29 aprile 2021

Tra le prospettive: la mentalizzazione come abilità evolutiva e protettiva

 

Ti sei mai steso a guardare le nuvole con qualcuno? Magari avrai riconosciuto la sagoma di una balena nella spuma del mare, mentre chi era accanto a te potrebbe aver visto una chiocciola oppure aver scorto la bocca di un drago da cui esce del fumo. Così come avviene per le nuvole, le situazioni possono essere percepite differentemente dalle persone che reagiscono provando emozioni, pensando e agendo in maniera diversa tra loro.

 

La capacità di considerare e distinguere questi possibili modi di leggere le esperienze è particolarmente utile per affrontare con successo le sfide della vita quotidiana e preservare uno stato di benessere. Come afferma, infatti, Antonella Marchetti nella prefazione al libro La mentalizzazione nel ciclo di vita, «Creare rappresentazioni psicologiche sensibili al vertice osservativo (quasi sempre altamente informativo) dell'esperienza altrui getta le basi di una comprensione pluralista della realtà sociale che non può che giovare alla convivenza pacifica». Oltre a migliorare la qualità delle interazioni con gli altri, tale attività è connessa a numerose funzioni mentali, come la regolazione degli stati affettivi, la cui compromissione si riscontra in molte condizioni di malessere psicologico.

 

Il termine mentalizzazione si riferisce all’attività mentale che permette di comprendere i comportamenti umani riconducendoli a stati mentali (ovvero, stati quali desideri, emozioni, intenzioni e credenze) e di regolare le proprie azioni di conseguenza. Tale concetto è stato sviluppato nell’ambito di studi di matrice psicodinamica, con un particolare riferimento alla teoria dell’attaccamento. Inoltre, esso presenta legami con formulazioni, in parte sovrapponibili, come quella di teoria della mente. Quest’ultima, oggetto di numerosi studi nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva, è stata connotata originariamente da un’accezione di stampo cognitivo, caratterizzata dal focus sulle rappresentazioni prodotte dalla mente, piuttosto che sulle relazioni in cui questa si manifesta.

 

Con mentalizzazione si indica un’abilità sfaccettata che riguarda processi sia emotivi che cognitivi. Essa può essere rivolta ai propri stati mentali (nella sua componente autoriflessiva) o alla comprensione della prospettiva altrui (in riferimento alla sua componente interpersonale) e può operare in maniera implicita (attraversi sguardo, espressioni facciali, tono di voce, movimenti...) oppure esplicita (tramite espressioni verbali e consapevoli).

 

Peter Fonagy ed Elizabeth Allison ritengono che questa capacità si sia evoluta negli esseri umani per permettere loro di interpretare velocemente e prevedere, in maniera efficace, le azioni degli altri in contesti sociali variabili. Secondo un approccio evoluzionista, difatti, la capacità di comprendere la prospettiva altrui sarebbe stata vantaggiosa per la sopravvivenza di gruppo.  Come affermano Giovanni Liotti e Mauricio Cortina, sebbene la selezione individuale favorisca gli individui più “egoisti”, la selezione di gruppo avrebbe determinato il successo dei primi uomini che hanno iniziato a collaborare, costruendo insieme società e culture. L’acquisizione di una consapevolezza della “posizione” dell’altro ha permesso a quei primati di sviluppare modalità comunicative sempre più efficaci e articolate (come le lingue), di pari passo con l’aumento delle dimensioni cerebrali e della complessità delle interazioni sociali.

 

Poiché l’evoluzione della specie si rispecchia nel processo di maturazione degli individui, si può cogliere l’emergere della capacità prospettica a partire da modalità di pensiero più “primitive”. Nonostante lo sviluppo della mentalizzazione si estenda nell’intero arco di vita (prospettiva life-span), è tuttavia possibile individuare delle tappe cruciali che lo caratterizzano.

 

Inizialmente, le interazioni del neonato con il suo caregiver, ovvero con l’adulto che si prende cura di lui, sono guidate da processi prevalentemente automatici e non verbali. Alla fine del primo anno di vita, il bambino si rende conto che le azioni possono modificare l’ambiente fisico. Nel secondo anno, egli inizia a capire che stati mentali come i desideri siano alla base di comportamenti che influenzano gli altri. Ad esempio, il piccolo può indicare le foglie mosse dal vento per far voltare l’adulto e condividere con lui l’attenzione (joint attention) su quell'evento affascinante. In questa fase, tuttavia, egli non concepisce ancora differenti punti di vista e spesso equipara il proprio mondo interno a quello esterno. Secondo il principio dell’”equivalenza psichica”, se il bambino crede che nell’armadio ci sia un mostro, quella credenza è percepita da lui come concreta realtà. Durante il gioco, invece, spesso emerge un’altra modalità di pensiero definita “far finta”. In questo caso, il bambino piccolo considera i propri pensieri e sentimenti come totalmente indipendenti dall’ambiente fisico e può usare indifferentemente una banana o un pettine come se fossero un telefono.

 

Queste due modalità alternative del funzionamento psicologico infantile iniziano ad essere integrate attorno ai quattro anni. È di solito durante quest’età che si individua una tappa considerata decisiva per lo sviluppo della mentalizzazione: il bambino riesce ad attribuire a se stesso e agli altri degli stati mentali che possono non corrispondere alla realtà, ma che sono collegati ad essa. Grazie a questa nuova possibilità egli diventa in grado di fare scherzi e raccontare bugie. Successivamente, a circa sei anni, il bambino sviluppa la capacità di collegare le proprie esperienze nel tempo e riconoscere che sia possibile provare emozioni contrastanti. Dagli otto anni in poi, iniziano ad emergere forme più complesse di interazione, come l’ironia o la persuasione, che saranno poi affinate per tutta la vita.

 

Una volta superate queste tappe, l’acquisizione dell’abilità riflessiva non resta immutabile. In circostanze particolarmente stressanti, anche una persona capace nella “lettura della mente” altrui potrebbe adottare modalità di pensiero più “primitive”. Lo sviluppo della mentalizzazione, infatti, oltre a dipendere da fattori genetici e dalla maturazione biologica è notevolmente influenzato da fattori contestuali. In particolare, decisive risultano le relazioni ‘significative’, a partire da quelle che il bambino instaura con le proprie figure di attaccamento. È nel contesto delle relazioni caratterizzate da comprensione e fiducia, definite “sicure”, che si sviluppa naturalmente la comprensione degli stati mentali propri e altrui. Un legame sicuro si instaura, infatti, grazie alla sensibilità del genitore nel riconoscere, elaborare adeguatamente gli stati mentali del proprio figlio e nel consentirgli di distinguerli e nominarli.

 

Riconoscere quanto il contesto intersoggettivo sia determinante permette di comprendere come mai lo sviluppo della mentalizzazione possa essere compromesso dall’instaurarsi di relazioni insicure, nelle quali non c’è “spazio” per esplorare sentimenti e pensieri. Ad esempio, in situazioni particolarmente stressanti, come nel caso di separazioni conflittuali, lutti o malattie, i propri (e altrui) stati mentali possono essere vissuti come minacciosi e, in alcuni casi, impossibili da sopportare.

 

Come affermato nel libro a cura di Nick Midgley e Ioanna Vrouva, «Ampliare la capacità di una persona di “giocare con la realtà” ed entrare nel mondo degli altri per vedere le cose dalle loro prospettive è una fase importante nello sviluppo psicosociale ed è anche una componente inestimabile nella vita adulta» (p.123). Quando le persone perdono la capacità di “giocare con prospettive differenti”, le possibilità di interpretare le situazioni e regolare i propri comportamenti si riducono e si possono individuare diverse forme di “sofferenza”, più o meno severa. 

 

I disturbi dello spettro autistico costituiscono uno degli ambiti maggiormente studiati per comprendere il ruolo della mentalizzazione, poiché le persone con autismo incontrano difficoltà, in modi e con intensità differenti, nella comprensione della mente degli altri e sono meno coinvolte nelle interazioni sociali.

 

Anche tra le persone con disturbo borderline di personalità si è riscontrata la difficoltà nell’interpretazione degli stati mentali collegati ai comportamenti. In questo caso, a differenza del precedente, i segnali sociali vengono spesso colti, ma successivamente vengono interpretati effettuando deduzioni eccessivamente complesse. Tali persone riescono difficilmente a stabilire relazioni stabili, considerato come nel loro mondo piccoli indizi possono essere fraintesi. Ad esempio, uno sguardo semplicemente stanco o distratto può diventare una prova inconfutabile dell’odio provato nei loro confronti.

 

Un ulteriore caso, piuttosto noto, riguarda alcuni aspetti che caratterizzano le persone con tendenze psicopatiche. Gli individui che presentano tratti, o disturbo, di personalità antisociale riescono a comprendere la prospettiva degli altri, ma la utilizzano per manipolarli ed esercitare il proprio potere. Spesso tali comportamenti scarsamente empatici, manifestati da ragazzi in grado di cogliere i pensieri altrui, caratterizzano gli episodi di bullismo.

 

Sebbene il contesto familiare sia determinante, fortunatamente esso non è l’unico a influire sullo sviluppo. Le figure presenti nel contesto scolastico o in altri luoghi, come quelli sportivi, possono permettere di instaurare relazioni abbastanza sicure da permettere di imparare a mentalizzare. Inoltre, per stimolare lo sviluppo della mentalizzazione sono stati messi a punto veri e propri modelli di intervento, individuali e di comunità, indirizzati a diverse fasce d’età.

 

I tipi di intervento psicologico maggiormente noti sono le terapie basate sulla mentalizzazione (Mentalization Based Treatment), le quali hanno l’obiettivo di far sperimentare la sensazione di essere compresi e di poter esplorare i propri pensieri e sentimenti assieme ad un terapeuta, in una situazione caratterizzata da fiducia e senso di sicurezza. Le persone maturano così una più chiara coscienza di sé e una modalità più funzionale per interagire col mondo. Poiché l’incremento di tale funzione riflessiva è un fattore protettivo rispetto agli eventi critici della vita, oltre alle terapie vere e proprie, il concetto di mentalizzazione è stato utilizzato per progettare interventi di prevenzione secondaria (indirizzata a gruppi di persone a rischio, come i malati cronici nei reparti ospedalieri) e primaria (in contesti di vita quotidiana, quali le scuole). In tal modo si intende promuovere il benessere delle persone all’interno dei sistemi sociali di cui esse sono parte.

 

In conclusione, comprendere la prospettiva degli altri e confrontarla con la propria è una capacità, certamente legata all’eredità genetica, che richiede di essere sviluppata nel tempo e che può migliorare la qualità della vita. Magari, la prossima volta che discuterai con qualcuno credendo che la tua opinione su una vicenda sia l’unica “vera” versione dei fatti, ti verrà in mente l’immagine della “nuvola” e ti aprirai alla possibilità di accogliere qualcosa di diverso. 

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura di Cortina, M., & Liotti, G. (2009). L’origine collaborativa e intersoggettiva della coscienza: un approccio evoluzionista ed evolutivo. Ricerca psicoanalitica. 20(1), 25-46.

Per un approfondimento sulla mentalizzazione è possibile consultare La mentalizzazione nel ciclo di vita. Interventi con bambini, genitori e insegnanti. Milano: Raffaello Cortina, 2014, curato nella sua versione originale da Nick Midgley e Ioanna Vrouva e in quella italiana da Antonella Marchetti. I primi due capitoli offrono un’introduzione teorica, mentre in quelli successivi è possibile trovare degli esempi di interventi nelle prime fasi di vita.

In caso di curiosità sugli interventi con gli adulti, si suggerisce di ricercare dei contributi di Peter Fonagy, tra i maggiori esperti in materia, che ha contribuito alla scrittura del libro citato nel presente articolo.

 

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