24 ottobre 2020

« Viva la libertà! » La rivolta di Bronte e il Risorgimento contestato

« La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria»

Al «carnevale furibondo» del giorno in cui la folla, come un torrente in piena, al grido di «Abbasso i cappelli! Viva la libertà!», si riversò per le strade, assaltò i palazzi, uccise con furore tutti i «galantuomini» che riusciva a scovare, seguì la calma paurosa della notte. Non più lo stormire delle campane e lo sventolare dei fazzoletti tricolori, ma il silenzio, l’attesa della repressione. Temevano quel «generale» che saliva piccino sopra il suo gran cavallo nero, alla testa dei suoi soldati in camicia rossa, «giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito». Egli ordinò immediatamente fucilazioni ed arresti.

La scena muta: non più le urla di una folla che abbatte i portoni del palazzo della baronessa, ma una stanza chiusa, opprimente, dominata da dodici giudici, galantuomini occhialuti che stanchi e annoiati procedono con la lettura della sentenza. Di fronte a loro gli imputati, pallidi per gli anni passati chiusi in cella e terrorizzati da quello che stanno ascoltando. Uno di essi, il carbonaio, «mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!…».

 

Così si chiude la novella Libertà pubblicata da Giovanni Verga il 12 marzo 1882 su «La domenica  letteraria» e l’anno seguente nella raccolta Novelle rusticane. Pur non dando i nomi ai personaggi e ai luoghi in cui si svolge la vicenda, il riferimento è chiaro. L’autore, nel portare avanti la sua pessimistica visione della fiumana del progresso che lascia dietro di sé solo la sofferenza dei vinti, prende spunto da dei fatti ancora ben impressi nell’opinione pubblica del giovane Regno d’Italia: la rivolta di Bronte. Mentre Garibaldi, il liberatore della Sicilia dal giogo borbonico, preparava lo sbarco in Calabria, in questa cittadina dell’entroterra catanese, lungo le pendici dell’Etna, tra il 1 e il 6 agosto del 1860, si riversarono più di 10.000 contadini reclamanti la mancata attuazione della ripartizione delle terre comuni, promessa da anni e ribadita dai nuovi decreti promulgati dal governo garibaldino. L’agitazione popolare sfociò in inaudita violenza. Gli insorti diedero fuoco a tutto quello che incontrarono. Sotto il suono scrosciante delle campane e dei «Viva l’Italia», in mezzo al fumo degli incendi, i proprietari vennero trascinati fuori dalle loro case, torturati, uccisi o gettati nel fuoco. Furono riferiti anche episodi di cannibalismo (mai confermati poi). I pochi che riuscirono a scappare si nascosero per giorni interi in sotterranei, magazzini, latrine, o lasciarono la città travestiti da donna. La situazione era talmente degenerata che Garibaldi decise di mandare il suo più fidato generale, Nino Bixio, a riportare l’ordine. Si trattava di un momento molto delicato per i Mille. Ci si preparava alla conquista della Calabria, allo sbarco sul continente. L’esito della guerra contro i Borbone era tutto tranne che scontato, visto anche il mancato appoggio di Cavour e del governo piemontese. Le campagne erano attraversate da scosse di instabilità, con le milizie contadine allo sbando che facevano giustizia da sé. Garibaldi temeva che, come nel 1820 e nel 1848, la reazione borbonica potesse di nuovo vincere, sfruttando a suo vantaggio le ondate di disordini popolari che avevano travolto le campagne e le città. Era necessario, quindi, ottenere l’appoggio dei proprietari, assicurando loro, a differenza di quanto era accaduto nel Quarantotto, di saper mantenere e garantire l’ordine. Inoltre, in quell’estate del 1860, gli occhi di tutto il mondo erano rivolti verso la Sicilia, in particolare quelli della Gran Bretagna, la quale, tramite i dispacci dei suoi consoli e viceconsoli, chiedeva misure volte a tutelare le proprietà dei suoi cittadini in Sicilia. A Bronte il principale proprietario terriero era una nobile inglese, Charlotte Mary Nelson, terza duchessa di Bronte.

 

Alla luce di tutti questi motivi, per risolvere la questione di Bronte, Garibaldi si rivolse a Bixio, intransigente uomo d’azione. Egli procedette immediatamente a dare un esempio alla popolazione, arrestando e processando quelli che erano stati additati come i capi della rivolta. Il 10 agosto del 1860 vennero fucilati cinque uomini sulla cui colpevolezza sussistevano però molti dubbi. Tra questi vi era Nicolò Lombardo, avvocato liberale, additato dai più come capo e organizzatore della rivolta, visto anche il discorso che aveva pronunciato il 31 luglio in cui prometteva alla folla la riforma agraria. Sebbene questi avesse a lungo incitato l’agitazione contadina e molto probabilmente avesse progettato di prendere il controllo dell’amministrazione comunale sulla scia delle dimostrazioni popolari, tuttavia gli storici dubitano che potesse essere responsabile dei fatti di sangue. Egli, infatti, cercò più volte di rifugiarsi in casa, terrorizzato dalla violenza dilagante, e cercò di risparmiare quante più persone possibili dalla furia della folla inferocita.

A queste prime esecuzioni sommarie seguirono numerosi altri arresti e un processo a Catania che si concluse solo nel 1864 con ottantadue condanne: anche se le pene comminate erano severe e prevedevano anni di lavoro forzato, nessuno fu condannato a morte. Il risultato, però, fu che su Bixio e sulle vicende di Bronte calò un’ombra sinistra. La repressione che portò avanti restò per tutta la sua vita un fantasma costante, anche perché, come tutti i garibaldini,  egli si considerava un liberatore e non un oppressore. In una lettera al governatore di Catania scrisse: « Triste missione per noi venuti a combattere per la libertà!».

 

I posteri non furono clementi con Bixio, sul quale venne riversata la colpa della repressione. Benedetto Radice, autore nel 1910 della prima ricostruzione storica dettagliata dei fatti di Bronte, Nino Bixio a Bronte, definiva il generale garibaldino «l’angelo della vendetta». Insieme a Libertà di Verga, a cui faceva ampio ricorso nell’esposizione degli eventi, il testo di Radice costituì la base sulla quale si costruì una contronarrazione del roman nazionale italiano, una antistoria del Risorgimento, ancora oggi molto popolare. Infatti, a partire dagli anni Novanta, si è assistito a un proliferare di contronarrazioni sugli orrori del Risorgimento che vedono il Meridione come vittima di una conquista militare del Regno sabaudo, appoggiato dalla rete massonica internazionale e del Regno Unito. In questa contronarrazione Bronte assume un ruolo chiave, diviene il luogo della memoria dell’Antirisorgimento. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, nel «Corriere della Sera» del 31 luglio del 2010, in occasione del 150° anniversario dell’impresa dei Mille, scrivono che Bronte è la «perdita dell’innocenza», «il luogo simbolo del tradimento delle plebi meridionali da parte di troppi poteri: la Chiesa, i Borboni, i garibaldini pressati dalla Gran Bretagna, i Savoia, lo Stato italiano». A promuovere ulteriormente questa immagine è stato lo sviluppo, sempre negli ultimi venti anni, del movimento neoborbonico, il quale, rilanciando senza contestualizzare il discorso legittimista elaborato negli anni seguenti l’Unità dai partigiani dei Borbone in esilio, mira alla costruzione di un neonazionalismo meridionale, di stampo tradizionalista e cattolico, fondato sulla denuncia del “genocidio” commesso dallo Stato italiano nel Meridione negli anni della lotta al brigantaggio.

 

Bronte è finita per diventare, così, il luogo fisico e simbolico di una memoria contestata del Risorgimento, presentato ora come simbolo della lotta di classe tra contadini e proprietari, soffocata nel sangue dai garibaldini per non inimicarsi il sostegno dell’Inghilterra, ora come simbolo della guerra civile tra Nord e Sud, volta a privare quest’ultimo del suo legittimo sovrano. Quello che si dovrebbe fare e che compie nella sua opera la storica Lucy Riall è andare a vedere, tramite una rigorosa indagine storico-archivistica, come scoppiò la rivolta nell’agosto del 1860 e quali furono le sue origini. Ne emerge un quadro molto più complesso e sfumato, non riducibile alla solita vulgata della scontro tra «ducali», sostenitori degli interessi dei proprietari e in primis della duchessa di Bronte, e «comunisti», sostenitori degli interessi dei contadini. Infatti, la rivolta di Bronte costituì l’esplosione di una questione che si portava avanti da quando nel 1799 re Ferdinando IV di Borbone creò e assegnò la ducea di Bronte all’ammiraglio Nelson, come premio per la repressione della repubblica giacobina napoletana.  Da quel momento, soprattutto dall’abolizione della feudalità nel 1812 e dalla conseguente recinzione delle antiche terre comuni, una lotta per la proprietà delle terra, unita a un sistema di governo oligarchico che controllava i mezzi di arricchimento personale, aveva generato uno scontro tra fazioni all’interno della classe dirigente di Bronte, il cui obiettivo era la conquista del potere. I cambiamento politici avvenuti con le rivolte del 1820 e del 1848, uniti al diretto incoraggiamento proveniente dalle famiglie che si contendevano il monopolio delle cariche politiche a Bronte, avevano fatto sì che i contadini rivendicassero sempre più attivamente i propri diritti e acquisissero una nuova consapevolezza di quanto avveniva nel mondo esterno. Ad accelerare e trasformare la situazione furono il rapido mutamento di regime, provocato in Sicilia dallo sbarco dei Mille, e i decreti di Garibaldi, che promettevano una imminente riforma agraria la cui realizzazione era affidata all’amministrazione locale. Questi eventi convinsero la gente di Bronte che il cambiamento era possibile, ma coloro che detenevano il controllo dell’amministrazione comunale erano sempre gli stessi proprietari che traevano profitti personali dal rinvio della ripartizione delle terre comuni. Il vedere che il cambiamento annunciato come prossimo non avveniva suscitò l’ira della gente e l’esplosione della violenza. Quando Bixio arrivò a portare l’ordine a Bronte, si trovò all’interno di una lotta tra fazioni che era sfuggita a ogni controllo. Dunque, dietro la rivolta non stava tanto lo scontro tra il potere feudale straniero della ducea dei Nelson e la popolazione locale: gli inglesi di Bronte furono più spettatori preoccupati che diretti protagonisti dei fatti e, fatta eccezione per l’amministratore contabile, essi e le loro proprietà non vennero toccati dalla furia contadina. Dietro i conflitti vi fu più, invece, la battaglia tra famiglie cittadine per il controllo degli impieghi, delle posizioni politicamente influenti e delle proprietà terriere.

 

Per approfondire

Per Libertà di Verga si consiglia una qualsiasi edizione di G.Verga, Novelle rusticane.

Principale fonte dell’articolo è L. Riall, La rivolta. Bronte 1860, Laterza, Roma-Bari, 2012.

Sul Risorgimento contestato si consigliano i seguenti articoli: M.P. Casalena, « Controstorie del Risorgimento. Dal locale al nazionale (2000-2011) », Memoria e ricerca, n° 40, 2012, pp. 163-182; E. Francia, « Risorgimento conteso. Riflessioni su intransigenti giornalisti (e storici) », Novecento, n° 8-9, 2003, p. 156;  S. Montaldo (dir.), « La risacca neoborbonica. Origini, flussi e riflussi », Passato e presente, n° 105-XXXVI, 2018, pp. 19-48.

 

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