17 ottobre 2020

Un salario contro il lavoro domestico

Movimento femminista, anni Settanta: l’emancipazione comincia tra le mura di casa

 

 

Siamo negli anni Settanta: in moltissime parti del globo, gruppi di donne si impegnano nella lotta per rivendicazioni femministe di tipo nuovo. Le donne non chiedono più diritti civili e politici, che in Occidente erano già stati ottenuti entro la prima metà del XX secolo. Le richieste si articolano ora su un piano diverso, volto alla scoperta, o alla costruzione, di un’identità prettamente femminile, scevra dei condizionamenti di un contesto sociale costruito intorno all’uomo. È la seconda ondata femminista.

 

Anche in Italia il movimento femminista non tarderà a fiorire, e nel 1971 si svolge a Milano il primo convegno nazionale. La partecipazione è ampia e coinvolge piccoli gruppi, in generale scarsamente coordinati: l’assenza di centralizzazione e l’avversione per l’organizzazione burocratica sarà un tratto distintivo del femminismo italiano. Fin da subito emergono i principali temi che distingueranno le attiviste della penisola e ne definiranno l’identità. Tra questi, spicca per originalità la richiesta di un salario per il lavoro domestico – o, meglio, un salario contro il lavoro domestico.

 

La teoria viene elaborata in particolar modo nel contesto del femminismo veneto. Lotta femminista è il primo gruppo femminista a Padova. Nato nel 1971, ne fa fin da subito il suo vessillo ed il suo principale tema di contestazione. A tal punto che pochi anni dopo parte delle attiviste fonderà il Comitato per il salario al lavoro domestico. Figura di spicco del gruppo è Mariarosa Dalla Costa, che sarà poi tra le fondatrici del Collettivo internazionale femminista, nel cui contesto nascerà la International Wages for Housework Campaign

 

Ma cerchiamo di capire bene cosa intendiamo quando parliamo di salario per il lavoro domestico. È d’obbligo innanzitutto definire il “lavoro domestico”: esso non viene concepito solo come lavoro di pulizia, cucina, e cura dei figli. In un senso più ampio, il concetto comprende tutto il lavoro svolto (principalmente dalla donna) entro le mura domestiche, ivi incluso il lavoro sessuale e di riproduzione. Questa definizione non lascia spazio ad interpretazioni: la famiglia non è sostanzialmente diversa dalla fabbrica. È nella famiglia che viene ri-prodotta la forza-lavoro. E il lavoro di produzione e mantenimento di questa forza-lavoro grava per intero sulle spalle delle donne, che per esso non ricevono alcun compenso, né alcuna protezione sociale. Inoltre, questo insieme di compiti costituisce, nel contesto dell’Italia degli anni Settanta, un canale obbligato per la definizione dell’identità sociale femminile. Una “brava donna” è allo stesso tempo, inevitabilmente, una brava moglie, una brava madre e una brava padrona di casa, che dedica quindi fatica e tempo alla cura della famiglia e dell’ambiente domestico.

 

Il lavoro svolto tra le mura domestiche diviene dunque la base della discriminazione femminile e del ruolo subalterno che la donna è condannata a ricoprire in tutti gli ambiti della società. La casalinga è l’emblema primo dell’esclusione sociale: donna relegata in casa, atomo privato di qualsiasi possibilità di socializzazione femminile. 

 

La critica che venne avanzata nei confronti di questa teoria può apparire a molti evidente: come possiamo pensare che un lavoro che determina una condizione subalterna, una volta retribuito, diventi strumento di riscatto? Non si otterrà invece l’effetto opposto, di valorizzare ancor più il lavoro della donna all’interno delle mura di casa, precludendole qualsiasi possibilità esterna? Meno evidente è forse che ad avanzare obiezioni di questo genere siano stati in primo luogo i “compagni”, ovvero i militanti dei gruppi della sinistra extra-parlamentare, dai quali molte femministe provengono.

 

Ed è proprio su questo punto che possiamo ben evidenziare la distanza del femminismo dalle teorie di derivazione direttamente marxista (e, di conseguenza, dalla pratica di tutta la sinistra italiana): appartiene a queste ultime l’idea secondo cui l’emancipazione della donna sia da raggiungersi innanzi tutto attraverso il lavoro “esterno”. 

 

Quanto ribattono le femministe è però che il lavoro esterno a poco serve sulla strada dell’uguaglianza di genere, quando il lavoro casalingo non viene ripartito tra i componenti della famiglia. Le donne che hanno un impiego fuori casa svolgono in realtà due lavori, per un solo stipendio. Il lavoro esterno dunque non fa altro che aumentare il livello di sfruttamento della donna. Solo quando verrà riconosciuto un salario per il lavoro domestico, allora le donne conquisteranno realmente l’indipendenza economica e dunque intellettuale. Solo così sarà possibile distruggere l’immagine della donna “angelo del focolare” e conquistare un effettivo spazio femminile nel discorso politico, sociale, culturale. 

 

Per comprendere appieno la pregnanza di questo discorso non dobbiamo dimenticare quanto lo Stato italiano sia sempre stato assente nel supporto alla famiglia. Il modello familiare mediterraneo è quello “a legami forti”: la società è costruita sulla famiglia, che fornisce all’individuo un grande capitale non monetario, rappresentato in primo luogo dagli scambi tra parenti. La famiglia viene considerata qualcosa di privato ed intangibile, un ambito nel quale lo Stato non ha diritto di intromettersi. Ma se è molto ciò che l’italiano può ricevere dalla propria famiglia, altrettanto sarà il lavoro che qualcuno dovrà fare per dare. E questo qualcuno sono quasi sempre le donne, laddove non esistono servizi adeguati di tutela della maternità e dell’infanzia. La famiglia a legami forti, in un contesto di scarso intervento statale, diventa dunque un freno per il pieno sviluppo della donna in quanto persona umana, e quindi anche all’esterno della famiglia.

 

La limitazione cui la donna è sottoposta è in primo luogo la costrizione della sfera della propria sessualità, limitata all’ambito riproduttivo. Il rifiuto del ruolo di madre diventa dunque un atto di ribellione contro lo sfruttamento del corpo, che si può esplicare in un rifiuto della maternità tout court, o in un’interpretazione della stessa come libera dai vincoli del matrimonio o anche solo della convivenza con un uomo. La teoria del salario al lavoro domestico è strettamente collegata ad un altro macro-tema fondamentale per il femminismo della seconda ondata: il rapporto della donna con il proprio corpo.

 

È così che anche i gruppi che si battono per il salario al lavoro domestico non trascurano altre lotte tipiche del femminismo di quegli anni: l’aborto, i contraccettivi, il divorzio. Tutte rivendicazioni volte ad affermare il diritto di autodeterminazione della donna nel rapporto con la propria sessualità e nella vita di coppia.

 

Abbiamo fin qui analizzato le argomentazioni che sorreggevano la richiesta di un salario per il lavoro domestico. Quest’obiettivo fu sempre molto lontano dal realizzarsi e la forza dell’idea si dissolse insieme ai gruppi femministi alla fine del decennio.

 

Ma ecco come si strutturava la pratica di lotta. L’obiettivo, mai raggiunto, fu sempre quello di uno sciopero internazionale delle casalinghe. Nel frattempo, il Comitato padovano si impegnò in azioni di controinformazione: il periodico Le operaie della casa venne pubblicato e distribuito regolarmente per due anni. Il 1° maggio del 1975, anche le “lavoratrici invisibili” celebrarono la loro festa: le casalinghe si astennero dal lavoro domestico. Scesero in piazza anche loro, ma a partire dall’ora di pranzo: proprio quando i mariti, di ritorno dalle manifestazioni operaie, rientravano a casa pregustando un pranzo già pronto – e si ritrovarono con il piatto vuoto.

 

 

Per saperne di più:

2008 Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio, Padova 1972; per uno sguardo più generale sulla seconda ondata femminista in Italia: E. Guerra, Storia e cultura politica delle donne, Gedit, Bologna 2008.

 

 

 

Immagine da LaRiscossa -C. C.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata