5 ottobre 2020

L'esperimento di Libet: la libertà è solo un'illusione

Il plurisecolare dibattito filosofico intorno al problema della libertà umana, all’interno del quale sono stati coinvolti numerosi filosofi e pensatori – da Sant’Agostino a San Tommaso, da Martin Lutero a Erasmo da Rotterdam, da Cartesio a Leibniz e Spinoza – ha potuto beneficiare, a partire dall ‘800, di alcuni contributi e stimoli provenienti dall’ambito della fisica, grazie alla formulazione di importanti tesi deterministiche, a cui si sono aggiunte quelle, più recenti, di derivazione neuroscientifica. Un simile incontro di prospettive ha così permesso di guardare al problema da nuovi ed interessanti punti di vista.

 

In genere siamo soliti considerare libere quelle azioni che presentano due condizioni essenziali: la presenza di due o più opzioni di scelta (in modo tale che, a seguito della nostra deliberazione, possiamo dire che avremmo comunque potuto agire diversamente); il fatto che soltanto il soggetto (con le sue credenze, intenzioni e riflessioni) possa essere ritenuto colui che determina l’azione. Fondata sul senso comune, tale idea risulta tuttavia essere messa in discussione all’interno di un discorso deterministico proveniente dall’ambito fisico, nel momento in cui si presuppone che l’uomo nella sua interezza faccia parte dell’ordine fisico-naturale, cioè che sia vera una visione fisicalista della realtà. 

 

Più nello specifico, una delle forme più importanti di determinismo causale concernente tutti i fenomeni è il determinismo scientifico universale . Già Laplace ne aveva dato una definizione, affermando che a partire dalla conoscenza dello stato del mondo in un certo istante, assieme a quella delle leggi di natura esplicanti i diversi fenomeni, sarebbe possibile descrivere lo stato del mondo nell’istante successivo. Per comprendere tale formulazione, si prendano in esame un primo istante della storia dell’universo t 0 e un secondo ad esso successivo t 1 ; in secondo luogo, una proposizione P 0 che descrive lo stato del mondo al momento t 0 e una P 1 per lo stato del mondo al momento t 1 ; infine, l’insieme delle leggi scientifiche indicato con L . È possibile, dunque, concludere, che P 0 ˄ L P 1 . Procedendo in modo analogo, anche gli stati mentali sarebbero necessariamente determinati da processi neuronali che non lascerebbero spazio alla libertà dell’uomo, all’interno di una tale prospettiva fisicalista. Il soggetto farebbe così esperienza del libero arbitrio a livello psicologico, ma solo perché non sarebbe davvero consapevole del fatto che in realtà lo stato del suo cervello al tempo t 0 è causalmente sufficiente a determinare lo stato successivo corrispondente al tempo t 1 . Una seconda ipotesi, invece, proposta dal filosofo del linguaggio e della mente John Searle , intende considerare la genesi dei nostri processi mentali e consiste nel pensare il cervello come un sistema indeterministico , spiegabile solo attraverso la meccanica quantistica , l’unico indeterminismo intrinseco in natura. In questo caso, t 0 non è causalmente sufficiente a determinare t 1 e, perciò, i processi psicologici e deliberatori umani sarebbero caratterizzati da un fondo inestinguibile di libertà. Lo stesso John Searle, tuttavia, si rivela sinceramente imbarazzato poiché incapace di dare un’effettiva spiegazione del funzionamento del cervello attraverso la meccanica quantistica, oltre che saggiamente consapevole del fatto che la prima ipotesi – quella deterministica – sia la più forte delle due.

 

L’ipotesi deterministica, inoltre, sembrerebbe essere stata confermata dagli studi del neuroscienziato statunitense Benjamin Libet , il primo a chiedersi se la libertà fosse possibile innanzitutto dal punto di vista fisiologico .

 

Il punto di partenza delle sue ricerche fu il risultato degli esperimenti sul Bereitschaftpotential ( potenziale di prontezza motoria – PPM – o readiness potential – RP) condotti nel 1965, con non poche difficoltà pratiche, dai due ricercatori tedeschi Kornhuber e Deecke . Questi, analizzando tramite l’elettroencefalogramma l’attività cerebrale appena antecedente un atto di movimento volontario, registrarono due diversi picchi utili a definire il PPM, ossia la misura dell’attività neuronale rilevabile nel cervello quando bisogna compiere un movimento. Partendo da tali presupposti, l’obiettivo di Benjamin Libet era quello di stabilire se ci fosse o meno una differenza temporale tra l’inizio del PPM e la realizzazione, da parte del soggetto, dell’azione volontaria.

 

Così, nel 1977, servendosi di un elettroencefalografo (EEG), un elettromiografo (EMG) e un oscilloscopio appositamente modificato, diede luogo al suo esperimento. L’oscilloscopio faceva comparire sul monitor un quadrante marcato da segni a intervalli regolari, come in un normale orologio, e un puntino che compariva intorno ad esso a velocità costante. Per spostarsi da un segno all’altro, il puntino impiegava esattamente 43 millisecondi; per compiere una rotazione completa 2,56 secondi. L’EEG e l’EMG misuravano, invece, le attività cerebrali del soggetto posto di fronte al monitor; questi doveva muovere un dito non appena il puntino fosse giunto in corrispondenza di uno dei segni del quadrante e, in secondo luogo, riferire la posizione del puntino nel preciso istante in cui avesse avvertito l’impulso a compiere l’azione. Confrontando, dunque, tale istante con quello corrispondente al potenziale di prontezza motoria rilevato dall’elettroencefalografo e con quello corrispondente all’arrivo dell’impulso elettrico al muscolo e all’avvenire dell’atto vero e proprio rilevato dall’elettromiografo, Libet giunse alla conclusione sorprendente che nel nostro cervello l’attività cerebrale che segna la presa di coscienza del movimento da parte del soggetto si registra, in media, ben 300 millisecondi dopo la preparazione del cervello a tale movimento; in altre parole, secondo Libet, il nostro cervello conosce già, molto prima di noi, quale atto sceglieremo di fare e si prepara a compierlo. Lo scienziato si limitò a constatare che «l’attivazione di un atto volontario spontaneo [...] può iniziare, e di solito inizia, in maniera inconscia», mentre per molti l’esperimento costituì la prova empirica dell’inesistenza del libero arbitrio : se l’unica causa determinante le azioni libere deve essere rintracciata nella consapevolezza soggettiva della decisione di agire, l’azione non può essere definita libera poiché in realtà programmata in anticipo rispetto a quest’ultima.

 

Più di recente, nel 2007, i neuroscienziati Soon, Brass, Heinze e Haynes hanno confermato i risultati ottenuti da Libet grazie all’utilizzo di una tecnologia più sofisticata. Nel loro esperimento gli scienziati lasciarono ai soggetti la possibilità di scegliere non solo il momento, ma anche il tipo di azione da compiere, tra alzare l’indice destro e quello sinistro per premere rispettivamente il pulsante destro o quello sinistro. Per riferire l’esatto momento in cui avesse avvertito la spinta motivazionale a premere il pulsante, il soggetto avrebbe dovuto indicare quale delle lettere comparse sullo schermo in una sequenza casuale che si aggiornava ogni 500 millisecondi fosse quella corrispondente a tale momento. Haynes e Soon evidenziarono che nella corteccia frontopolare la preparazione del cervello all’azione fosse presente ben 7 secondi prima della decisione consapevole della stessa da parte del soggetto. I sostenitori del libero arbitrio saranno, tuttavia, lieti di sapere che l’ accuratezza della predizione raggiungeva solo il 60% .

 

Nonostante i tentativi di conferma dell’esperimento, numerosi sono stati i filosofi e i neuroscienziati che si sono opposti alle scelte metodologiche e operative di Libet. Da questo punto di vista, una critica interessante è stata quella esposta da Daniel Dennett  secondo il quale Libet, richiedendo ai soggetti di memorizzare il momento in cui hanno preso coscienza del desiderio di muovere il dito o premere il tasto, prendeva in esame un dato soggettivo per nulla semplice, poiché basato sulla coincidenza di due atti mentali: la presa di coscienza della decisione di compiere l’azione e la presa di coscienza della posizione del puntino. Questi due eventi mentali, insieme al terzo esaminato da Benjamin Libet, ovvero l’emergere del potenziale, sono processi che richiedono del tempo e che derivano da diverse aree del cervello. Il ritardo di 300 millisecondi registrato nella coscienza del soggetto può essere, dunque, spiegato con il tempo impiegato dal nostro cervello per elaborare le informazioni provenienti dalle prime due attività e inviarle ad altre aree. Questa elaborazione interiore si verificherebbe, secondo Dennett, ben prima che il PPM agisca. L’errore presente nell’esperimento di Libet non riguarderebbe, dunque, lo studio della durata dei processi neurali, bensì l’interpretazione stessa dei dati. La conclusione dennettiana è così articolata: «Ciò che ha scoperto Libet non è che la coscienza resta vergognosamente indietro rispetto alle decisioni inconsce, ma che i processi decisionali coscienti richiedono tempo ».

 

Anche il filosofo austriaco Alexander Batthyany ha proposto un altro punto di vista di particolare interesse. Secondo lui sia la negazione sia l’affermazione della libertà nelle decisioni consce sono compatibili con i risultati dell’esperimento, per cui esso non basta a confutare l’esistenza del libero arbitrio. L’azione richiesta ai soggetti, infatti, non corrisponde a un’azione volontaria né a una deliberazione o una scelta dimostrabili secondo ragione, bensì a un compito da eseguire; non si tratterebbe, dunque, di un atto coscientemente provocato, ma di un’esperienza passivamente sentita. Libet si è limitato a confermare che tali esperienze sono passive, cioè poste in essere non consciamente: risulta, perciò, contraddittorio da parte di Libet credere che i soggetti agiscano spontaneamente, pur seguendo delle istruzioni; inoltre, tale situazione, in cui l’azione è così semplice che non richiede da parte dei soggetti particolare attenzione nel suo svolgimento, sembrerebbe essere l’ideale per l’insorgere di automatismi. Il fatto che Benjamin Libet non abbia preso in considerazione questa possibilità fa pensare che la sua idea di “azione libera” coincida con l’idea di un evento per nulla influenzato da quelli precedenti e quelli successivi.

 

Notevoli sono stati anche gli studi sulla coscienza condotti dalla neurofisiologa neozelandese Susan Pockett . Tra tutte le sue pubblicazioni, degno di nota è l’articolo Does Consciousness Cause Behavior del 2004, in cui ha criticato la definizione di “azioni liberamente volute” di Libet. Nel suo esperimento, infatti, sia il “cosa” (alzare un dito) sia il “come” (facendo attenzione alle indicazioni del quadrante) erano stati stabiliti con largo anticipo dell’esaminatore; il soggetto si limitava a stabilire il “quando”. Pertanto, se mai qualcosa è stato scoperto da Libet, si tratterebbe soltanto del fatto che, in determinati contesti, è possibile che la decisione di quando compiere un’azione avvenga inconsciamente. Libet però non ha aggiunto nient’altro su cosa avvenga nel caso di decisioni più grandi in contesti diversi, né soprattutto su come si compia il processo mentale che porta all’elaborazione da parte del soggetto del ‘cosa’ fare ed alla decisione del ‘come’ farlo. Più di recente, nel 2010, Susan Pockett, affiancata dalla collega Suzanne Carolyn Purdy , ha dimostrato che una stessa azione in situazioni diverse può dare risultati diversi. Dunque, quando l’azione esaminata da Libet non viene compiuta spontaneamente, ma come risultato di una decisione specifica, il potenziale di prontezza motoria che la precede arriva quasi a coincidere con il momento della presa di coscienza dell’azione da parte dell’agente stesso. Ciò dimostra che il compito affidato al soggetto di individuare il momento in cui ritiene di essere cosciente della propria azione lo influenza così tanto che il PPM non si riferisce più all’azione stessa, bensì a tale momento; di conseguenza, è ancora possibile considerare la coscienza causa diretta delle azioni.

 

Ma ammettiamo pure che l’interpretazione dei dati dell’esperimento di Libet sia corretta. Certamente in questo caso non ne sarebbe scossa soltanto la filosofia. Gli stessi dogmi religiosi e, in particolare quelli cattolici, ne sarebbero minacciati. D’altronde, si sa, la disputa sul libero arbitrio che ha visto schierarsi l’uno contro l’altro Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero è uno degli episodi più significativi della discussione sulla libertà umana. Anche il senso comune, in particolare per quegli aspetti che riguardano la concezione che ognuno ha di sé stesso, ne verrebbe condizionato, per non parlare poi degli effetti che produrrebbe sul terreno della giurisprudenza. 

 

La vera questione, allora, la stessa che John Searle reputava filosoficamente assurda,  rimane: laddove si dimostrasse con certezza che un modello puramente deterministico sia adeguato a spiegare i processi mentali, l’uomo sarebbe capace di accettarlo?

 

Per saperne di più:

Libet, Mind Time. The Temporal Factor in Consciousness , Harvard University Press, 2004.

Ruoso, Libero arbitrio e neuroscienze. Alcuni spunti di riflessione , in Esercizi filosofici , vol. 9, n. 2, EUT Edizioni Università di Trieste, 2014.

L. Russo, Autocontrollo, routine e libero arbitrio. Osservazioni sugli esperimenti di Benjamin Libet, in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, vol. 6, n.1, 2015.

 

Immagine di Taken da Pixabay. Libera per usi commerciali


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