2 Luglio 2018

La memoria dà forma all’altruismo

Inizieremo raccontando una storia assurda: la divisione di Parfit .

 

Il corpo di Parfit è stato irreparabilmente danneggiato, così come il cervello dei suoi due fratelli. Per questa ragione il cervello di Parfit viene diviso nei corpi dei suoi due fratelli, ciascuno dei quali crederà di essere Parfit, avrà l’impressione di ricordare la sua vita, possiederà il suo carattere e manterrà una connessione psicologica con lui. Che ne è di Parfit?

 

Ciò che è rilevante in questo esempio è l’esito, cioè il fatto che il cervello di Parfit è stato diviso nei corpi dei suoi due fratelli. L’interpretazione che diamo di questo esito dipende da cosa vogliamo evidenziare. Istintivamente ci interesseremo del problema della sopravvivenza e di come garantirla. Al fine della sopravvivenza, siamo portati a considerare fondamentale l’identità personale, intesa come quel fatto ulteriore che esprime la nostra unicità. É facile comprendere che di fronte a questo esempio proveremo preoccupazione per la morte del Parfit “originale”.Ciò che spinge dunque verso un particolare interesse nei confronti dell’identità personale come fatto ulteriore è la prospettiva della morte come annullamento di tale identità. Avendo a cuore la sopravvivenza, dobbiamo chiederci se è davvero rilevante l’identità personale o se anche un Parfit diviso è un Parfit che esiste ancora.

 

A questo punto può essere utile ricordare che il problema dell’ identità personale ha attraversato tutta la storia della filosofia e rimane una questione spinosa. Parfit si inserisce nel filone Humiano perché in merito alla sopravvivenza non considera rilevante l’identità personale come fatto ulteriore, ma la connessione psicologica che trova espressione nella memoria. Il criterio basato sulla memoria ha mostrato diverse difficoltà, ma Parfit lo rielabora grazie al concetto di q-ricordo. Posso dire di avere un q-ricordo se mi sembra di ricordare di aver vissuto un’esperienza, qualcuno ha vissuto quella esperienza, il mio ricordo è causalmente dipendente da quell’esperienza e nel giusto modo. I comuni ricordi, cioè i ricordi che ho delle mie stesse esperienze, sono una sottoclasse dei q-ricordi. In questo modo i q-ricordi non necessariamente appartengono alla persona che ha vissuto tale esperienza, ma potremmo q-ricordare esperienze di altri.   La connessione psicologica è quindi data dalla relazione generata da q-ricordi.  Ma la connessione psicologica di q-ricordi è sufficiente a garantire la sopravvivenza?

 

Torniamo al caso della divisione di Parfit. Esaminando ciascuno dei due fratelli da solo, non avremmo niente di più di un trapianto di emisfero su altro corpo, operazione per nulla problematica e che riconosce la sopravvivenza della persona il cui emisfero è stato trapiantato. Rispetto alla relazione tra la persona originale, Parfit, e ciascuna delle persone risultanti, questa è salva grazie alla connessione di q-ricordi. Il problema non è tanto il trapianto di emisfero, quanto il fatto che l’altro emisfero è a sua volta trapiantato e non distrutto, così che tra la persona originale ed il risultato della sua divisione è mantenuta una relazione, ma questa relazione non è biunivoca. Tuttavia, questo problema non è assimilabile alla morte perché una doppia sopravvivenza, anche se differisce da una normale sopravvivenza, non può essere considerata al pari della morte.

 

In questo senso Parfit distingue tra la relazione R, il fatto che tale relazione rappresenti una corrispondenza biunivoca U e l’identità personale PI.

La concezione che io accetto può essere formulata così: PI = R + U Per lo più, noi siamo convinti che PI sia importante, ossia che abbia valore. Supponiamo che anche R abbia valore. Ne derivano quattro possibilità: (1) R, senza U, non ha alcun valore. (2) U accresce il valore di R, ma R ha valore anche senza U. (3) U non determina in R alcuna differenza di valore. (4) U riduce il valore di R (ma non tanto da annullarlo, in quanto R+U=PI, che ha valore)   

La soluzione proposta da Parfit è che concretamente, nell’analizzare una relazione R tra me ed una persona futura, U non determina alcuna differenza nella natura intrinseca della relazione; l’aggiunta di U a R determina solamente PI. In questo modo ciò che conta in modo significativo è R; PI conta nella misura in cui contiene R. Ritornando all’esempio della divisione di Parfit è chiaro come nessuna delle due persone risultanti sarà Parfit. Tuttavia, se ammettiamo che ciò che conta non è l’identità personale, questa soluzione non è così drammatica come sembra e la prospettiva potrebbe essere quella di un’identità personale indeterminata.  Il fatto che l’identità personale venga normalmente considerata come necessariamente determinata è giustificato dal fatto che siamo inclini a ritenere la nostra esistenza come qualcosa di più profondo e che riguarda questioni del tipo “tutto o niente”. La proposta di Parfit sembrerebbe in parte deprimente, ma è in realtà, secondo l’autore, una fonte di liberazione. In punto di morte infatti, potremmo pensare che “sopravvivremo” comunque nella relazione che nascerà tra le nostre esperienze presenti e tante altre differenti esperienze future connesse alle nostre.

 

Abbiamo quindi capito che Parfit sopravviverà e di questo gioiamo, ma l’ipotesi assurda ci è servita per costruire questo quadro teorico di riferimento che dona rinnovato vigore al tema dell’altruismo.  È infatti evidente che la teoria di Parfit mette fortemente in discussione le nostre assunzioni di base in campo morale; non ci resta che valutare se e come questo ripensamento arricchisca la nostra vita.  Considerare la persona come una relazione tra “io” successivi, garantita dalla connessione di q-ricordi, mette in questione il modo di intendere la responsabilità e l’impegno. Già dalla formulazione di Locke la concezione dell’identità personale come continuità psicologica veniva messa in questione a partire dalla necessità in senso giuridico e morale di riferirsi ad una forma di responsabilità forte che solo l’identità personale come fatto ulteriore poteva garantire. Anche la teoria di Parfit non è immune a queste obiezioni, ma esse non rappresentano per l’autore delle obiezioni significative. Parfit sostiene, ragionevolmente, che con l’attenuarsi delle connessioni si attenuino anche quei principi morali come impegno e responsabilità. Non è ingiusto pensare, secondo Parfit, che una persona il cui legame con il vecchio sé stesso criminale è indebolito debba essere punita meno.   Il fatto che la teoria di Parfit modifichi radicalmente l’idea di impegno e responsabilità non rappresenta dal punto di vista dell’autore una ragione sufficiente ad inficiare la teoria, considerato che una verità scomoda rimane comunque una verità e che bisogna solo ripensare a come approcciarsi ad essa. Ma il vero guadagno di Parfit è dato a partire da questioni di giustizia distributiva.

 

Il modo con cui si intende il corpo di una nazione, analogamente a come si intende l’esistenza di una singola persona, rimanda a questioni di giustizia distributiva. In particolare, secondo l’ipotesi di Parfit, non abbiamo ragioni per sostenere che la nazione sia composta da persone separate per cui la giustizia non può essere considerata tale solo a fronte dell’esito generale, ma deve tenere conto del fatto che a beneficiarne siano persone diverse, mentre la persona rappresenti un’unica indivisibile entità a cui applicare il principio secondo cui ciò che conta è il risultato al netto di dolori e piaceri. Facendo l’esempio di un bambino a cui bisogna scegliere di imporre una sofferenza, in un caso a fronte di un bene per sé stesso da adulto e nell’altro a fronte di un bene immediato per il proprio fratello, Parfit evidenzia come è illegittimo preferire la prima ipotesi alla seconda, perché anche nel primo caso chi realmente trarrà beneficio sarà un altro, cioè l’adulto che sarà succeduto al bambino.  Ciò che Parfit mette in discussione è il fatto che nel caso di una singola esistenza valga la massimizzazione complessiva anziché la giustizia distributiva. Così, come nel caso di una nazione, anche all’interno di una medesima esistenza le possibilità di compensazione sono ridotte: non possiamo considerare positiva una sofferenza attuale a fronte di un beneficio futuro, così come non consideriamo positivo il danno arrecato ad un individuo a fronte del beneficio di un altro. Secondo gli oppositori, la tesi di Parfit è doppiamente sconveniente perché allenta i confini interni alla stessa persona, ma mantiene saldi quelli tra persone differenti; Parfit sottolinea invece:

Io nego che noi siamo realtà separate e non solo concettualmente distinte dai nostri corpi, dai nostri atti e dalle nostre esperienze. […] Nego, infine, che l’esistenza continuativa di una persona sia un profondo fatto ulteriore che debba essere del tipo tutto-o-nulla e diverso dai fatti della continuità fisica e psicologica. Da queste credenze scaturiscono certi atteggiamenti nei confronti della moralità. Diventa più plausibile, quando si affronta un problema morale, dare meno rilievo alla persona, soggetto delle esperienze, e darne di più alle esperienze stesse. Diventa più plausibile affermare che, come abbiamo ragione di ignorare se delle persone vengano dalla stessa nazione o da nazioni diverse, così abbiamo ragione di ignorare se delle esperienze si verifichino all’interno di una stessa esistenza o di esistenze diverse.

La teoria di Parfit modifica la portata ed il peso dei concetti morali presi in esame. Rispetto alla portata è chiaro come non potendo considerarli validi lungo l’esistenza complessiva di una persona, ma solo rispetto a stati momentanei della stessa persona, questa è ridotta. Riguardo al peso dei concetti morali, questo è minore perché sono state indebolite l’idea di separatezza delle persone e la concezione di identità personale come fatto ulteriore.

Se cessiamo di credere che le persone sono entità esistenti separatamente e arriviamo a pensare che l’unità di un’esistenza non implica nient’altro che le varie relazioni tra le esperienze che scandiscono tale esistenza, diventa più plausibile preoccuparci della qualità di quelle esperienze e di meno di quale sia la persona a cui appartengono.

La messa in questione dei concetti morali, operata da Parfit, suscita inevitabilmente sgomento e motiva preoccupazione. In realtà ciò che l’autore vuole restituire è una maggiore connessione con le altre persone in virtù di un altruismo non moralistico, ma radicale.

Trovo la verità liberatrice e consolante: essa mi rende meno preoccupato del mio futuro e più interessato agli altri. Personalmente accolgo con gioia questo allargamento dell’orizzonte dei miei interessi.

 

 

Per saperne di più:

D. Parfit, Reasons and Persons , Oxford University Press, Oxford 1984, trad. it. a cura di R.Rini, il Saggiatore, Milano 1989,  https://plato.stanford.edu/entries/identity-ethics/#IDM

D. Parfit, Personal Identity , in The Philosophical Review , vol. 80 n. 1, Duke University Press, 1971 pp. 3-27.

 

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