29 marzo 2021

Un cervello al museo

Cosa può insegnarci l’impressionismo sui circuiti neurali?

Pensa all’ultima volta che sei entrato in un museo, alle emozioni che hai provato, a come ti sei sentito appena uscito. Avresti mai detto che l’insieme di queste sensazioni derivi da piccolissime scariche elettriche trasmesse in specifiche direzioni lungo “cavi” che sono i neuroni del tuo cervello? Non ti stupisce che tutto questo accada, pressoché allo stesso modo, a te come ad altri miliardi di persone al mondo? Com’è possibile che, nel corso dei secoli, tutte le emozioni trasmesse da dipinti e sculture rimangano ferme e atemporali, in grado di comunicare in maniera diretta e allo stesso tempo intima, con il linguaggio nato con l’uomo e che non ha bisogno di essere “chiuso” all’interno di parole?

 

Che sia merito dell’artista è la prima risposta che viene in mente. Chi è un artista? Secondo il vocabolario «chi esercita una delle belle arti» o, ancora, «chi ha fine senso dell’arte ed è aperto al sentimento del bello». Seguendo una definizione meno rigorosa, diremmo che un artista è colui che, tramite le sue opere (non soltanto figurative), riesce a trasmettere un messaggio che diventa quasi universale, che parla direttamente alla nostra parte più profonda e interiore.

 

Come riesca a farlo è la domanda che la Neuroestetica (Zeki, 1990), ramo delle Neuroscienze che si occupa dello studio della percezione estetica, si è posta negli ultimi 30 anni. Trovare una risposta univoca è una sfida complessa: diverse sono le teorie e diversi sono gli approcci a questa particolare scienza, ancora molto giovane.

 

V. Ramachandran, neuroscienziato indiano, tentando di rispondere, ha trovato dieci caratteristiche che rendono un’opera visiva gradevole al nostro occhio, con l’obiettivo di tendere un filo rosso in grado di rendere universale il concetto di arte e, così, superare le differenze che esistono tra stili e correnti artistiche susseguitesi nel corso dei secoli. Queste, una volta individuate, inducono nel nostro cervello una vera e propria sensazione di gratificazione, interiore e inconsapevole, dovuta all’attivazione del cosiddetto “circuito della ricompensa”, tramite il rilascio del neurotrasmettitore dopamina. Il professore ipotizza che a stimolare il nostro cervello siano le immagini che rispettano un ordine, che seguono un ritmo, che hanno una simmetria e un equilibrio. Il nostro occhio e il nostro cervello non possono fare a meno di evidenziare gli elementi di contrasto nell’opera, quelli che sono parzialmente nascosti alla nostra vista (e che inevitabilmente attirano l'attenzione stimolando la nostra curiosità) e quelli che risultano essere evidenziati perché raggruppati e/o isolati rispetto al resto. Inoltre, siamo più attratti dai punti di vista ampi che dai significati nascosti o poco generalizzabili e da un continuo stimolo alla ricerca di significati metaforici. Quello che forse ci stupirà di più è sapere che siamo notevolmente propensi ad apprezzare le esagerazioni di caratteri per noi simbolici e particolarmente significativi, come per esempio lo spiccato dimorfismo sessuale di alcune opere scultoree, in quello che, dallo stesso neuroscienziato, viene definito peak shift.

[Umberto Boccioni, La risata, 1916, olio su tela, 110,2 x 145,4 cm. New York, Museum of Modern Art]

 

L’attrazione verso queste dieci caratteristiche non è sufficiente a spiegare la complessa elaborazione di un’immagine da parte del nostro cervello. La luce che viene percepita dal nostro occhio, quando riflessa da un’opera che stiamo osservando, viene “scomposta” ed elaborata da due circuiti neurali che ci daranno informazioni diverse, ma in entrambi i casi fondamentali: il What e il Where di un oggetto localizzato nello spazio. In particolare, il What è rappresentato dalla forma e dal colore dell’oggetto, il Where dalla sua luminosità e dal movimento. Basta ammirare un dipinto di Canaletto, pittore veneziano vedutista, per apprezzare questi elementi.

[Canaletto, Riva degli Schiavoni, 1724 -1730, olio su tela, 46 x 63 cm. Vienna, Kunsthistorisches Museum]

 

Diversa è la percezione che abbiamo di uno dei dipinti più noti del francese Claude Monet. In Impressione: sole nascente il sole e l’acqua non sono distinti per luminosità rispetto al resto dell’immagine, ma soltanto per il loro colore. Questo non fornisce informazioni al circuito del Where, rendendoli instabili ai nostri occhi tanto da darci l’impressione -nomen omen- del luccichio dell’acqua alle prime luci dell’alba. La tecnica è uno dei principi alla base di molti dipinti di artisti impressionisti, che, inconsapevolmente, giocano proprio con questi due circuiti neurali per trasmetterci il loro messaggio; immobilizzano un secondo en plen air, dandoci giusto il tempo di cogliere le forme in un determinato istante e nella loro naturalezza.

[Claude Monet, Impressione, sole nascente, 1872, olio su tela, cm 48 x 63. Parigi, Musée Marmottan]

 

Quando guardiamo un dipinto che rappresenta un paesaggio, nel nostro cervello viene stimolata la stessa zona cerebrale che si attiva in risposta alla vista di ciò che si mostra al di fuori della nostra finestra: l’area deputata al riconoscimento dei luoghi, localizzata nel giro paraippocampale. Similmente, quando osserviamo un ritratto, rileviamo spiccata attività nel giro fusiforme, l’area cerebrale che permette il riconoscimento dei volti. Quello che è interessante sottolineare, oltre all’associazione diretta tra il reale e il figurato che ci permette un immediato riconoscimento di ciò che osserviamo, è che l’attività misurata in queste aree è direttamente proporzionale al grado di apprezzamento estetico dichiarato da coloro i quali si sono sottoposti alle misurazioni tramite tecniche di Neuroimaging. Ciò significa che più un dipinto “ci piace”, più stimola l’attivazione di queste zone.

[Jan Vermeer, Ragazza con turbante, 1665 ca, olio su tela, cm 44,39 x 39. L’Aja, Mauritshuis]

 

Voler limitare l’esperienza estetica ad una “semplice” esperienza visiva è davvero riduttivo: sappiamo bene il grande ruolo che hanno le emozioni in questo campo. La Neuroestetica, a tal proposito, ci impone alcune considerazioni. È necessario distinguere una componente emozionale inconscia, identificabile con la risposta empatica oggettiva, e una componente emozionale “razionale”, da cercare nella comprensione di un contesto storico o di un avvenimento, anche in funzione della nostra esperienza soggettiva.

 

La prima è governata dall’attività di un sistema di neuroni scoperti nel 1992 da un gruppo di ricercatori coordinati da Giacomo Rizzolatti. Tali neuroni sembrano essere alla base della nostra comprensione dell’altro, nelle sue azioni ed emozioni. Sono chiamati Neuroni Specchio e sono cellule particolari in cui registriamo attività sia se l’azione è compiuta da noi in prima persona, sia se la vediamo in terza persona (da questo il loro nome). Sono dislocati in diverse aree del cervello: quelli che si attivano in risposta ad un movimento di una persona vicino a noi li troviamo nel giro frontale inferiore, nella corteccia premotoria e nel lobulo parietale inferiore. Questi neuroni non vengono stimolati soltanto da un movimento vero e proprio, ma riescono a rispondere anche ad una percezione dello stesso in una rappresentazione statica. Ciò che è ancor più sorprendente è che è stato recentemente ipotizzato il loro coinvolgimento nell’apprezzamento e nella comprensione delle opere d’arte. Un esempio lampante che possiamo fare è guardare il dipinto Campo di grano con volo di corvi di Vincent Van Gogh, artista le cui opere sono caratterizzate da uno straordinario dinamismo, dato dall’insieme delle sue veloci pennellate.

[Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890, olio su tela 50.5 cm x 103 cm. Amsterdam, museo Van Gogh]

 

Altro sistema di neuroni specchio, con la stessa attività di mirroring, è localizzato a livello dell’insula, regione cerebrale coinvolta, tra le altre cose, nella comprensione del sé e delle emozioni in generale, e nella corteccia cingolata anteriore. Questa particolare funzione è stata dimostrata attraverso l’analisi di reazioni ad espressioni di disgusto, ma lo stesso discorso potrebbe essere esteso a tutte le emozioni. In particolare, l’attività registrata in queste zone sarà proporzionale all’intensità dell’emozione percepita nell’altro. Anche lo sguardo sgomento del soggetto rappresentato da Munch nel suo celebre L’urlo ci trasmette la sua inquietudine.

[Edvard Munch, L'urlo, 1893, tempera, pastello su cartone, 91 x 73,5 cm. Oslo, Munch Museet]

 

Se quella data dell’insula e, più in generale, dai neuroni specchio è una risposta inconscia data dalla comprensione dell’altro per un fenomeno detto Simulazione Incarnata (Embodied Simulation), non possiamo non prendere in considerazione il ruolo che ha la nostra esperienza, la nostra conoscenza, nella comprensione di un’opera. Questa risposta è ancora emotiva, ma dovuta al nostro vissuto, alle nostre idee e alla conoscenza. È l’amigdala, centro cerebrale deputato a meccanismi neurali superiori -tra cui la memoria emozionale-, a governarla. Sarà forse questa attività, dunque, alla base dell'interpretazione individuale dell’arte?

 

Questa è, in fondo, soltanto la componente fisiologica di quella che in psicologia è nota come teoria della valutazione cognitiva, secondo la quale obiettivi e desideri personali hanno forte influenza sulla nostra comprensione di un messaggio come quello dell’arte, che così diventa in grado di essere apprezzato in ogni tempo. Di questa componente fa anche parte un circuito che comprende la memoria episodica, localizzato nella corteccia entorinale, che viene attivato quando acquisiamo la consapevolezza del valore dell’opera che stiamo guardando: per esempio quando sappiamo che l’opera è originale rispetto ad una copia o quando apprendiamo che la stessa è esposta in un museo.

[Pablo Picasso, Guernica, maggio – giugno 1937. Copia a grandezza naturale, Gernika]

 

A conclusione di questa analisi una domanda sorge spontanea: alla luce delle nuove scoperte nel campo della Neuroestetica, che promette futuri vantaggi dal punto di vista diagnostico e applicativo nella clinica delle malattie neurodegenerative, la bellezza può essere ancora definita un parametro soggettivo?

 

Questa, negli ultimi anni, è la più forte critica mossa agli scienziati che si approcciano allo studio della materia, accusati di voler “privare della magia” l’arte: forma più sincera, misteriosa e libera di comunicazione. Il quesito rimane ancora irrisolto, ma non rappresenta lo scopo della ricerca in questo campo. Il neuroscienziato, in fin dei conti, mira a trovare parametri misurabili e leggi fisiologiche che diano una base scientifica a quelle che sono tecniche visive e comunicative da sempre note agli artisti, grazie alle quali hanno creato proprio quella “magia” che ancora oggi ci affascina.

 

Del resto, non importa che tu sappia che quando apprezzi un’opera d’arte, in qualsiasi forma, questa sensazione sia direttamente proporzionale all’attività di una zona del tuo cervello situata nella corteccia mediale orbitofrontale, che raccoglie tutti gli stimoli di cui abbiamo parlato finora e che, tramite un aumento nello scambio di ioni Sodio e Potassio che entrano ed escono dagli assoni dei neuroni lì localizzati, ci permette, alla fine, di rispondere alla domanda «Ti piace?». Questo era così anche prima che noi lo sapessimo.

 

L’importante è che tu non smetta mai di farti coinvolgere da un’opera teatrale, una melodia o anche un’opera architettonica, da un dipinto, da un balletto o da una scultura. Che tu non smetta mai di essere curioso, di chiederti il perché di un’opera, così da poter comprenderne meglio il messaggio. L’importante è che tu non smetta di lasciarti andare a queste sensazioni, a prescindere da dove i tuoi neuroni rilascino i loro neurotrasmettitori.

 

Tutte le traduzioni sono a opera di chi scrive.

 

Per saperne di più:

 

Semir Zeki, La visione dall’interno, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

Bartlomiej Piechowski-Jozwiak, François Boller, and Julien Bogousslavsky, Universal Connection through Art: Role of Mirror Neurons in Art Production and ReceptionBehav Sci (Basel). 2017 Jun; 7(2): 29.

Semir Zeki, Notes Towards a (Neurobiological) Definition of Beauty, 2019

NeuroaestheticsAnjan Chatterjee, Researchers unravel the biology of beauty and art, Apr 30, 2014

Anjan Chatterjee, Oshin Vartanian, Neuroaesthetics, 2014  

 

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