21 ottobre 2021

Le aree del cervello deputate al linguaggio

Cenni di paleontologia e altri problemi

L’origine del linguaggio, connesso alla storia e allo sviluppo del genere umano, è oggi una delle branche più interessanti nell’ambito della ricerca linguistica. Si parla di archeologia (o paleontologia) linguistica proprio per riferirsi a quell’interesse della linguistica storico-comparativa volto a ricostruire – sulla base di un confronto costante e per il tramite di una via puramente linguistica – la vita di un popolo preistorico. Secondo molti studiosi, non casualmente, l’origine del linguaggio andrebbe sempre connessa e studiata in parallelo all’evoluzione degli individui primordiali sulla Terra. 

 

Siamo stati abituati a pensare, per il tramite della scuola o degli studi pregressi, che la specie umana abbia avuto uno sviluppo muovendosi su una lingua regolare e progressiva, ma oggi la visione è cambiata: sulla base delle evidenze scientifiche, i genetisti, coloro cioè specializzati nello studio dell’ereditarietà dei geni, hanno scoperto che, in realtà, homo sapiens e homo di Neanderthal avrebbero convissuto. Tanti i possibili incroci ad essere messi in risalto, specialmente per ciò che concerne l’organizzazione della vita e la comunicazione tra pari, ma è bene partire da ciò che, grazie anche all’origine del linguaggio, presenterebbero in comune. L’apparato fonatorio, il cervello e la comunicazione simbolica divengono, pertanto, tutti elementi da tenere in considerazione per poter arrivare ad un compromesso tra le teorie di ieri e quelle di oggi, in relazione ad una ipotetica linea evolutiva tracciabile a cavallo tra homo sapiens e di Neanderthal. Già, in Evoluti e abbandonati (2014), infatti, il filosofo Telmo Pievani sosteneva che «il linguaggio è una combinazione di caratteristiche antiche (il bipedalismo, l’abbassamento della laringe) e recenti (la funzione simbolica, la ricorsività) tenute insieme dalla strategia preferita dell’evoluzione darwiniana che è il rammendo, il bricolage, l’exaptation, cioè il riutilizzo ingegnoso di strutture preesistenti per svolgere nuove funzioni». 

 

Fondamentale è anche aver chiaro, tramite – ad esempio – il video The Human Animal - Brain evolution   (2012) di Natural History DK, quante e quali somiglianze si nascondono dietro il cervello di un sapiens o di uno scimpanzé, diversi non soltanto da un punto di vista quantitativo (ad esempio, il cervello del primo è quattro volte più grande di quello degli scimpanzé) ma anche da quello qualitativo (quello del sapiens , per esempio, è più reticolato di quello degli altri).  Evolutosi da quello dei sapientes o degli scimpanzé, si rivela essere il principale organo dedito alla produzione nel linguaggio, dando luogo a tutti quei meccanismi che portano – in un modo o nell’altro – a parlare, a formulare intere frasi, a dar un corpo (in termini di parole) ai nostri pensieri. Da un punto di vista specificatamente anatomico, si presenta come diviso in due emisferi collegati da un corpo calloso: quello di destra e quello di sinistra. Tra i due, quello maggiormente preposto alla formulazione del linguaggio sembra solitamente essere il secondo (nelle persone mancine, cioè il 10,6% della popolazione mondiale, infatti, si registra talvolta anche una inversione emisferica), ma non opera certo da solo. Il cervello, infatti, si compone di più parti, le quali sono legate insieme dal tronco encefalico, cioè da una sorta di nucleo, e che figurano come diversamente coinvolte nella produzione della parola. Ogni emisfero si articola in quattro lobi: il lobo frontale (responsabile della personalità e dell’empatia, deputato alle funzioni esecutive come l’autocontrollo, il ragionamento, la classificazione di oggetti e la pianificazione), il lobo parietale (finalizzato alla processazione dei sensi, soprattutto dell’olfatto, della posizione e dello spazio, oltre che alle capacità di calcolo e di interpretazione del linguaggio), il lobo occipitale (per l’informazione visiva, nonché anche per la comprensione del linguaggio parlato e scritto) e il lobo temporale (rivolto all’informazione linguistica, quindi alla percezione, al riconoscimento e all’interpretazione dei suoni, degli stimoli visivi e del linguaggio scritto e parlato, senza dimenticare la memoria a lungo termine e il controllo di quelle reazioni apparentemente inconsce). Una funzione fondamentale è svolta dal talamo, una struttura di forma ovoidale situata al centro dell’encefalo e responsabile della memoria e del significato, il quale controlla e distribuisce gli stimoli sul piano dell’informazione nel sistema cerebrale. L’ipotalamo, invece, una struttura del sistema nervoso posto al centro tra i due emisferi, stabilisce i liquidi e la loro quantità, monitora la temperatura del corpo ed appare associato alle sensazioni di rabbia o fame (in generale, tutti gli stati d’animo, le emozioni e anche il comportamento sessuale). 

 

Più nello specifico, le aree deputate alla produzione del linguaggio sono diverse: la formulazione di un’idea generale passa dal lobo frontale, che si occupa principalmente di memoria o di altri processi cognitivi, all’emisfero sinistro per l’attivazione dei concetti lessicali sulla base della pianificazione e progettazione del messaggio. Si arriva, poi, al lobo temporale sinistro che, lavorando in sinergia con quello frontale e con il cervelletto, si attiva per la selezione del lessico, cioè di specifiche parole da condividere. Nel frattempo, nell’emisfero destro, anche la corteccia si appresta alle scelte morfologiche, differentemente da altre parti già proiettate alle scelte sillabiche o fonetiche. Di queste ultime se ne occuperà una sola porzione del lobo frontale, cioè la circonvoluzione angolare, utile anche e soprattutto alla produzione di tutto ciò che si vuol dire o si pensa di dire. 

 

Tre sono le aree del cervello più importanti da segnalare in relazione alla processazione del linguaggio: in primo luogo, l’area di Broca, legata principalmente all’elaborazione del linguaggio; poi, l’area di Wernicke, le cui funzioni sono coinvolte nella comprensione; infine, l’area di Geschwind, deputata principalmente non solo all’ascolto e alla comprensione delle parole pronunciate, ma anche alla lettura e alla pronuncia delle stesse. A differenza di quest’ultimo, che ha elaborato un suo modello neurologico del linguaggio solo durante il secolo scorso, le altre due figure vengono viste entrambe come figlie dell’ Ottocento, essendo state scoperte soltanto a seguito di osservazioni e diagnosi della zona lesa nel cervello del paziente Louis Victor Leborgne (nel primo caso) e di autopsie di persone affette da afasia (nel secondo), cioè dalla perdita della capacità di composizione o di comprensione del linguaggio. Ecco, più precisamente, cosa accadde: da una parte, Karl Wernicke  elaborò la sua teoria a fronte di un paziente che ancora era in grado di parlare, nonostante le sue parole non avessero più un senso e fosse danneggiata l’area sinistra dove si incontrano i lobi temporale e parietale; dall’altra, Paul Broca  aveva un paziente capace di capire ma non di parlare (pronunciava solo la parola “tan tan”, da cui l’appellativo di “paziente Tan”) a causa di un danno del lobo frontale addetto alla formulazione delle parole, delle frasi. Il primo perse quasi in toto il senso delle parole, con annessa compromissione della comprensione, pur riuscendo a produrre un parlato scorrevole; il secondo, invece, ricusò danni all’uso e alla produzione del linguaggio. Arriviamo così a distinguere due diversi tipi di afasia: quella di Broca, a causa della quale non si producono frasi fluenti perché costano molta fatica, suoni complessi o più suoni contigui (vedi dittonghi o trittonghi); quella di Wernicke, con la quale, in modo un po’ incosciente (non si coglie il nonsense di ciò che si dice), si può avere una lesione sia della corteccia uditiva associativa sia del lobulo parietale inferiore, con la conseguente produzione di frasi fluenti ma non comprensibili o non troppo processabili, pur presentando un’alterata affluenza sintattica. Fu solo dopo che, a partire sempre da questi danni alle aree corticali e tramite Norman Geschwind, si scoprì che un grande fascio di fibre nervose collegava, in realtà, le due aree denominate - ancora oggi - come di Broca e di Wernicke. In tal senso, seguendo il modello, si prevedono tre livelli di azione: un primo sul piano dell’ascolto, tramite il quale il sistema uditivo invia i suoni delle parole all’Area di Brodmann 41, cioè ad un punto specifico della corteccia cerebrale, e questa - a sua volta - all’area di Wernicke per l’estrazione del significato; un secondo per la pronuncia delle parole, indirizzate sempre verso l’area di Wernicke (stavolta per il tramite del fascicolo arcuato) per l’assemblaggio dei morfemi; infine, in relazione al piano della lettura delle parole, secondo il quale le informazioni lette vengono spedite prima alle aree visive 17, 18 e 19 e a poi quella di Wernicke o di Broca in base al tipo di lettura (se silenziosa o ad alta voce). 

 

Purtroppo, però, l’afasia non è l’unico problema. Può anche capitare infatti che si veda quale parte del cervello sia dominante o si facciano deduzioni circa la localizzazione cerebrale di particolari funzioni linguistiche tramite un test come il Wada, il quale prevede l’iniezione in carotide e viene usato non solo per la rimozione di tumori cerebrali ma anche per prevenire il danno alle aree preposte all’elaborazione del linguaggio. Si parla così di lateralizzazione del cervello quando i due emisferi, scindendosi, lavorano separatamente e in modo diverso. Il destro, ad esempio, permette il processo olistico, confronta più parti, processa le emozioni, le relazioni spaziali e una parte musicale riguardante il volume; il sinistro, invece, tende più a processare il tempo, la scrittura musicale, il pensiero analitico, la matematica, il ragionamento intellettuale e gran parte delle informazioni linguistiche. Evidenze scientifiche sostengono anche come i disturbi del linguaggio, almeno per il 95% dei casi, derivino perlopiù dall’emisfero sinistro e non dal destro, comportando diverse interferenze. Tra le altre, si segnalano: la parafasia, cioè la sostituzione della parola con un suono o con una parola sbagliate; il neologismo, cioè l’invenzione e la formazione di una parola nuova; il linguaggio non fluente; l’agrafia, cioè il l’incapacità di mettere per iscritto i propri pensieri; l’alexia, cioè il disturbo della lettura.

 

Se poi il profilo di una persona mostrerà anche picchi e depressioni nella produzione del linguaggio in base all’emisfero attivo, occorrerà infine parlare di plasticità cerebrale, ovvero di quella capacità dei circuiti nervosi di modificarsi in base agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno o interno. A cervelli diversi, infatti, corrispondono modi diversi di recepire ed elaborare le informazioni linguistiche. 

 

PER SAPERNE DI PIÙ:  

Per approfondire il tema sull’incrocio e l’incontro delle due specie (homo sapiens e homo di Neanderthal) si consiglia la lettura di questo importante articolo: Multiple episodes of interbreeding between Neanderthal and modern humans , scritto a quattro mani da Fernando A. Villanea e Joshua G. Schraiber nel 2018, per la rivista online di Nature .

Per ulteriori cenni di paleontologia linguistica e un viaggio più profondo nel funzionamento del nostro cervello, invece, si rimanda a: Federico Faloppa, Brevi lezioni sul linguaggio , Bollati Boringhieri Editore, 2019.

Infine, per avere un buon punto fermo su tutte le questioni e gli studi relativi alla neurolinguistica, alle afasie e alle aree del cervello coinvolte nella produzione del linguaggio, consiglio un fondamentale manuale edito da Carocci: Manuale di neurolinguistica , scritto da Andrea Marini nel 2008.

 

 

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