21 ottobre 2020

La più estesa insurrezione del popolo ebraico

La rivolta della diaspora

 

 

Tra il 115 e il 118 d.C. le province orientali dell’Impero Romano furono sconvolte dalla rivolta delle più importanti comunità della diaspora ebraica. Per comprendere questo cruciale episodio della storia del popolo ebraico è necessario prendere le mosse dalla fine della prima insurrezione ebraica contro il potere romano, passata alla storia come la Grande Rivolta.

 

Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e il tragico epilogo della Grande Rivolta tra le mura della fortezza di Masada, infatti, molti ribelli sopravvissuti al conflitto trovano rifugio fuori dalla Giudea, in particolare nelle province di Egitto e Cirenaica, già sedi di importanti comunità ebraiche. Essi portano con sé speranze messianiche che, nonostante il fallimento della rivolta, non si erano sopite, anzi si erano addirittura consolidate, dal momento che i mali presenti erano interpretati come i prodromi della venuta del Messia. Il loro proselitismo non conquista le élite ebraiche, consapevoli dell’importanza di mantenere un buon rapporto con il governo romano, il quale, al di fuori della Giudea, si era sempre mostrato rispettoso nei confronti degli Ebrei e spesso li avevano favoriti nei confronti dei Greci, che costituivano il gruppo etnico dominante in quelle regioni. Ciononostante, le idee dei ribelli profughi attecchiscono negli strati socialmente più bassi, i quali vedono nell’arrivo del Messia la possibilità di un riscatto sociale, oltre che politico. Tuttavia, i tentativi di sedizione tanto ad Alessandria quanto nelle città attorno a Cirene vengono soppressi sul nascere dalle autorità romane grazie alla denuncia dei notabili ebrei.

 

Seguono anni di pace, ma il fuoco della rivolta cova sotto le ceneri. Soprattutto nelle grandi città quali Cirene e Alessandria, infatti, i rapporti tra gli Ebrei e i Greci diventano sempre più tesi e alcuni papiri attestano attacchi condotti nel capoluogo egiziano da questi ultimi ai danni dei primi, fatti che inducono Traiano ad inviare un giudice per riportare la pace in città. Quando però nel 114 d.C. Traiano richiama ingenti truppe dalle province dell’Africa settentrionale per la sua campagna in Oriente contro i Parti, in particolare la legio III Cyrenaica, di stanza nei pressi di Alessandria, gli Ebrei si trovano nelle condizioni per potersi sollevare senza incontrare forti resistenze. Narra Eusebio, una delle fonti principali per questi avvenimenti (Hist. Eccl., IV, 2, 1-2):

 

«Già nel diciottesimo anno del regno di Traiano […] ad Alessandria, infatti, nel resto dell'Egitto e a Cirene i Giudei, come spinti da un vento terribile e apportatore di rivolte, cominciarono a ribellarsi contro i Greci con cui abitavano, suscitando contro di loro una grande rivolta e, l'anno seguente, quando Lupo era governatore di tutto l'Egitto, una guerra di grandi dimensioni».

Stando al racconto del vescovo di Cirene, tutto ha inizio nell’autunno del 115 d.C. con un’imponente sommossa contro l’elemento greco, ma gli scontri si evolvono rapidamente in una guerra a tutti gli effetti. L’acuirsi della lotta è favorito dal sisma che nel dicembre dello stesso anno colpisce la città di Antiochia, dove Traiano e le sue truppe stavano svernando. Dal momento che gli Oracoli Sibillini (341-343) preannunciarono che la venuta del Messia sarebbe stata preceduta da eventi catastrofici e terremoti che avrebbero distrutto diverse città del Mediterraneo, tra le quali la stessa Antiochia, gli Ebrei furono portati a credere che fosse effettivamente giunta l’ora della liberazione.

 

A Cirene gli Ebrei uccidono un gran numero di Greci e si danno alla distruzione dei loro templi. Dopo la messa a ferro e fuoco della città e la diffusione della rivolta nelle campagne, i ribelli si dirigono verso l’Egitto. Qui la rivolta aveva avuto un andamento opposto, infatti la prima battaglia si era svolta nelle campagne. Così Eusebio prosegue la narrazione (Hist. Eccl., IV, 2, 3):

 

«Al primo scontro essi vinsero sui Greci; ma questi, ritiratisi ad Alessandria, presero i Giudei che vi abitavano e li uccisero. Compromessa così per sempre l'alleanza con questi, i Giudei di Cirene, sotto la guida di Lucua, devastarono la regione d'Egitto, distruggendone i distretti».

Gli Ebrei alessandrini vengono quindi sterminati con l’arrivo in città dei profughi greci ed è a questo punto che gli Ebrei cirenei fanno il loro ingresso in Egitto. Il loro capo si chiama Lucua, ma Cassio Dione, riferendo gli stessi eventi, lo chiama Andrea; questa divergenza potrebbe essere dovuta alla consuetudine delle comunità ebraiche mediterranee di portare sia un nome semitico, in questo caso Lucua, sia un nome greco, in questo caso Andrea. Vi è chi ipotizza che l’intento dei ribelli passati in Egitto dopo aver devastato la Cirenaica fosse quello di raggiungere la Giudea, per rifondare là il regno di Israele. Nel I secolo d.C., infatti, l’ebreo Filone scriveva (De praem. et poen., 164-165):

 

«anche se essi sono schiavi ai confini del mondo […] quando giungerà quell’inattesa liberazione, essi, dispersi in Grecia e nelle terre dei barbari, su isole e continenti, sorgeranno con un solo slancio […] passeranno dall’esilio alla terra dei loro padri».

Quali che fossero i loro obiettivi, mentre saccheggiavano l’Egitto, la notizia dei moti giunge a Traiano, che in quel periodo si trovava in Mesopotamia. L’imperatore, dal momento che il governatore Lupo non era stato in grado di sedare la rivolta, invia uno dei suoi migliori generali, Marco Turbone, a combattere e vincere i ribelli. Narra Eusebio (Hist. Eccl., IV, 2, 3-4):

«L'imperatore allora inviò contro di loro Marco Turbone con la fanteria, la flotta e la cavalleria. Egli si sobbarcò del peso di questa guerra contro di loro, che vide molte battaglie e che ebbe, dunque, lunga durata, e uccise non solo a Cirene, ma anche in Egitto, molte migliaia di Giudei, che avevano seguito Lucua, loro re».

 

Turbone dispone, oltre che di fanti e di cavalieri, anche di una forza navale. Quest’ultima deve essere servita per combattere una flottiglia che gli Ebrei erano riusciti a mettere in piedi e che lo storico Appiano (Hist. Rom., fram. 19) attesta a controllo di Pelusium, la porta di accesso all’Egitto.

 

Il possesso da parte degli Ebrei di una, seppur piccola, flotta diventa particolarmente significativo alla luce delle parole di Cassio Dione (Hist. Rom., LXVIII, 32, 2) e di Gerolamo (Chron., Olymp. CCXXIII), i quali riferiscono di tumulti anche sull’isola di Cipro, sede di un’altra cospicua comunità ebraica. In particolare, lo storico greco afferma che alla testa dei ribelli ciprioti stava un certo Artemione e narra che:

«là (di greci) ne morirono 240.000. Per questa ragione a nessun giudeo è consentito approdare su quell’isola, e quando anche uni vi approda perché sospinto da una tempesta, viene mandato a morte».

 

Oltre a queste regioni, anche la Mesopotamia viene interessata da moti insurrezionali; questi, però, vanno inseriti nel più ampio contesto delle campagne partiche di Traiano e saranno oggetto di uno specifico approfondimento il prossimo mese. Infine, enigmatica resta la questione della sollevazione della Giudea; sembrerebbe infatti impossibile che, mentre gli Ebrei di Cirene, di Cipro, d’Egitto e di Mesopotamia si sollevano contro Roma, in madre patria essi siano rimasti inerti. La presenza di un movimento insurrezionale troverebbe prova nell’invio in questa provincia del generale Lusio Quieto, che aveva avuto un ruolo chiave nella repressione dei ribelli mesopotamici, e nel fatto che nell’Historia Augusta (Hadr., V, 2) si ricorda che, quando Adriano diventa imperatore, «Libia e Palestina portavano animi ribelli».

 

Ma quali furono le motivazioni che indussero gli Ebrei alla rivolta? Innanzitutto, va sottolineato come l’insurrezione sia iniziata con una violenza rivolta soprattutto verso i Greci, a mostrare come vi fosse una forte tensione tra i due gruppi etnici. Di certo un ruolo di prim’ordine ebbero anche il rancore nei confronti dei Romani che si erano macchiati della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nonché l’opprimente fiscus Iudaicus. Questa tassa era stata imposta agli Ebrei a conclusione della Grande Rivolta, non solo a quelli residenti in Giudea, ma a tutti gli Ebrei.  In questo senso è interessante notare come il termine latino per indicare gli Ebrei fosse Iudaei, indipendentemente dal fatto che essi vivessero nella provincia di Iudaea o in altre; vi era quindi piena consapevolezza dell’unità intrinseca di questo popolo, che andava al di là della sua dispersione geografica. Il fiscus Iudaicus era stato presentato come risarcimento per i danni di guerra e come pagamento per il restauro del tempio di Giove a Roma, in sostituzione del testatico periodicamente versato al Tempio: un vero e proprio affronto per gli Ebrei.

 

Lo scoppio della rivolta fu inoltre favorito, se non addirittura causato, dalle campagne partiche di Traiano. Da un lato, infatti, le province dell’Africa Nord-orientale si ritrovarono di fatto prive di una guarnigione dopo la partenza verso l’Oriente delle truppe ivi distaccate; dall’altro con la conquista della Mesopotamia anche l’ultima grande comunità ebraica finora libera dal giogo romano, quella che viveva nelle ricche città mesopotamiche, sarebbe stata sottoposta all’ingiuria del fiscus Iudaicus e ciò sarebbe stato un grave smacco per tutti gli Ebrei.

 

A tutto ciò si aggiunge il generale atteggiamento tenuto da Traiano nei confronti degli Ebrei. L’ostilità romana verso gli Ebrei sembra essere nata in seguito alla Grande Rivolta come una scelta politica e propagandistica della dinastia flavia, che giustificò il proprio potere attraverso la vittoria sui ribelli ebrei. Con Nerva vi fu un cambio di atteggiamento e fu prospettata, se non effettuata, l’abolizione del fiscus Iudaicus. Le attese degli Ebrei furono però smentite dal suo successore, Traiano, figlio dell’omonimo M. Ulpio Traiano che era stato comandante della legio X Fretensis schierata contro i ribelli nella Grande Rivolta. Era naturale che questi restaurasse l’ostilità contro gli Ebrei in nome dell’operato del padre. Traiano impedì severamente la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e conservò il fiscus Iudaicus, annichilendo le speranze delle comunità ebraiche di tutto l’Impero.

 

Per quanto concerne le tattiche adottate dagli Ebrei durante il conflitto, non avendo notizie precise dalle fonti, si deve ipotizzare che queste non differissero molto da quelle applicate dagli stessi nelle altre guerre che li videro protagonisti. La loro è stata definita una ‘guerra partigiana’, la forma più dura di guerriglia, quella mossa da truppe irregolari che agiscono su un territorio ufficialmente già conquistato. Essa consiste in attacchi a sorpresa, spesso notturni, e in continui ritorni offensivi, che puntano a colpire reparti isolati o truppe poco numerose in ricognizione. Questo genere di guerra è sempre stato quello che ha causato più vittime tra le schiere romane, ma, anche in questo caso, la loro reazione non fu leggera, infatti la repressione della rivolta provocò la morte di migliaia di Ebrei, come mettono chiaramente in luce le fonti. Si stima che le rivolte sotto Traiano, unitamente a quella che avrebbe avuto luogo tra il 132 e il 135 d.C., abbiano causato un dimezzamento del numero totale degli Ebrei: i Romani avrebbero dunque ucciso circa 3.000.000 di ribelli.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire il tema si consiglia la lettura di Livia Capponi, Il mistero del tempio. La rivolta ebraica sotto Traiano, Roma 2018.

 

 
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