28 settembre 2020

Libertà come finzione: un approccio finzionalistico alla realtà

La libertà, uno dei concetti più importanti che l’umanità abbia formato ma anche un pensiero scomodo, contraddittorio, disarmante. Questa la proposta di Hans Vaihinger  nel 1911, anno di pubblicazione della sua opera maggiore La Filosofia del Come Se. Sistema delle finzioni scientifiche, etico-pratiche e religiose del genere umano . Vaihinger, filosofo tedesco post-kantiano, è il fondatore del finzionalismo , la teoria filosofica nella quale affermazioni come «La libertà è una finzione!» trovano una piena giustificazione teorica ed un forte sostegno pratico. La libertà, infatti, è solo uno dei tanti concetti analizzati e posti al vaglio critico della ragione indagatrice di Vaihinger, una ragione – si potrebbe definire – universale e al contempo onnicomprensiva e totalizzante. Tutte le presunte conoscenze dell’uomo sono “finzioni”, ovvero artifici che egli produce per orientarsi nella confusione del mondo, nella molteplicità dell’esperienza, più semplicemente nella vita. Rientrano così nella teoria finzionalistica tutti gli strumenti di cui l’uomo si serve: dalla fisica all’economia, dalla matematica al diritto e alla religione, ovvero tutto ciò che rientra nel pensiero e nei mezzi che esso adopera per relazionarsi con la realtà, con un oggetto esterno che in quanto “altro da sé” non gli appartiene. La funzione logica della psiche – così Vaihinger definisce l’intelletto – non può sfuggire all’incontro con il materiale dell’esperienza, la cui conoscenza, tuttavia, al di là di ogni sforzo dell’intelletto, gli rimane preclusa. L’intelletto non può mai del tutto inscrivere la realtà in una struttura oggettiva, universale e necessaria. Così, l’unica possibilità per la psiche di fronteggiare la moltitudine di dati provenienti dall’esperienza – scrive Vaihinger – è l’espediente artificioso della finzione, uno strumento estremamente utile nella prassi e nell’agire, sganciato tuttavia da ogni puntuale aderenza con la realtà. L’ausilio finzionale nasce quindi dal bisogno dell’uomo di sopperire a una mancanza, di arginare la sua sofferenza causata dallo iato perenne con la realtà. L’ostacolo diventa così condizione di possibilità e di necessità dell’esistenza delle strutture finzionali per l’adattamento e la conservazione dell’organismo nell’ambiente esterno. 

 

L’organismo è immerso in un complesso di sensazioni del tutto contraddittorie, soffocato dalle spire di un mondo esterno ad esso ostile e, per sopravvivere, costretto a cercare, tanto dentro di sé come fuori, tutti i possibili mezzi di aiuto. Dalla necessità e dal dolore è suscitato lo sviluppo spirituale, la coscienza si ridesta attraverso contraddizioni e conflitti, e l’uomo deve la sua evoluzione spirituale più ai suoi nemici che ai suoi amici. […] per attività finzionale del pensiero logico si deve intendere la produzione e l’uso di mezzi logici tali, da render possibile il raggiungimento degli scopi del pensiero, con l’aiuto di quei concetti ausiliari, dei quali, all’inizio, si è messa in evidenza, più o meno chiaramente, l’impossibilità della loro corrispondenza con un oggetto obiettivo». ( La filosofia del come se , Introduzione generale, p. 24) 

 

Vaihinger propone una classificazione dei vari tipi di forme finzionali. Nella teoria finzionalistica, la libertà rientra tra le cosiddette finzioni pratiche . Il meccanismo è il seguente: la condotta umana è considerata come se fosse libera. Secondo Vaihinger, il concetto di libertà non è solo uno strumento necessario per spiegare il fondamento dell’agire umano ma anche l’espediente migliore che la psiche può mettere in atto a tale scopo, là dove per ‘migliore’ si intende lo strumento dotato della massima utilità pratica. In sintesi, la validità teoretica del concetto di libertà – e delle finzioni in generale – è inversamente proporzionale alla validità pratica. Dal punto di vista teoretico infatti il concetto di libertà è in contraddizione con se stesso e con la realtà. Considerato in sé, assumere che una condotta sia libera ha lo stesso valore del suo opposto, ovvero che la condotta sia necessaria; d’altro canto, non riflettendo la realtà, bensì applicandosi ad essa, la libertà dell’agire contraddice il carattere necessario della natura. Tuttavia, scegliere di considerare l’agire come se fosse assolutamente libero, non determinato cioè da alcun fattore esterno, è per Vaihinger – nonostante la sua contraddittorietà – giustificato dalla prassi. In che misura? 

Il concetto di libertà implica il concetto di responsabilità sul quale è fondato l’intero sistema delle punizioni e delle pene. Per mezzo di tale finzione, la condotta umana è considerata come se fosse libera e su questa condizione imprescindibile è costruita la morale e il diritto. Il concetto di libertà è l’irreale giustificato dalla prassi per eccellenza. La punizione applicata a un uomo in virtù del suo comportamento ha senso solo se l’uomo è pensato come un essere libero e responsabile delle sue azioni. In caso contrario, ogni forma di punizione sarebbe impensabile. Chi punirebbe infatti un uomo spinto ad agire per necessità? Se cioè in principio regnasse sovrano il determinismo, se quindi l’agire umano si dispiegasse secondo leggi naturali fisse e immutabili, sulla base di quali criteri sarebbe possibile assegnare colpe e punizioni? Il concetto di libertà quindi è un ideale che guida la vita dell’uomo nella misura in cui egli agisce come se tale invenzione esistesse concretamente nella realtà. L’ideale è una finzione pratica. La libertà è un ideale giustificato malgrado la sua mancanza di realtà, rendendo possibile la vita nella sua massima espressione . Vaihinger scrive: 

 

«La tragedia della vita consiste in questo, che i concetti dotati di più elevato valore non sono affatto validi qualora siano assunti come se fossero dati materiali. Così il valore costituisce il rovescio della materialità […] l’ideale e la realtà commutano i loro ruoli; l’ideale, che non sia dotato di realtà, ha un massimo valore ed infatti si deve “esigere l’impossibile”, anche se ciò conduce a contraddizioni». ( La filosofia del come se , Parte prima: fondamenti primi, le finzioni pratiche, p. 55) 

 

Con le dovute differenze che possono emergere solo da un’analisi più approfondita del sistema filosofico di Hans Vaihinger, è evidente che la critica kantiana ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione del pensiero finzionalistico. Almeno nelle intenzioni, il finzionalismo è teoria e critica dei fondamenti: non è corretto dire “posso scegliere le azioni da compiere perché sono libero”, è necessario bensì indagare la ragion d’essere della mia libertà, provando a stabilirne il fondamento. E nel caso di Vaihinger il fondamento è la funzione logica della psiche a carattere finalistico – il fine della psiche e dei suoi prodotti è l’agire, la prassi –, la quale opera in virtù di una realtà sempre un passo lontana da sé . Ancor più interessante è la riflessione sull’universalità delle strutture finzionali. Le stesse considerazioni si applicano a ogni campo pensabile. Tutte le conoscenze sono finzioni: in matematica, ad esempio, è una finzione l’utilizzo delle figure perfette non esistenti nella realtà o la sussunzione delle linee curve sotto le rette; sono finzioni i dogmi su cui sono costruite tutte le religioni; in fisica è una finzione il considerare la materia come se fosse composta da un numero infinito di atomi; i concetti filosofici di sostanza, di etere, di cosa in sé sono anch’essi finzioni, così come la teoria economica di Smith , la teoria politico-sociale di Hobbes e così via. 

Alcune considerazioni finali sulla teoria finzionale della libertà: nella sua autobiografia, Hans Vaihinger afferma di aver appreso dalle lezioni di un suo professore «l’idea che un sistema filosofico non deve essere considerato vero semplicemente perché “acquieta l’animo”; chi cerca questa soddisfazione non deve andare dal filosofo per trovarla; la filosofia deve dare luce, non ha bisogno di dare calore». E in effetti, la prospettiva delineata da Vaihinger a ben vedere non acquieta l’animo né lo scalda in alcun modo. Una teoria in cui tutti gli strumenti che adoperiamo nella vita di ogni giorno sono utili finzioni, utili illusioni, utili errori in quanto giustificati unicamente dal nostro continuo e necessario bisogno e utilizzo limita il potere conoscitivo dell’uomo, o perlomeno lo confina in un orizzonte pratico che in ogni caso non ha nulla a che fare con la realtà oggettiva in sé. Estendendo la natura finzionale a concetti fondamentali come quello di libertà, da un lato, il finzionalismo dà senso alle nostre azioni nella convinzione che la libertà è necessaria e imprescindibile per una migliore vita pratica; dall’altro, la consapevolezza della natura finzionale della libertà rischia di svuotare di senso ogni processo decisionale, ogni azione e responsabilità. La libertà infatti sulla base di un sistema siffatto non ci appartiene se non nella misura in cui siamo noi a crearne il concetto. In nessun caso la libertà ci è connaturata. E se quindi Vaihinger avesse ragione? La consapevolezza di essere in un mondo fatto di finzioni cambierebbe la nostra vita? 

 

Per saperne di più 

Si consiglia la lettura della traduzione italiana dell’opera principale di Hans Vaihinger La filosofia del come se. Sistema delle finzioni scientifiche, etico-pratiche e religiose del genere umano , a cura di F. Voltaggio, Ubaldini, Roma 1967. Si tratta di un’edizione ridotta e semplificata dell’opera completa pubblicata in tedesco nel 1911. Pertanto, questa edizione – l’unica traduzione italiana disponibile – è un testo nel complesso più accessibile, il quale fornisce una panoramica esaustiva del finzionalismo filosofico dell’autore. 


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