27 aprile 2022

Kaddish for Naomi Ginsberg

La proposta di una nuova identità ebraica che possa sorpassare il paradigma orientalista

 

Alla cerimonia funebre di Naomi Ginsberg erano presenti soltanto sette uomini, ossia tre in meno di quelli richiesti per una mynian (assemblea) completa, il che non permise la recitazione del Kaddish Yatom (letteralmente “kaddish dell’orfano”, poiché tradizionalmente è compito dei figli dello scomparso “dire kaddish”), la preghiera ebraica per la celebrazione del lutto, nonostante il vedovo Louis e il figlio Eugene cercarono di convincere il rabbino a fare un’eccezione. Allen, con suo estremo dolore e dispiacere, non poté partecipare al rito, poiché all’arrivo del telegramma del padre che lo avvisava della morte della madre egli si trovava sulla costa opposta d’America (a San Francisco) e non fece in tempo a tornare a casa. Dalla somma di queste assenze – quella ingombrante di Naomi, quella sofferta di Allen e quella virtuale dell’assemblea – nacque il Kaddish for Naomi Ginsberg. Il poema, oltre a essere la celebrazione da parte di Allen del ricordo amatissimo della madre e il surrogato del Kaddish tradizionale mai recitato, è ritenuto uno dei risultati più maturi e convincenti della poesia di Ginsberg (giudizio condiviso anche da Allen), nonché il punto di partenza per la costruzione di una nuova identità ebraica, capace di incrinare il paradigma orientalista e di sfumare il netto confine Oriente-Occidente in virtù di un’identità spuria, polivalente e stratificata.

 

La problematicità concettuale costituita dall’identità mista del popolo ebreo nella binarietà delle sfere Oriente-Occidente (appartenendo a entrambe) consente una ridiscussione del paradigma orientalista in vista di un suo superamento, in quanto questa essenza complessa permetterebbe l’associazione di elementi appartenenti a culture diverse in nome di una comune origine orientale senza fini di prevaricazione né politica, né economica, né culturale. Il risultato dell’unione dei due piani culturali (orientale e occidentale) sarebbe un dialogo paritario tra popoli, religioni e culture, un reale superamento del rapporto di forza ineguale del paradigma orientalista. In questo articolo si vorrebbe dimostrare come un primo passo in questa direzione sarebbe stato compiuto nel Kaddish di Allen Ginsberg.

 

Per comprendere le possibilità della compenetrazione culturale del Kaddish va prima esaminato il motivo dell’interesse e dello spostamento verso Oriente del poeta, senza i quali il poema non sarebbe mai nato – o quantomeno non in questa forma. La fascinazione di Allen Ginsberg per le religioni orientali nacque durante gli anni ’50 per influenza di Kerouac e si fece sempre più preminente nella sua vita con il passare degli anni in virtù dei suoi interessi per le tecniche di meditazione e dei suoi molti viaggi in Oriente (India, Tailandia, Cina, Giappone), fino a renderlo un vero punto di riferimento nell’insegnamento delle pratiche religiose orientali, sia per gli americani (si pensi alla sua cattedra alla Columbia University) sia per gli orientali, che vedevano in Allen un tramite per poter comunicare con il mondo e rendere universali i loro insegnamenti. Tutto ciò nonostante Allen agisse come un potente filtro (in alcuni casi deformante), reinterpretando, personalizzando e adattando espressioni culturali e religiose alle sue esigenze. Un esempio della sua concezione di «tailor it for your needs» (Ariel, Y. 2018), ossia “adatta secondo i tuoi bisogni”, è il fatto che, nonostante egli fosse fermamente convinto della bontà degli insegnamenti buddhisti, non mise mai veramente in pratica molti dei precetti e delle norme di comportamento, continuando a praticare una vita non propriamente morigerata, come si osserva bene da quanto riportato da Kramer nel suo bel libro sul rapporto tra Allen e l’America (Kramer, J. 1968):

“You know what the Swami told me yesterday?” […] “He said, ‘I’m going to die soon. People follow you. You continue my work, please’” Maretta stared at Ginsberg. The Swami was known to have a rather uncharitable opinion of meat, marijuana, psychedelics, coffee, tea, tobacco, sex, and thinking about sex, among other things, and Maretta said she was wondering what Ginsberg planned to do about all of them. “I said, ‘Not me, Swami. I still smoke cigarettes’” Ginsberg replied.

 

Nonostante le sue contraddizioni e i suoi limiti egli fu l’attore principale della diffusione del buddhismo e induismo in America, grazie alla sua abilità oratoria e alla sua decisa partecipazione alla vita sociale e politica. Non inganni lo stereotipato giudizio del poeta beatnik estraneo e ostile alla comunità: egli fu estremamente interessato e attivo nella vita politica, sempre pronto a intessere nuove relazioni e a dialogare con posizioni diverse dalla sua per un punto d’incontro.

 

Per comprendere il motivo dello spostamento in Oriente degli interessi di Ginsberg va prima compreso il fenomeno generale: come si è detto, l’interesse di Ginsberg si sviluppò per influenza di Kerouac – e successivamente Burroughs e Snyder – ma questi non era un caso nell’ambiente intellettuale della seconda metà del Novecento. Per identificare e spiegare questa tendenza può essere proficuo prendere in prestito la convincente definizione di self-othering di Svonkin (2008; 2010): nel clima politico e sociale di repressione e puritanesimo americano degli anni ’50, in cui vigeva l’inibizione delle libertà sessuali e di espressione, l’unico modo per il poeta di sopravvivere è uccidere metaforicamente il sé normotipico – occidentale, eterosessuale, maschile – al fine di rinascere assumendo nuove identità marginalizzate e devianti dallo standard. Solo in seguito a questo omicidio/suicidio e alla successiva impersonificazione di un alter-ego il poeta può ricavarsi un nuovo spazio espressivo, in quanto non più costretto dalle norme a cui era precedentemente sottoposto. In questo modo il poeta/l’intellettuale può dare voce ai suoi personali sentimenti di marginalizzazione e alienazione nella società capitalista, sentendosi autorizzato a esprimerli in virtù dell’assunzione di identità subalterne alla norma americana: ebrei, afroamericani, omosessuali, donne, malati mentali. Nell’atto, idealmente, di massima ribellione al sistema patriarcale occidentale e orientalista, in realtà si agisce a favore di questo organismo, fomentandolo e contribuendo alla repressione e al silenzio di tutti i gruppi sociali in cui, fittiziamente, ci si identifica; non soltanto perché parlando per queste comunità si toglie materialmente a queste la possibilità di parlare per sé, ma anche perché si trasferiscono su di esse sentimenti e problemi che, in definitiva, appartengono all’identità occidentale e normotipica che si è cercato di uccidere e non alle comunità “devianti”, come esplica molto bene Toni Morrison (1992): «the ways in which artists – and society that bred them – transferred internal conflicts to a ‘black darkness’, to conveniently bound and violently silenced black bodies».

 

La convincente spiegazione dell’interesse per le culture orientali da parte di intellettuali americani in quanto fenomeno di self-othering se funziona molto bene per la maggior parte dei letterati dell’epoca, uno fra tutti Jack Kerouac, sembra essere meno efficace, o meglio ancora aderente al vero ma parziale, per Allen Ginsberg. La condizione di partenza di Ginsberg è già una situazione di devianza dallo standard in quanto ebreo e omosessuale, e se è vero che probabilmente la presenza di questi aspetti di sé nella sua poesia – così come l’identificazione con la madre (e quindi una certa associazione con l’origine est-europea, la femminilità e la malattia mentale di Naomi) – rientra nel fenomeno del self-othering, è vero anche che altre ragioni, più profonde, vanno ricercate per completare il quadro. La più cogente di queste è la necessità – in vista di un’orientalizzazione del sé – di un divorzio netto con la tradizione giudaico-cristiana ben radicata nella società americana che, come afferma Hartnell (2009) «sits at the heart of Occidental culture and [...] plays a major role in enabling Orientalist discourse». Ginsberg si serve di espressioni delle culture orientali per ribadire l’essenziale estraneità e orientalità della sua identità ebraica, distaccandosi da quella tradizione che era stata complice e colpevole dei drammatici orrori in Europa culminati nella tragedia della Shoah. Il self- othering, l’appropriazione culturale di Allen – che appartiene alla retorica orientalista e che è rea in quanto figlia della società americana capitalista e colonialista – è mossa da una necessità di affermazione dell’alterità del sé e, di più, dell’alterità del popolo ebraico tutto da quella narrativa giudaico-cristiana che «surely imploded at Auschwitz» (Hartenell, A. 2009). Non si tratta solamente di un pretesto espressivo, ma di una strategia di sopravvivenza. L’affermazione della nuova identità ebraica, orientalizzata, si realizza nella persona di Naomi nel Kaddish a lei dedicato.

 

Il Kaddish for Naomi Ginsberg, discostandosi decisamente dalla preghiera tradizionale, sembrerebbe recidere i rapporti con il mondo ebraico, prendendo in prestito dalla tradizione religiosa il nome dell’orazione del lutto come pretesto per la scrittura dell’opera. Il Kaddish Yatom è una dossologia in cui la singolarità del defunto è del tutto assente, così come il suo nome; l’opera di Ginsberg, al contrario, è un lungo poema incentrato sul ricordo e sulla vita della madre, che è la protagonista assoluta e a Dio è lasciato soltanto un piccolo spazio, in cui viene rappresentato depotenziato (vecchio, stanco, triste e impotente): è Naomi la figura veramente divina, di portata biblica, che viene glorificata; in Hymmnn, ad esempio, il nome di Dio “He”, prima ancora di essere sostituito da quello di Naomi, è caratterizzato dai suoi luoghi e dalle sue esperienze:

In the house in Newark Blessed is He! In the madhouse Blessed is He! In the house of Death Blessed is He! […]

Blessed be you Naomi in tears! Blessed be you Naomi In fears! Blessed Blessed Blessed in sickness!

Blessed be you Naomi in Hospitals! Blessed be you Naomi in solitude!

 

In Hymmnn, che è la sezione del poema che più si avvicina al Kaddish Yatom (il primo verso è una traduzione dell’inizio del Kaddish tradizionale e viene conservata la ripetizione anaforica “Blessed be He”), la traccia della preghiera ebraica sembra scivolare in secondo piano in virtù della personalizzazione che permea tutta l’opera e che – come si è sottolineato – impregna anche Dio, lodato nella malattia mentale, negli ospedali, in paranoia. Eppure, la natura privata e deviante dal modello dell’opera non deve distogliere l’attenzione dal fatto che Kaddish è un poema eminentemente biblico, in cui a elementi della cultura e letteratura ebraica (soprattutto nello stile), si fondono elementi della filosofia e religione buddhista, a partire dal fondamento e condizione essenziale per il poema, ossia la morte di Naomi: questa è rappresentata come la liberazione dal dolore e dalla paranoia, in una condizione di vuoto del shunyata – ossia l’esperienza esistenziale buddhista della vacuità:

Ai! Ai! We do worse! We are in a fix! And you’re out, Death let you out, Death had the Mercy, you’re

Done with your century, done with God, done with The path thru it – Done with yourself at last – Pure

 

L’accostamento delle due religioni si colloca nel solco del già citato processo di orientalizzazione dell’identità del popolo ebraico, processo che vede il massimo della sua forza nella protagonista del poema. Naomi (si intende la Naomi letteraria del Kaddish) incarna l’essenza stessa dell’alterità: innanzitutto va sottolineata la sua alienazione nei confronti della società americana, in quanto totalmente anomala – donna, ebrea, russa, comunista, malata di mente, nudista, vegetariana; in secondo luogo va messa in risalto quella, più sorprendente, nei confronti della società europea: Naomi incarna tutti gli stereotipi orientalisti di femminilità, di seduzione e repulsione insieme, assenza di futuro e morte (Hartnell, A. 2009). Un’esplicitazione della natura seduttrice e repulsiva di Naomi agli occhi non-orientali viene data dal poeta stesso nel momento di riflessione sulla possibilità di un rapporto incestuoso; nel sentimento di contemporanea attrazione e repulsione – contraddizione che ben sintetizza il comportamento occidentale nei confronti dell’Oriente – sembra essere rappresentato un atteggiamento, nel microcosmo della relazione madre-figlio, perfettamente in linea con il paradigma  orientalista:

One time I thought she was trying to make me

come lay her – flirting to herself at sink – lay back on huge bed that filled most of the room, dress up round her hips, big slash of hair, scars of operations, pancreas, belly wounds, abortions, appendix, stitching of incision pulling down in the fat like hideous thick zippers – ragged long lips between her legs – What, even, smell of asshole? I was cold – later revolted a little, not much – seemed perhaps a good idea to try – know the Monster of the Beginning Womb – Perhaps – that way. Would she care? She needs a lover.

 

La descrizione di Naomi – le cicatrici sul corpo grasso paragonate a grossolane cerniere, i peli, il vestito arrotolato in modo disordinato che mostra tutta la nudità, compresa la vagina slabbrata – che le conferisce l’aspetto di una grottesca bambola di pezza a cui si aggiunge il ripugnante odore corporeo, mette in mostra tutto il disgusto provato da Allen all’idea di un possibile rapporto incestuoso; eppure la prospettiva lo tenta, non per porre rimedio al bisogno di un amante di Naomi, ma perché vivendo il rapporto aberrante verrebbe a conoscenza del “Monster of the Beginnins Womb”, il principio femminile, creatore, oscuro e misterioso, inconoscibile per il poeta. È evidente come in questa volontà di coinvolgimento conoscitivo filosofico nel mistero divino incarnato da Naomi si espliciti il paradigma orientalista: Naomi è l’alterità orientale del popolo ebraico che Allen non può che condividere soltanto parzialmente, e anzi, in questo luogo – compiendo un’estremizzazione – egli si trova a essere rappresentante dell’Occidente americano. Ad aumentare il senso di alterità e divinità di Naomi, e quindi del popolo ebraico, sono i tre versi subito successivi, che consistono nella traslitterazione dall’aramaico del cuore del Kaddish Yatom: «Yisborach, v’yistabach, v’yispoar, v’yisroman, v’yisnaseh, / v’yishador, v’yishallel, v’yishallol, sh’meh d’judhosho, b’rich hu», che possono essere tradotti con “Benedetto, lodato, glorificato, esaltato, celebrato, onorato, elevato / e lodato sia il Nome del Santo”, che è Naomi.

 

Grazie all’orientalizzazione dell’identità del popolo ebraico condotta nella sua personale riscrittura del Kaddish – tramite la rappresentazione di Naomi come l’altro assoluto, il divino, l’Oriente – Allen, pur partendo da presupposti orientalisti, riesce a creare le basi per una nuova identità ebraica aperta a influenze religiose esterne in un’era «religiosa post-moderna», caratterizzata dal dialogo e dalla commistione tra culture, capace di, se non scardinare, quantomeno intaccare il paradigma orientalista, da intendersi in senso lato come rapporto tra realtà culturali diverse in cui una è necessariamente posta in una condizione di subalternità.

 

Per saperne di più:  

Riguardo a Ginsberg e alla sua vita si consiglia (oltre ovviamente alla lettura delle sue opere) Kramer, J., Allen Ginsberg in America, New York, Random House, 1968; Morgan, B., I celebrate myself. The somewhat private life of Allen Ginsberg, New York, Viking Penguin, 2006. Per il rapport di Ginsberg con l’identità e la spiritualità ebraica Ariel, Y., A New Kind of Jew: Allen Ginsberg and Asian Spirituality, in «PaRDeS», Potsdam, Universitätsverlag Potsdam, 2018, pp. 133-148. Per quanto riguarda l’orientalizzazione dell’identità ebraica Omer-Sherman, R., Introduction: The Cultural and Historical Stabilities and Instabilities of Jewish Orientalism, in «Shofar», vol. 24, no. 2, Purdue University Press, 2006, pp. 1-10; Hartnell, A., Re-drawing the East/West Boundary: Orientalizing Jewish Identity in Allen Ginsberg’s “Kaddish”; in Sielke, S., Kloeckner, C., Orient and Orientalism in US-American Poetry and Poetics, Framkfurt am Main, Peter Lang AG, 2009, pp. 235-55. Per quanto riguarda il rapporto dell’identità occidentale nei confronti di quelle orientali Said, E.W., Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. GALLI, S., (ed. or. Orientalism, New York, Pantheon Books, 1978), Milano, Feltrinelli, 2020; Morrison, T.,  Playing in the Dark: Whitness and the Literary Imagination, Harvard University Press, Cambridge Massachussetts, 1992, p. 38; Svonkin, C., From Robert Lowell to Frank Bidart: Becoming the other; Suiciding the White Male ‘Self’, in «Pacific Coast Philology», vol. 43, Penn State University Press, 2008, pp. 92-118; Svonkin, C.,  Manishevitz and Sake, the Kaddish and Sutras: Allen Ginsberg’s Spiritual Self-Otherin, in «College Literature», vol. 37, no. 4, Johns Hopkins University Press, 2010, pp. 166-93. Infine si consiglia un sito molto utile per la conoscenza dei rudimenti della religione ebraica https://www.myjewishlearning.com/, e lo splendido Allen Ginsberg Project https://allenginsberg.org/


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