1 marzo 2021

Donne e filosofia: il dibattito femminista sull’esclusione

Oltre la strategia add women and stir

Il termine “inclusione” costituisce un tema di grande interesse nel dibattito politico, culturale e filosofico attuale. Nel campo del femminismo - o dei femminismi, come suggerisce la molteplicità di prospettive che caratterizzano la filosofia femminista al suo interno - la parola assume particolare rilevanza, dal momento che riguarda la premessa fondativa stessa del pensiero femminista. Sembrerebbe dunque più appropriato parlare di femminismi, al plurale, seguendo l’ipotesi interpretativa di Joan Callahan: «nonostante il femminismo sia lungi dall’unità, esistono almeno quattro caratteristiche che tutti gli approcci femministi condividono. Per prima cosa, il femminismo inizia con la realizzazione che le donne, come gruppo, sono state nel passato, e sono ancora adesso, in una posizione subordinata in relazione agli uomini. Per seconda cosa, il femminismo propone impostazioni teoriche che tentano di fornire le cause di questa subordinazione. La terza caratteristica consiste nel fatto che il femminismo è attivista, nella misura in cui comprende sempre un impegno finalizzato al superamento di questa subordinazione. Per quarta cosa, il femminismo propone strategie pratiche per superare la subordinazione» (J. Callahan, 1996).

 

Le impostazioni femministe teorizzano e problematizzano anzitutto l’esclusione, nella misura in cui pensare e darsi ragioni del fenomeno è il primo passo per la realizzazione dell’inclusione. L’ideale dell’inclusione, che accomuna i femminismi, è sempre inteso alla luce di una lettura critica del passato: come è stata intesa l’esclusione della scrittura delle donne nel passato? Nell’ambito della filosofia analitica femminista, che unisce la metodologia della filosofia analitica con le domande della tradizione femminista, Sarah Tyson, studiosa di femminismo alla University of Colorado Denver indica quattro principali maniere di leggere l’esclusione della scrittura femminile dalla filosofia tradizionale. I progetti di recupero della scrittura delle donne si pongono l’obiettivo di superare l’esclusione attraverso un preciso modello interpretativo che concretizzi tale recupero; tuttavia, solamente la strategia trasformativa sfugge al rischio di riproporre o avallare una qualche forma di esclusione. L’inclusione può dunque venire garantita attraverso la trasformazione del modo di intendere non solo la storia della filosofia, ma la stessa pratica filosofica.

 

Tra i quattro modelli delineati, il primo è incentrato sull’assunto che le donne si sono occupate di filosofia esattamente come gli uomini appartenenti al canone filosofico. Questo modello di emancipazione (enfranchisement model) concepisce l’esclusione come un fenomeno ingiustificato e da superare, nella misura in cui gli scritti filosofici delle donne soddisfano gli stessi criteri canonici che garantiscono l’inclusione dei lavori dei filosofi di sesso maschile nel canone filosofico: le donne sono state impegnate nelle stesse imprese filosofiche che caratterizzano i lavori dei filosofi uomini.

 

Contrariamente al primo modello dell’emancipazione, che si fonda su una presupposta uguaglianza tra filosofie di uomini e di donne, il modello della storia alternativa suggerisce l’importanza della scrittura delle donne, in quanto distinta e indipendente rispetto alla tradizione e al canone. Lungi dal proporre la reintegrazione della scrittura delle donne nel canone filosofico maschile, questo modello si appella alla necessità di sviluppare le risorse indipendenti della scrittura femminile. Le criticità principali di questo modello sono due: anzitutto la tentazione di trattare la filosofia come una sfera a sé e un processo compiuto, che non include la scrittura delle donne; in seconda istanza, considerare le donne sulla base di un modo di pensare filosofico come diverso da e non uguale a quello degli uomini significa sempre definire la tradizione come un dominio maschile cui opporre una eventuale philosophia al femminile. A ciò si aggiunga la mancata considerazione dei contesti di interazione: «ciò che non si considera in questo modello, a partire dalla sua stessa struttura, è che uomini e donne hanno contesti condivisi di pensiero, e segregare le loro storie potrebbe avere l’effetto di oscurarle reciprocamente, e non di rivelarle» (Tyson, 2014). Un modello che presuppone la partizione in due sfere distinte di storia della filosofia tradizionale e della filosofia femminista manca di attenzione per i luoghi metaforici-letterari e fisici di interazione, che invece devono essere presi in considerazione nella storia del pensiero.

I progetti femministi che incorporano invece il terzo modello discusso da Tyson, ossia il modello correttivo, propongono di correggere la storia della filosofia tradizionale, che nell’esclusione delle donne ha mancato il suo stesso obiettivo critico: i femminismi aspirano a migliorare la filosofia, rendendola più coerente con le sue aspirazioni critiche. Il progetto correttivo, tuttavia, non rende conto della necessità della correzione: perché i filosofi non hanno avuto ideali sufficienti a prevenire l’esclusione del pensiero e delle teorie delle donne dalla storia ufficiale della filosofia?

 

Nel problematizzare il concetto di filosofia, il modello correttivo introduce in parte quello trasformativo, ma se il primo ambisce a rendere la filosofia ancor più ciò che già è, il secondo mira al suo riorientamento, alla trasformazione di ciò che la filosofia è. Il modello trasformativo, contrariamente a quello emancipativo, non si fonda su un’idea standard di filosofia in riferimento alla quale si tenta di definire l’apporto femminista; il pensiero filosofico, inoltre, è analizzato non alla luce di due distinte tradizioni filosofiche, una maschile e mascolinizzata, e una femminile, ma tiene conto delle donne e degli uomini come operanti in contesti condivisi. Il modello trasformativo, poi, evita che si incorra nel rischio dell’argomentazione correttiva, ossia che rimanga aperta la domanda sul perché gli strumenti critici della filosofia non siano stati usati da subito per smascherare il pregiudizio della subalternità femminile, ma anzi ne abbiano determinato l’esclusione: «Il quarto e ultimo tipo, che io chiamo modello trasformativo, recupera la scrittura delle donne come una forza che cambierà la storia della filosofia e, quindi, la pratica filosofica contemporanea, allargando l’ambito della filosofia».

 

I vantaggi della soluzione proposta da Tyson emergono dal confronto con le altre strategie: non presupporre una filosofia canonica e composta unicamente da voci maschili, valorizzare contesti condivisi, non rivendicare l’inclusione in termini di correzione del pensiero, ma di trasformazione di esso. In Tyson dunque l’inclusione si esplica come una trasformazione del pensiero alla base dei fenomeni storici e filosofici, e non come inclusione aggiuntiva e quantitativa. A questo proposito ci si distanzia dalla strategia just add women and stir (letteralmente: aggiungere le donne e mescolare), che risolverebbe l’esclusione nella semplice addizione numerica di individui femminili, in modo da tutelare la rappresentanza delle donne nei dibattiti culturali, politici e scientifici. Il punto di forza della proposta di Tyson consiste nell’unione di teoria e prassi, e nel superamento di una prospettiva correttiva.

 

Per saperne di più:

Per un approfondimento dei modelli di lettura del fenomeno dell’esclusione si consiglia la lettura di Tyson S., “From the Exclusion of Women to the Transformation of Philosophy: Reclamation and Its Possibilities”, in Metaphilosophy, Vol. 45, No. 1, (2014).

Per accostarsi all’ambito della filosofia analitica femminista e per approfondire filosoficamente la tradizione femminista, si rimanda a Garavaso P., Vassallo N., Filosofia delle donne, Laterza, Roma-Bari 2007.

 
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