25 maggio 2021

Lo scienziato come professione

Architettura e relatività di un paradigma

Una relazione si fonda essenzialmente sulla condivisione di una cornice di regole che rendono possibile il rapporto. Nel nostro caso, permettendo di relazionare fra loro, in chiave comparata, percorsi che altrimenti potrebbero sembrare autonomi, parlare di professionalizzazione dello scienziato significa fare riferimento ad un processo di istituzionalizzazione manifestatosi in primis in contesto europeo, a partire dagli albori del XIX secolo. Per quello strano coagulo di forze chiamato “Occidente” e primariamente per l’Europa, l’Ottocento rappresentò difatti il secolo della Scienza: da un lato avvenne una radicale trasformazione nella concezione della prassi scientifica; dall’altro si generarono una discussione globale e una vera e propria cultura della Scienza, andando a plasmare in ogni angolo del mondo anche campi lontani dalle Università, dai laboratori o dai congressi. Per occhi non occidentali, i successi militari ed economici ottenuti dal Vecchio Mondo e dalla propaggine statunitense erano sovente percepiti e interpretati attraverso la lente del loro strapotere tecnico e scientifico.

 

Autentici protagonisti di questa rivoluzione nella e della Scienza furono gli scienziati. La pietra miliare del loro percorso di progressiva professionalizzazione consiste senza dubbio alcuno nella retribuzione in quanto tali: essa permise la successiva formazione all’interno del mondo universitario di curricula professionalizzanti nei vari ambiti specialistici, garantendo sbocchi lavorativi e discriminando tra specialisti del mondo scientifico e vaghi amatori. Al contempo, un tale processo dovette necessariamente poggiare sul riconoscimento sociale delle istituzioni scientifiche quali elementi funzionali al benessere, materiale e non teorico-astratto, della società stessa, di modo che esse potessero ritagliarsi il proprio spazio nel vivere comune. A livello politico, questo interesse verso la cornice scientifica si traduceva nello stanziamento di fondi per lo sviluppo della Scienza, reputando vantaggioso per l’economia statale investire per la formazione, l’insegnamento e la ricerca di scienziati professionisti. Si trattava in altri termini del passaggio della prassi scientifica dal piano del privato a quello pubblico, con figure che mediante fondi comuni ed entro strutture comuni operavano nell’interesse comune: si andarono progressivamente formando centri scientifici attorno a cui si coagulavano gruppi di studiosi che presentavano simile formazione accademica e che lavoravano secondo metodologie affini, così da consolidarsi in comunità di specialisti.

 

Uno dei primi momenti in cui la Scienza riuscì a focalizzare l’attenzione sociale sulla propria importanza strategica fu nella Francia rivoluzionaria, in cui gli hommes de science si posero al servizio della patria in pericolo garantendo invenzioni e scoperte ma anche riformando la pubblica istruzione tanto in ambito scientifico quanto ingegneristico. In questo modo, si conferì una prima forma di identità professionale agli scienziati, secondo lo status di funzionari pubblici.

 

Se però intendiamo soffermarci, entro una prospettiva istituzionale, sui luoghi che hanno permesso la professionalizzazione della Scienza, tre sono gli elementi che occorre addurre alla nostra analisi. In prima istanza, il rinnovamento universitario operatosi a partire dall’ideale di Wilhelm von Humboldt (1767 – 1835) e dalla fondazione nel 1810 dell’Ateneo di Berlino, secondo la convinzione per cui le Università dovessero porsi quali centri privilegiati della ricerca specialistica: qui poterono forgiarsi lo status professionale e la prassi organizzata degli scienziati, dal momento che tra i doveri dei docenti universitari tedeschi, le uniche figure allora sistematicamente stipendiate nel mondo della Scienza, vi era anche la ricerca.

 

Esiste ad ogni modo una importante eccezione: il contesto britannico fu, sino agli inizi del Novecento, quasi totalmente immune a questa trasformazione, con Università scarsamente interessate alla ricerca, condotta in altre istituzioni scientifiche, strutture parallele di formazione nelle professioni scientifiche, tramite apprendistato, e scarsi finanziamenti statali.

 

Bisogna inoltre aggiungere che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il progressivo affermarsi, principalmente negli USA, di fondazioni adibite al finanziamento della ricerca, quali la Rockfeller Institution for Medical Research, creata nel 1901, al fianco di un aumento generalizzato degli investimenti statali e privati nelle Scienze Esatte e del progressivo inserimento dei professionisti della Scienza negli ingranaggi produttivi dell’economia nazionale, si tradusse in un cambio di paradigma, con la ricerca che, divincolata dalla cattedra, si affermò soprattutto in istituti di nuova creazione, nei quali l’insegnamento era totalmente assente.

Il secondo ingranaggio essenziale per parlare di professionalizzazione dello scienziato è il laboratorio, in cui una continua e standardizzata prassi lavorativa plasmò lentamente l’identità dell’uomo di Scienza. Senza radici classiche o umanistiche, tale istituzione venne alla luce nel mondo universitario in qualità di luogo eminentemente dedicato alla sperimentazione, tanto per la ricerca quanto per l’istruzione. L’anno di nascita è il 1825, quando il ventiduenne Professore Ordinario di Chimica Justus Von Liebig (1803 – 1873) decise di creare una struttura laboratoriale nella piccola cittadina di Giessen, al fine di introdurre l’attività sperimentale nell’istruzione degli studenti, che venivano formati sia teoricamente sia praticamente e avevano la possibilità di pubblicare i risultati delle proprie scoperte in riviste di Chimica di nuova creazione.

 

Nel corso dell’Ottocento, il “sistema Giessen” andò diffondendosi progressivamente: da un lato, vari Stati, prima in territorio tedesco e, nell’ultimo terzo del XIX secolo, in tutto il Vecchio Mondo, edificarono strutture sperimentali sempre più avanzate; dall’altro, studenti da tutto il globo si recavano nei centri scientifici tedeschi per formarsi, informando al ritorno i Paesi di provenienza della rivoluzione in corso. Nella Globe Encyclopedia del 1879 si leggeva: «Ora […] i laboratori vengono riconosciuti come essenziali allo studio completo di ogni scienza naturale e fisica» (Myles W. Jackson, L’Ottocento: Fisica. I Laboratori di Fisica Tedeschi e Inglesi, 2003). In questa direzione si determinò il modus operandi peculiare dei professionisti delle varie Scienze, discriminando tra costoro e chi non poteva definirsi tale e contribuendo in maniera determinante al processo di settorializzazione e specializzazione, in virtù delle differenti operazioni scientifiche e dei diversi strumenti adottati dalle varie discipline.

 

Infine, il congresso scientifico si pone come terza e ultima componente che riteniamo essenziale per spiegare l’istituzionalizzazione dell’uomo di Scienza. Il progressivo disvelamento tecnologico ottocentesco incrementò rapidamente il movimento di informazioni, merci e persone, con le comunicazioni da una città all’altra che assunsero una regolarità prima sconosciuta, permettendo alla comunità scientifica di intensificare i contatti e le occasioni di incontro. Fu in questo mondo in costante e continua comunicazione che i congressi videro la luce, quali riunioni annuali organizzate dalle Associazioni Nazionali per l’Avanzamento delle Scienze: quella svizzera è del 1816; quella tedesca del 1822; del 1831 quella britannica; del 1872 quella francese, ma anticipata da congressi sin dagli anni Trenta; nel 1873 quella italiana, poi rinata nel 1907, nonostante il primo congresso a Pisa nel 1839; nel 1848 e nel 1863 le due associazioni statunitensi; si segnala infine la fondazione nel 1899, a Wiesbaden, dell’Associazione Internazionale delle Accademie, con alterne fortune nel coordinamento generale (Carlo Fumian, Il Senno delle Nazioni. I Congressi degli Scienziati Italiani dell’Ottocento: una Prospettiva Comparata, 1995). Occasioni di dibattito e discussione sulle questioni fondamentali delle discipline scientifiche e cornici istituzionali in cui comunicare una certa visione della Scienza per renderla concreta prassi scientifica nell’assenso degli altri membri, fu all’interno dei congressi che le attività andarono a coordinarsi in senso sempre più specialistico, tramite la creazione di sezioni, determinando il prodursi di identità disciplinari specifiche. La continua organizzazione e sistematizzazione di tali sezioni stabiliva da un lato ciò che era Scienza rispetto a ciò che non lo era e dall’altro le varie partizioni interne alla cornice scientifica. In questo modo, fu possibile il conformarsi di un gruppo identitario di individui caratterizzati da curricula formativi, prassi sperimentali e dispositivi di comunicazione simili.

I congressi delle Società per l’Avanzamento delle Scienze furono inoltre importanti in quanto funsero da modello per le successive assemblee e Associazioni Internazionali, organizzate per discipline scientifiche specifiche: dagli anni Sessanta, prese l’avvio in Europa la stagione delle riunioni specialistiche, a partire dal Congresso Internazionale di Chimica di Karlsruhe del 1860; fu poi ancora il settore chimico a vedere, nel 1911, la fondazione, su proposta di Wilhelm Ostwald (1853 – 1932), dell’Association Internationale des Sociétés Chimiques.

 

Di essenziale importanza fu inoltre il rapporto diretto tra i congressi e il parallelo sorgere di periodici scientifici specialistici, fondamentali per la diffusione delle idee scientifiche tra i vari esperti di un settore. Infine, fu sempre all’interno di queste riunioni scientifiche che si assistette ad una costante ricerca di criteri e linguaggi comuni, prima a livello nazionale e poi, in maniera sempre più marcata, anche sul piano internazionale.

 

Ma la Scienza possiede altresì una dimensione simbolica e consensuale: una immagine di sé dinanzi agli occhi del grande pubblico. A riguardo, sin dal Settecento si sviluppò, principalmente in ambito anglosassone, un genere letterario autonomo dedicato alle biografie scientifiche, a cui, dalla seconda metà dell’Ottocento, si sarebbero affiancate storie ispirate a inventori o scienziati, descritti quali eroi straordinari che risolvevano, con l’aiuto della Scienza e della Tecnica, le situazioni più particolari. Al di là della discutibile accuratezza di tali racconti, si tratta di testimonianze di una profonda ammirazione riversata nei confronti degli uomini di Scienza o, quantomeno, di una loro accettazione sociale. Oltre a ciò, accanto a questa narrativa di svago, nacquero progressivamente riviste di divulgazione scientifica, come “Nature”, la quale vide la luce nel 1869.

La fabbricazione dell’immagine dello scienziato si ebbe però anche in ambito filosofico: il diffondersi di una raffigurazione positiva della Scienza fu al contempo il prodotto e il generatore del processo di istituzionalizzazione professionale in tale ambito. Il Positivismo, anche e soprattutto come atmosfera culturale, invadeva a vari livelli tutti i campi della vita del pieno Ottocento, con la convinzione che la Scienza potesse porsi come destino e come risoluzione a tutti i problemi dell’uomo. La fede riposta nelle discipline scientifiche travalicava sovente il reale dispiegarsi dell’innovazione tecnico-scientifica, spingendosi nel campo dello scientismo più marcato. L’evidenza del rapido e radicale mutamento del mondo e l’idea che ciò dipendesse dalla Scienza fecero scaturire una credenza quasi dogmatica in essa, che permise a parte della terminologia scientifica stessa di entrare nel linguaggio quotidiano. Ciononostante, mentre la verità scientifica si assolutizzava agli occhi delle persone comuni, dalla fine dell’Ottocento tale paradigma andò sempre più in crisi nel mondo degli studi, determinando il contro-sviluppo del concetto di relatività della verità nel campo delle Scienze e dell’atteggiamento metodologico dello scetticismo critico. Le estreme conseguenze di tali attitudini furono lo sfociare in pessimistiche e irrazionali filosofie dell’anti-progresso o il rifiorire di ricerche di razionalità più profonde (Ludovico Geymonat, Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico, Volumi Quarto, Quinto, Sesto e Settimo).

 

In sintesi, ritornando al cuore del processo di professionalizzazione della Scienza, da una manciata di persone con formazione e metodologie di ricerca rudimentali si passò ad un macchinario finanziato in modo da produrre costantemente una massa di professionisti riconosciuti a livello sociale, politico ed economico, figli di una istruzione standardizzata e di qualità, abituati a lavorare secondo metodiche comuni e all’interno di luoghi di lavoro edificati in virtù di necessità precise e portati a comunicare tra loro in maniera uniforme e razionale.

 

Gli albori di questa trasformazione videro l’Europa occidentale come scenario e, quale cornice cronologica, il periodo tra gli anni Trenta dell’Ottocento e il deflagrare della Prima Guerra Mondiale. Fu però proprio a partire da questo essenziale paradigma, determinatosi nello spazio e nel tempo, che si sarebbero basati tutti i successivi processi di professionalizzazione della Scienza, condotti, secondo forme di volta in volta peculiari, nelle altre Nazioni del mondo.

 

 

Per saperne di più:

Joseph BEN-DAVID, La Scienza come Professione , in Luigi Cerruti – Silvana Fazio (a cura di), Scienziati e Crisi della Scienza. Saggi, Interventi, Testimonianze , Capitolo Primo, Politicizzazione e Professionalizzazione della Scienza , Bari, De Donato Editore (1976), Pagine 57 – 81.

Elena CANADELLI, Scienza e Tecnica. Approcci Storiografici e Dinamiche Globali , in Carlo Fumian – Andrea Giuntini (a cura di), Storia Economica Globale del Mondo Contemporaneo , Roma, Carocci Editore (2019): Capitolo VIII, Pagine 165 – 185.

Matthias DÖRRIES, L’Ottocento: Fisica. Il Caso Francese , in Storia della Scienza , Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (2003):  http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-fisica-il-caso-francese_%28Storia-della-Scienza%29/ .

Carlo FUMIAN, Il Senno delle Nazioni. I Congressi degli Scienziati Italiani dell’Ottocento: una Prospettiva Comparata , in “Meridiana, Rivista di Storia e Scienze Sociali”, Numero 24, Materiali ’95 , Roma, Donzelli Editore (1995), Pagine 95 – 124.

John L. HEILBRON, La Seconda Rivoluzione Scientifica: Fisica e Chimica. La Fisica e la Chimica intorno al 1900 , in Storia della Scienza , Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (2004):  http://www.treccani.it/enciclopedia/la-seconda-rivoluzione-scientifica-fisica-e-chimica-la-fisica-e-la-chimica-intorno-al-1900_%28Storia-della-Scienza%29/ .

Myles W. JACKSON, L’Ottocento: Fisica. I Laboratori di Fisica Tedeschi e Inglesi , in Storia della Scienza , Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (2003):  http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-fisica-i-laboratori-di-fisica-tedeschi-e-inglesi_%28Storia-della-Scienza%29/ .

Alan J. ROCKE – Robin MACKIE – Gerrylynn K. ROBERTS, L’Ottocento: Chimica. La Formazione e la Professione del Chimico , in Storia della Scienza , Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani (2003):  http://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-chimica-la-formazione-e-la-professione-del-chimico_%28Storia-della-Scienza%29/ .

Paolo ROSSI, Introduzione, Le Istituzioni e le Immagini della Scienza , in Ferdinando Abbri – Enrico Bellone – Umberto Bottazzini – Bernardino Fantini – Antonello La Vergata – Stefano Poggi – Paolo Rossi (a cura di), Storia della Scienza Moderna e Contemporanea , Volume Secondo, Dall’Età Romantica alla Società Industriale , Tomo Primo, Torino, UTET (1988), Pagine 3 – 17.

Paolo ROSSI, Introduzione, Le Istituzioni e le Immagini della Scienza , in Enrico Bellone – Umberto Bottazzini – Bernardino Fantini – Stefania Nicasi – Stefano Poggi – Paolo Rossi – Eugenio Torracca (a cura di), Storia della Scienza Moderna e Contemporanea , Volume Terzo, Il Secolo Ventesimo , Tomo Primo, Torino, UTET (1988), Pagine 3 – 29.

 

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