e quando canta «Se non mi guardo indietro giuro che poi torna tutto apposto / Ma non ne faccio a meno, quindi mi giro e muoio» parla del riguardare il passato, quando era felice con la persona che amava, ma questo rimpianto comporta sofferenza per la perdita della felicità passata e, come Ariete non può fare a meno di voltarsi e riguardare quello che è stato, così il ricordo di Catullo è intriso di malinconia e nostalgia.

Anche dal testo della cantautrice si evince uno sdoppiamento dell’io che da una parte non può fare a meno di ricordare il passato felice trascorso con la persona amata, ma dall’altro ha provato molte volte ad imporsi di smettere di illudersi e soffrire: «E quanto ho detto non lo faccio più, non ricado giù». E sia Catullo che Ariete si dicono che, se l’altra persona smette di volerli, così faranno anche loro: nel carme «Nunc iam illa non volt: tu quoque, inpotens, noli» (‘Ora lei non vuole più: anche tu, incapace di frenarti, non volerla’), così in “L” «Se non mi vuoi io non ti voglio». Entrambi gli autori, infine, si congedano dalla donna amata e, se Catullo si limita ad un «Vale puella» (‘Addio, mia cara’), Ariete canta «E me ne vado via, e tu brinderai alla mia», con il suggestivo particolare del brindisi ad indicare che in realtà tutto quello che c’è stato era frutto di un gioco e di una finzione da parte della persona che amava.

 

Il ritratto della donna amata da Ariete che emerge da “L” è quello di una ragazza cinica e spietata, che si è approfittata della cantante realmente innamorata, immagine non molto lontana da quella che Catullo, in questo e in altri carmi, ci fornisce di Lesbia. Così canta Ariete: «Mi hai fatto credere di amarmi perché sei brava a mentire […] Le bugie bianche sono tali quando non sei sporco dentro / Ma tu sei così marcia che non spreco più tempo». Catullo conclude il carme con una serie di domande retoriche volte a sottolineare come, senza l’amore del poeta, Lesbia rimarrà sola, in una sorta di fantasia vendicativa; in Ariete, invece, la cantante arriva ad un’amara riflessione, «E sei così lontana che non so nemmeno se sei stata mia / E me ne vado via, brinderai alla mia». Infine, mi sembra suggestivo notare il titolo della canzone di Ariete, “L”, che indica l’iniziale del nome della persona a cui la canzone è destinata ed è la medesima iniziale del falsum nomen che Catullo dà alla sua. Pertanto, sembra esserci, oltre che un chiaro legame nel modo di concepire l’esperienza amorosa, anche una connessione nell’iniziale del nome della donna amata da entrambi. 

Catullo e Ariete raccontano, in epoche totalmente differenti, la passione amorosa  con i medesimi accenti, nello stesso modo dirompente e anticonformista, nella prospettiva di un amore vissuto come un’esperienza totalizzante che, sia nel I secolo a.C., sia nel 2022, risulta ancora estremamente affascinante. 

 

Per saperne di più

 

Per una conoscenza maggiore dei temi trattati si consiglia la lettura di: Canti di Catullo, Prefazione di Eva Cantarella (Segrate, Rizzoli, 2008) e l’ascolto dell’album Specchio di Ariete. 


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