15 marzo 2021

Scandalo anticristiano: l’esclusione della donna dalla Chiesa cattolica

La relazione che lega la donna e la Chiesa cattolica è complessa e articolata, spesso anche conflittuale. Risulterebbe estremamente facile redigere un’imponente antologia dell’antifemminismo cristiano patristico e non. Tertulliano, scrittore cristiano del III secolo, nel De Cultu Feminarum scrive:  «La donna è la porta dell’inferno». Clemente d’Alessandria, fondatore nel II secolo della prima università teologica, afferma che «Ogni donna dovrebbe essere oppressa al solo pensiero d’essere donna». Anche un’anima sensibile come quella di san Giovanni Crisostomo si rammaricava molto del fatto che l’uomo non potesse riprodursi da solo e dovesse per forza collaborare con una femmina. È ovviamente doveroso ricordare che questi pensatori erano immersi in una società profondamente maschilista e portavano nelle loro riflessioni il retaggio di questa cultura. Occorre ricordare altresì che il Cristianesimo dei primi secoli si colloca sullo sfondo del paganesimo greco-romano, in cui la donna non aveva nessun diritto.

 

Il Vangelo che predicava amore e uguaglianza tra tutti gli uomini ebbe con questa società un impatto non felice. Probabilmente la canonizzazione del diritto romano, che escludeva la donna da ogni carica pubblica, influenzò forse anche il diritto canonico del 968 che permetteva l’accesso al sacerdozio al solus mas - solo il maschio. Alcuni si appellano al Vangelo per giustificare questa emarginazione, in quanto all’ultima cena parteciparono solo uomini – fatto non certo. Anche ammesso che questo fosse vero, sembrerebbe del tutto affrettato e ingenuo impedire alla donna il sacerdozio. Se tale logica poi dovesse essere rispettata, si dovrebbe restringere l’ordinazione ai soli ebrei, dal momento che tali erano gli apostoli che parteciparono all’ultima cena.

 

L’assenza delle donne nella struttura ecclesiastica, fatta eccezione per le suore che però non hanno un potere effettivo in tale sistema, sembra una discriminazione, nonché una segregazione religiosa, totalmente priva di fondamenta scritturali, ma chiaramente attribuibile a fattori antropologici, come la filosofa Ida Magli nel suo libro La donna: problema aperto ha dimostrato. Il cristianesimo si è mescolato con elementi greci, romani ed ebraici che hanno reso conflittuale la condizione femminile. Non è difficile neppure rintracciare l’effetto della filosofia platonica che mortifica la materia, o del rigoroso stoicismo, che svaluta ogni passione, o dell’ebraismo rabbinico che vede nella donna l’ostacolo alla preghiera dell’uomo, tutti elementi che confluiscono nel pensiero di un sant’Agostino, di un Graziano o di un san Tommaso. I Padri della Chiesa sono caratterizzati da una certa contraddizione: se è vero che predicano la buona novella della fraternità universale e della liberazione di Cristo, è vero anche che relegano tra i principi astratti quello dell’uguaglianza tra uomo e donna, rimanendo intrisi della cultura maschilista che li circonda.

 

Questa oscillazione tra femminismo e antifemminismo è dovuta anche all’influsso di san Paolo nella cui personalità sono rintracciabili tre componenti: quella ellenistica, giudaica e cristiana. Egli, nel suo apostolato, valorizza molte figure femminili ma nelle sue lettere prevale il maschilismo di ritenere l’uomo superiore e la donna inferiore. Ad esempio, nella prima lettera ai Corinzi (14:34-35) leggiamo:

Le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.   

Sant’Agostino risente di questo pensiero quando, sviluppando la sua argomentazione nelle Confessioni in merito alla dignità femminile, afferma che l’uomo è immagine di Dio ma che l’uomo per eccellenza è il maschio, mentre la donna è riflesso di Dio solo per l’anima. Leggermente diversa è la posizione di Sant’Ambrogio, il quale svaluta il matrimonio nella sua campagna di esaltazione della verginità come massimo ideale della vita cristiana, riflettendo sul fatto che se nella famiglia la donna è subordinata all’uomo, è nella vita monastica che essa può ritrovare la sua libertà.

 

Nella linea di sant’Agostino si muove, invece, Graziano, giurista italiano, che nel XII secolo fonda il diritto canonico. Riecheggiando il pensiero agostiniano, codifica così il pensiero maschilista nel Decretum:

 L’immagine di Dio è l’uomo, che governa tutto, come Iddio; e la donna non può essere immagine di Dio; ecco perché Dio ha creato prima l’uomo e poi la donna.

La subordinazione della donna sembra entrare nel diritto canonico come un dogma, un altro articolo di fede, se vogliamo, un altro residuo del paganesimo. La Chiesa sarebbe dunque l’imputata del secolare pensiero che vuole la donna inferiore e asservita all’uomo? Ovviamente no, e affermare questo sarebbe una semplificazione mistificatrice di una realtà molto più articolata e complessa. Bisogna riconoscere che, se da una parte è vero che la cristianità ha fatto dei passi indietro per quanto riguarda l’istanza egualitaria del Vangelo annunciata da Cristo, è innegabile che la liberazione fondamentale non è stata completamente disattesa e ha prodotto degli effetti benefici anche per la condizione della donna.

 

Nei primi secoli del cristianesimo, infatti, la donna poteva appartenere al rango di diaconessa - l’ordinazione era effettuata con la stessa formula di quella episcopale. Anche nel Medioevo sappiamo dell’esistenza di alcune badesse che avevano le stesse insegne e gli stessi poteri dei vescovi: portavano il pastorale, avevano il diritto di convocare sinodi e di governare il clero. Accanto a queste eccezioni vi è anche la lotta iniziata in alcune cerchie cristiane contro il concubinato dei padroni con le schiave e contro la strumentalizzazione della donna come oggetto di piacere: tutto questo rientra a pieno titolo nel femminismo cristiano. Il concetto del matrimonio sacramento, come simbolo dell’amore infinito di Cristo, se è vero che addolcisce l’atmosfera familiare, viene anche usato come ennesimo strumento di sottomissione della donna da parte dell’uomo: Cristo rappresenta l’uomo ed è superiore alla Chiesa che simboleggia la donna, quindi il marito è padrone della moglie. I valori cristiani della monogamia e della procreazione, positivi in se stessi, sono stati strumentalizzati da una propaganda maschilista che ha relegato per secoli la donna al ruolo di moglie amorevole e madre paziente, privandola di ogni altro desiderio o ambizione. La canonizzazione di sante come Caterina da Siena, Angela Merici, che nella Controriforma va alla ricerca di un nuovo tipo di spiritualità, Chiara e molte altre, dimostra che c’è una volontà di riconoscimento della figura femminile della donna e del ruolo che può svolgere nella Chiesa cattolica, tale e quale a quello dell’uomo, ma che rimane solo potenziale.

 

Più controverso e ambiguo è il culto mariano. La venerazione verso la Madonna esalta e idealizza la femminilità ma ne vengono sottolineati certe tradizionali virtù come l’umiltà, l’obbedienza, il nascondimento, che contribuiscono ad accentuare posizioni antifemministe. La figura di Maria è stata ridotta a quella di sola vergine-madre, mentre la sua vitalità, la sua essenza di donna autentica e concreta che ha combattuto per gli ideali in cui credeva, sono stati quasi rimossi dall’iconografia che la raffigura sempre e solo come vergine o madre: tertium non datur. In realtà, un’alternativa c’è, ed è quella del peccato, di Eva, quindi l’emarginazione sociale e il disprezzo. L’idealizzazione della maternità, del sacrificio materno, hanno codificato, per secoli, l’unico senso di vita delle donne, e non solo uno dei possibili sensi. L’eccessiva idealizzazione di Maria ha contribuito ad allontanarla dalla realtà. La Madonna è divenuta il simbolo dell’ideale femminile cristiano, talmente ideale da essere irraggiungibile, così che la donna concreta, reale, è scomparsa. L’idealizzazione, quando non è eguagliabile, diventa frustrante e negativa, e questo processo ha contribuito a rendere la riflessione teologica androcentrica.

 

L’uguaglianza della donna nella Chiesa è dunque puramente teorica; nella pratica, il suo rapporto rispetto all’uomo è subordinato. Nella vita quotidiana la donna è sempre al servizio dell’uomo, per dargli figli, come madre, o piacere, come sposa o prostituta: questo porta a ridurre la donna alla sua sola funzione biologica. La cristianità istituzionale sembra mancare di senso critico quando relega la figura femminile in questo modo, scambiando questa sua cecità per un articolo di fede, una realtà incontestabile, priva peraltro di fondamenta teologiche. Tutte le costituzioni civili sanciscono l’uguaglianza tra sessi, tuttavia non è ancora una piena realtà, nemmeno nella Chiesa, dove la donna non ha alcun potere a livello decisionale. Il problema del sacerdozio femminile non è stato ancora risolto sul piano teologico, ma solo su quello canonico e disciplinare. Per escludere le donne dal sacerdozio sembrano bastare motivazioni culturali e storiche, di certo non teologiche, le quali però presentano allo stesso tempo il solo maschio come essere umano completo e perfetto, per cui egli soltanto può esercitare un ruolo di potere. Sembrano insufficienti e fittizi i motivi che sottolineano il fatto che Dio abbia concesso il sacerdozio solo agli uomini, o che Cristo essendo uomo possa essere rappresentato solo da membri del suo stesso sesso. La questione è teologicamente e scritturalmente aperta. L'esclusione delle donne dal sacerdozio sembra essere una tradizionale soluzione a vecchie ideologie discriminatorie. La resistenza della Chiesa ad affrontare questa situazione con la dovuta serietà è innegabile e imbarazzante per la società in cui viviamo e per l’ideale egualitario annunciato nei Vangeli che la Chiesa, rappresentante di Cristo in terra, professa di rappresentare. Mentre la società tenta di abbandonare l’immagine della donna sottomessa e il rinnovamento conciliare propone una autorità non più dominatrice ma finalmente, dopo secoli, al servizio viene da chiedersi il perché dell’assenza del sacerdozio femminile, forse i maschi hanno paura di perdere il monopolio nella Chiesa?

 

La Chiesa ha tanto da dare al mondo ma anche da apprendere dal mondo stesso, i maestri possono e devono diventare discepoli. La richiesta del sacerdozio femminile è una richiesta di uguaglianza e riconoscimento di un ruolo decisionale della donna all’interno della Chiesa, affinché si inizi ad instaurare un dialogo costruttivo che non porti alla prevaricazione di un sesso sull’altro ma ad una parità, ad un’armonia tra i sessi, ricordando il comandamento nuovo annunciato da Cristo che spesso viene dimenticato:

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.

 

Per saperne di più:

Per una conoscenza maggiore dei temi trattati si consiglia la lettura di: Chiesa femminista e anti di Autori Vari (Bologna, Marietti, 1977), La Madonna. Dalla donna alla statua di Ida Magli (Milano, Dalai editore, 1997) e Eva o Lilith? Identità femminile nella società (post)-patriarcale di Flaminia Nucci (Roma, Alpes Italia srl, 2015).

 

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