21 Settembre 2020

Il Jim Crow System e lo strano frutto di Billie Holiday: L’illusoria libertà sudista. Prima Parte

 

 

Fin dall’inizio del XIX secolo si inizia ad acuire negli Stati Uniti un contrasto che durerà decenni tra il Nord, che necessitava misure protezionistiche per lo sviluppo di una società industriale dinamica, e il Sud, mondo prettamente agricolo, sfavorito dagli alti dazi doganali settentrionali, che limitavano l’esportazione di materie prime. La società sudista, dominata in ambito politico ed economico dall’élite dei grandi piantatori, era basata prettamente sulla coltivazione del cotone, l’oro bianco che, dopo l’invenzione della Cotton Gin, aveva sostituito le altre colture, rafforzando quella che veniva definita istituzione peculiare, la schiavitù. 

 

Il nodo intorno a cui si radicalizza il conflitto sarà proprio la schiavitù, che, a partire dagli anni Venti, nel Nord inizia ad essere condannata dal neonato movimento abolizionista, attraverso una propaganda che gradualmente si acutizza. Nel Sud, dove ancora era diffusa una ostilità al governo centrale sul modello politico jeffersoniano, si inizia a diffondere la convinzione dello sfruttamento settentrionale, con una progressiva esaltazione della società meridionale, associata, con il suo paternalismo nei confronti degli schiavi, alla classicità, in contrapposizione all’industriale società del Nord, che sfruttava gli operai nelle fabbriche. Il Nord, sebbene opposto all’istituzione peculiare, era fortemente razzista e la battaglia alla schiavitù non rappresentava, se non in minima parte, un sentimento di apertura nei confronti degli afroamericani, bensì il tentativo nordista di limitare il potere dell’élite sudista dei piantatori, che aveva sempre più potere nel Congresso, anche a causa del Three-Fifths Compromise, raggiunto nel 1787 alla Convenzione di Filadelfia, che prevedeva che gli schiavi, seppur privati di ogni diritto, sarebbero stati contati come tre quinti di un bianco per il calcolo della popolazione negli stati, ciò che avrebbe determinato la rappresentanza nella Camera dei rappresentanti.

 

Sebbene l’immagine delle grandi piantagioni sudiste sia associata allo schiavismo statunitense, in realtà erano pochi gli schiavi che vivevano in queste grandi piantagioni. La maggior parte viveva, infatti, in fattorie di piccola o media grandezza, dove lavoravano fianco a fianco al padrone, in dure condizioni di lavoro e subendo paternalismo, violenze e umiliazioni continue. Si iniziava gradualmente a formare tra gli schiavi una cultura subalterna a quella dominante, in primo luogo attraverso il recupero della religione, che, utilizzata dai padroni per inculcare valori di umiltà ed obbedienza, veniva reinterpretata attraverso la strategia espressiva del signifying , favorendo la formazione di ideali di libertà e di speranza. Inoltre, attraverso le slave narratives , narrazioni autobiografiche di schiavi fuggiti al Nord grazie anche all’Underground Railroad, rete di attivisti che aiutavano i neri del Sud a fuggire negli stati dove la schiavitù era abolita, si inizia a formare una nuova consapevolezza del proprio spazio d’azione tra gli schiavi.

 

Verso la metà del XIX secolo il Sud risulta sempre più isolato, con grandi infrastrutture che collegavano il Nord alle regioni dell’Ovest. Tutto ciò, insieme all’aumento delle tariffe protezionistiche e all’accesa propaganda abolizionista, aggravava le tensioni e spingeva il Sud verso posizioni sempre più radicali. Il dibattito si accese in particolar modo in relazione all’estensione della schiavitù nelle terre conquistate nel 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, che concludeva la guerra contro il Messico; a questi nuovi territori non era possibile applicare il compromesso del Missouri, approvato dal Congresso nel 1820, che stabiliva l’illegalità della schiavitù a Nord del 36˚30’parallelo e concedeva agli stati un precario equilibrio.

 

Il Compromesso del Missouri viene però negato sia attraverso l’approvazione del Kansas-Nebraska Act nel 1854, che lasciava alla volontà popolare l’estensione della schiavitù nei nuovi territori, attivando un processo di colonizzazione sia dal Nord che dal Sud che si tradusse in violenti scontri, sia dalla sentenza della Corte Suprema, Dred Scott v. Standford del 1857, con cui il Compromesso fu dichiarato anticostituzionale in quanto poneva limiti al diritto di proprietà.

 

In questo fragile contesto si colloca l’elezione presidenziale del repubblicano Abraham Lincoln nel 1860 che, seppur critico riguardo l’istituzione peculiare, vedeva nella schiavitù una questione da risolvere a livello nazionale, come dimostra il suo famoso discorso sulla casa divisa. « Una casa divisa contro se stessa non può stare in piedi. Non credo che questo governo possa durare permanentemente mezzo libero e mezzo schiavo. » Consapevole delle tensioni, Lincoln aveva eletto, per rassicurare il Sud della sua politica moderata, come vicepresidente Andrew Johnson, ex democratico sudista, che condivideva con Lincoln la paura che l’Unione potesse spezzarsi. Nonostante le rassicurazioni di Lincoln nel dicembre del 1860 lo stato della South Carolina deliberò la secessione dall’Unione, inaugurando il conflitto più sanguinoso nella storia degli Stati Uniti, spesso associato nella tradizione storiografica nordista al conflitto per la liberazione degli schiavi afroamericani dalla feroce morsa sudista della schiavitù, ma in realtà generato da decenni di contrasti politici ed economici tra Nord e Sud e rivolto alla restaurazione dell’Unione sotto l’egemonia nordista.

 

L’idea di libertà, generata dalla guerra civile, portò quasi 200.000 afroamericani a combattere contro l’esercito confederato, anche se la guerra divenne un conflitto per la liberazione degli schiavi unicamente a partire dal 1863, attraverso la promulgazione dell’Emancipation Proclamation, che tuttavia non si applicava agli stati schiavisti di frontiera rimasti fedeli all’Unione e ai territori confederati riconquistati dall’esercito unionista, mettendo in risalto come l’obiettivo principale del conflitto non fosse la liberazione degli schiavi. Il proclama rappresentava allo stesso modo una svolta nella storia americana, sebbene in realtà solo nel 1865, attraverso la ratifica del XIII emendamento, la schiavitù fu abolita su tutto il territorio degli Stati Uniti; l’Emancipation Proclamation, infatti, negando il Fugitive Slave Act, che prevedeva la restituzione di schiavi fuggiti al Nord ai proprietari, infondeva coraggio agli schiavi, che fuggendo a Nord venivano reclutati nell’esercito unionista. Già prima dell’esaurirsi del conflitto Lincoln aveva iniziato a realizzare un piano di riammissione per gli stati secessionisti, piano moderato che prevedeva un giuramento di fedeltà all’Unione seguito da un proclama di amnistia, decisione contrastata da molti repubblicani che avrebbero voluto mettere in pratica un piano radicale, che si sarebbe tradotto nell’egemonia politica repubblicana ed economica nordista.

 

Con la fine del conflitto il Sud, subordinato e sottosviluppato, vede l’inizio di un nuovo periodo storico, la Reconstruction era, che  si traduce nella delusione della comunità afroamericana. Quest’ultima, dopo una breve fase intermedia, assiste al ritorno al potere dei ricchi piantatori bianchi, al fallimento degli ideali immaginati di libertà ed emancipazione e all’instaurazione di un brutale sistema di segregazione razziale, il Jim Crow System. Il successore di Lincoln fu Johnson, che sebbene conservatore in materia razziale era fortemente avverso all’élite sudista dei piantatori; egli propose il condono degli stati del Sud, a patto che questi avessero mandato una domanda di perdono presidenziale. Sebbene si pensasse che Johnson sarebbe stato duro con gli stati del Sud, sia per portare a termine la ricostruzione, sia per porre fine all’egemonia repubblicana radicale in Congresso, ristabilendo di nuovo un equilibrio, concesse facilmente il perdono e promosse leggi che consentirono il rapido ritorno di un sistema coercitivo nei confronti dei freedmen. L’ala radicale del partito repubblicano, fortemente contraria alle misure di apertura agli stati del Sud proposte da Johnson, aveva un importante peso nel Congresso e, nonostante il veto del presidente, riuscì a fare approvare nel 1866 il Civil Right Act che riconosceva il diritto di cittadinanza ad ogni individuo nato su suolo statunitense.

 

Durante la presidenza Johnson, grazie alle spinte del Congresso, furono inoltre ratificati tre nuovi emendamenti, simbolo della volontà dell’ala repubblicana di un cambiamento dopo la guerra di secessione, che avrebbero dovuto tutelare i diritti degli ex schiavi. Il XIII emendamento, ratificato nel 1865, sanciva l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, Il XIV, ratificato nel 1868, forniva un’ampia definizione di cittadinanza, stabilendo l’uguale protezione della legge per ogni cittadino, vietando le nomine di ex funzionari confederati a cariche federali e affidava la tutela dei diritti degli afroamericani alle autorità federali, stabilendo che ogni volta che uno Stato nega il diritto di voto, lo Stato vedrà diminuire la rappresentanza in Congresso. Nel 1870 veniva infine ratificato il XV emendamento che affermava che nessun cittadino poteva essere privato del diritto di voto per motivi di razza, colore o precedente stato di schiavitù. Con il referendum del 1866 venne rifiutato il piano di ricostruzione proposto da Johnson e applicato il piano proposto dall’ala radicale del partito  repubblicano, che con l’emanazione dei Reconstruction Acts, impose agli stati del Sud, riformati in cinque distretti, dove generali del Nord tutelavano il diritto di voto degli ex schiavi, la ratifica del XIV emendamento. Questi provvedimenti, piuttosto che  tutelare i diritti degli afroamericani, erano in realtà, in primo luogo, volti ad affermare l’egemonia repubblicana e a punire gli stati ribelli del Sud, garantendo il diritto di voto agli ex schiavi che avrebbero votato repubblicano. La proposta del repubblicano radicale Stevens di una legge che avrebbe garantito la ridistribuzione delle terre agli afroamericani, permettendo l’inizio di un reale processo di emancipazione, fu bocciata anche da molti repubblicani, che sebbene volessero punire gli stati del Sud restavano fortemente razzisti.

 

Il potere di Johnson veniva continuamente ristretto da parte del Congresso che nel 1867 fece promulgare una legge che imponeva il divieto al presidente di sostituire i funzionari di Gabinetto. Nonostante la prescrizione Johnson tentò di licenziare Stanton, Segretario alla Guerra, e perciò l’ala radicale repubblicana richiese l’impeachment, primo nella storia nazionale, che per un solo voto non raggiunse la maggioranza richiesta per la condanna, favorendo un ulteriore indebolimento della figura presidenziale. Il successore di Johnson fu l’eroe di guerra repubblicano Ulysses Grant fino al 1877; l’anno prima si erano tenute le elezioni presidenziali, che decretarono un pareggio tra democratici e repubblicani. Il nodo intorno alle elezioni fu risolto attraverso un compromesso, che prevedeva l’elezione del repubblicano Hayes e la partenza delle truppe federali dal Sud, deludendo gli ideali di libertà dei freedmen, che di lì a poco assistettero alla chiusura in un violento regionalismo degli stati del Sud e allo svuotamento e al raggiro dei tre emendamenti ratificati dopo il conflitto, ritrovandosi in uno stato di servitù.


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