4 maggio 2021

La relazione con l’altro in filosofia e biologia

Le sfide interpretative poste dalla microbiomica al concetto di individuo

Che cosa è l’io? Cosa si intende per “sé”? Il sé scaturisce da una costruzione narrativa, dall’esperienza, o è piuttosto un polo di identità puro?

Le domande che caratterizzano il dibattito filosofico sul concetto di sé danno luogo a una molteplicità di prospettive teoriche. In questa conversazione tra posizioni alternative, può la biologia arricchire il dibattito sul sé, introducendo la necessità di una cittadinanza all’insieme di microorganismi che albergano in noi, e con noi interagiscono? I recenti approcci della biologia sul concetto di identità mostrano che l’individuo può venire teorizzato su una base relazionale, e cioè a partire dall’immagine di un ecosistema, nel quale sono ospitate molte specie viventi.

 

Prima di introdurre il concetto di identità biologica, rivolgiamo uno sguardo alle principali strade percorse nel dibattito filosofico sul sé. Un’ipotesi, che ha dato vita alla tradizione del neuroscetticismo e alla dottrina dell’inesistenza del sé in termini sostanzialistici, è quella di David Hume (1711-1776), che propone l’immagine della mente come «una sorta di teatro, in cui diverse percezioni appaiono in successione; passano, ripassano, scivolano via, combinandosi in un’infinita varietà di posizioni e situazioni» (A Treatise of Human Nature, 1739-40). L’io non è infatti un’impressione, ma piuttosto ciò a cui le singole percezioni si riferiscono.

L’ipotesi neuroscettica si contrappone alla nozione di sé come sostanza. In questa sintesi la prima teoria enfatizza la differenza tra la molteplicità delle esperienze, mentre la seconda la continuità psicologica della persona. Il sé dunque sopravvive alla mutevolezza delle esperienze, e si configura come principio di identità e unità. Mentre la nozione dell’identità pura si incentra sulla persistenza del sé al variare del vissuto, un approccio che sostiene il sé come costrutto narrativo riflette sulla trasformazione come carattere costante dell’identità: il sé dunque è risultato in metamorfosi, e non dato di partenza. La funzione narrativa è la chiave di lettura del sé che permette di accedere alla identità.

 

Se il concetto di sé avulso da un contesto e corrispondente al concetto di identità pura viene messo in discussione da una lunga tradizione filosofica, ciò che progressivamente mostra la microbiomica – che studia le popolazioni batteriche del nostro organismo (microbiota) e le loro interazioni e funzioni − è che la biodiversità caratterizza profondamente anche il sé biologico. Il corpo umano ospita infatti miliardi di organismi viventi di diverse specie animali, al punto che l’uomo è in realtà il risultato di comunità di molteplici organismi. A questo proposito dunque si potrebbe definire l’organismo umano in termini di superorganismo, in quanto ospita sistemi eterogenei di batteri, virus e varie specie di gruppi animali.

 

Gli studi sul microbioma informano che gli individui sono superorganismi organizzati sulla base di relazioni di mutualità: la “comunità” che costituisce dunque il nostro sé biologico è in continua trasformazione mutuale, sia in termini di simbiosi, sia di disbiosi.

L’evidenza sperimentale dell’impatto del microbioma sui tratti che vengono utilizzati per definire cosa e chi sia un sé presenta implicazioni che trascendono l’ambito biologico e della medicina e riguardano quello della comprensione filosofica e antropologica dell’essere persone. Come sostengono gli scienziati Rees, Bosch e Douglas

 

Da un punto di vista immunologico, il sé non è un tratto umano, ma il risultato di complesse interazioni tra le cellule umane e una molteplicità di cellule microbiche. Detto altrimenti, ciò che tradizionalmente è stato definito “sé” è in parte dipendente da ciò che è stato tradizionalmente definito come “non sé”. (Rees, Bosch & Douglas, 2018).

 

Il corpo umano ospita e interagisce con milioni di cellule microbiche che colonizzano il nostro organismo; l’attività propria di tali organismi gioca un ruolo di prim’ordine nella fisiologia umana e nelle funzioni stesse degli organi. Il concetto che racchiude la biodiversità microbica è quello del microbioma umano, ossia l’insieme delle specie microbiche e dei loro geni e genomi che il corpo umano ospita e che sono coinvolte nella salute dell’individuo. In precedenza, il paradigma teorico di riferimento contemplava identità discrete, come soggetti integri; di conseguenza i microorganismi ospitati nell’uomo venivano considerato alla stregua di patogeni o comunque ne veniva ignorato l’impatto sulla salute dell’uomo: «l’assenza dei microbi era equivalente alla salute». Una maggiore attenzione per la mutualità caratteristica delle interazioni tra cellule e microbi determina dunque una rivalutazione del funzionamento stesso degli organi, in linea con i recenti orientamenti della Eco-Evo-Devo (Ecological Evolutionary Developmental) Biology. Tale approccio alla biologia dello sviluppo tiene conto proprio dell’importanza delle interazioni del microbioma con le cellule dell’organismo, nella misura in cui studia il cambiamento evolutivo a partire dalla comprensione delle interazioni tra genetica, epigenetica e influenze ambientali.

 

Per quanto concerne il genoma, la sua unicità va dunque estesa alla unicità del microbioma; posto che il microbioma a cui ognuno è associato presenta più geni di quanti ne abbia il genoma umano, la nostra identità biologica non può essere descritta solamente a partire dai geni umani. Ad ogni modo le comunità di microbi possono variare, senza determinare con ciò una variazione dell’individuo stesso, quindi lo statuto del microbioma è comunque caratterizzato da una certa autonomia nei confronti di ciò che tradizionalmente fa parte dell’identità biologica. La novità dunque di questo riorientamento biologico e culturale non consiste tanto nella considerazione dell’influenza tra individuo e ambiente, conquista fondamentale già del paradigma darwiniano, quanto piuttosto della convivenza da cui scaturisce la progressiva costituzione di ciò che l’umano come superorganismo è.

 

È proprio a partire dall’elemento della convivenza che viene suggerita da Elena Gagliasso la nozione di con-dividuo, che si focalizza sulla co-costituzionalità progressiva dell’individuo come ecosistema e che è capace di descrivere il nostro essere «tanti in coabitazione e cooperazione funzionale» (Gagliasso, 2019). Il termine “con-dividuo” integra la visione simbiotica della vita che apre la prospettiva biologica delle interazioni tra il microbioma e l’individuo.

 

Lo studio della nozione di identità mostra la presenza di strutture di pensiero simili in biologia e in filosofia nell’esaminare la categoria dell’altro. Su tale versante il termine individuo palesa un’ottica che non rende giustizia alla visione simbiotica della vita. Il caso del con-dividuo riflette cioè la novità di una concezione che presenta il vivente anzitutto come con-vivente, e la simbiosi come tratto caratteristico della vita. L’olobionte, termine scientifico per indicare la convivenza costitutiva tra microbi e noi, non costituisce una sostituzione del termine individuo, che seppure non sia dotato di un corrispettivo proprio in termini biologici o strettamente metafisici, mantiene una pregnanza irrinunciabile e necessaria. L’integrazione della prospettiva biologica sull’identità non risolve la definizione del sé, ma piuttosto riflette una visione della struttura dell’organismo in termini di intero e non di somma delle parti. La configurazione dell’individuo dunque supera la somma delle singole parti, proprio perché per vita si intende relazione simbiotica o disbiotica, e non semplicemente giustapposizione di elementi.

 

Quali conclusioni possono dunque trarsi da un approccio al problema dell’identità, biologica e filosofica, che tenga conto della relazione con l’altro come tratto caratteristico del vivente? I più recenti orientamenti scientifici sul concetto del sé sembrano suggerire che la categoria dell’altro sia inscritta in uno stesso individuo: parlare dunque di costruzione del sé significa riconoscere non solo la mutualità come principio fondamentale, ma concepirla come un tratto che si dà anzitutto nell’organismo stesso, e non solo nell’interazione con l’esterno: l’individuo è anzitutto relazione.

 

Per saperne di più:

Il dibattito filosofico sullo statuto del sé è efficacemente sintetizzato in Gallagher S., Zahavi D., The Phenomenological Mind, London, Routlegde, 2008; tr. it. di P. Pedrini, La mente fenomenologica, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 301-327.

Per approfondire il concetto di con-dividuo e le sue implicazioni filosofiche, antropologiche e scientifiche, si rimanda a Monti M., Redi C. (a cura di), CON-dividuo, Cellule e genomi – XVII corso, Como-Pavia, Ibis, 2019.

Per avvicinarsi al più recente orientamento della biologia, menzionato come Eco-Evo-Devo Biology, si consiglia la lettura di Rees T., Bosch T., Douglas A.E., How the microbiome challenges our concept of self, «PLOS Biology», February 2018, e la consultazione del manuale Fredricks D.N. (edited by), The human microbiota: how microbial communities affect health and disease, John Wiley & Sons, Inc., Hoboken, New Jersey, 2013.

 

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