13 luglio 2018

Popoli e memorie: la nostalgia come fondamento delle identità nazionali

L’asse a cui oggi si riconduce principalmente il termine nostalgia è quello temporale: si ha nostalgia della propria adolescenza, a volte di un amico perso, spesso di qualcosa che non c’è stato. Pochi sanno che questa parola è nata invece in rapporto molto stretto alla dimensione spaziale dell’esperienza, e declinata secondo le esigenze espressive dell’uomo nei confronti della propria terra di origine.

 

Contrariamente a quanto si possa credere non si tratta di un vocabolo di vecchia data, ma piuttosto di un neologismo dalla fortuna internazionale. Un dettaglio ancora più sorprendente riguarda il fatto che a inventarlo non sia stato né un filosofo né un poeta, bensì un laureando in medicina: aveva bisogno di un termine per descrivere la nuova malattia dilagante in Europa. Stiamo parlando di una tesi di laurea pubblicata nel 1678 a Basilea dallo studente Johannes Hofer, in cui egli combina la parola greca per “dolore” (algos) con quella, usata sì dai poeti, per indicare il “ritorno a casa” (basti ricordare il nostos più famoso: quello di Ulisse verso Itaca).

 

È evidente dunque che il termine si riferisca allo struggersi dal desiderio di fare ritorno nella propria terra. A concorrere a questa definizione nella tesi ci sono anche altri termini, come “philopatridomania” (“mania che scaturisce dall’amore per la patria”), o “pothopatridalgia”, ossia il dolore verso la patria causato da un sentimento d’amore frustrato – pothos, infatti, indica il rimpianto di un innamorato lontano dal proprio oggetto del desiderio. Sarà però “nostalgia” a imporsi al grande pubblico, forse per ragioni di fonetica.

 

Come tutte le malattie, anche la nostalgia ha i suoi sintomi: Hofer annota che i contagiati denunciano stati d’ansia, insonnia, tristezza persistente, pensieri ossessivi riguardo alla patria, battito cardiaco irregolare. Come curare questo malessere? Secondo lo studioso, nei casi incipienti potrebbe essere sufficiente un salasso, una purga, o al massimo un emetico. All’aggravarsi della malattia, però, non si può trovare alcun sollievo se non tornando fisicamente a casa propria.

 

La nascita del nome per questo “morbo” nel XVII secolo denota il graduale intensificarsi degli spostamenti, di natura bellica e non, all’interno del quadro europeo. Molti mali dell’animo già da lungo tempo erano stati isolati ed etichettati (si pensi già alle teorie umorali di Ippocrate); la nostalgia, invece, è stato necessario inventarla per rispondere di un fenomeno sempre più su vasta scala. Non si tratta di un disturbo «da monaci e filosofi» come la melanconia petrarchesca, bensì di una sindrome popolare alla portata di marinai, soldati in servizio, contadini passati in città: in questo senso, già da subito si caratterizza per la sua portata sociale.

 

Nei due secoli immediatamente successivi, infatti, il rapporto tra lo spazio di una collettività e la sua componente umana si intensifica, caricandosi di significati ulteriori. L’idea di nazione comincia a imporsi come costruzione autopercettiva degli abitanti di un’area geografica più o meno ampia, ed è spesso associata, come vedremo, a un sentimento diffuso di nostalgia. Il “Noi” etnico è infatti declinato sin dai suoi esordi come un’«ansia di recuperare usanze, poesie, canti, tradizioni e paesaggi perduti o minacciati dallo scomparire», come anelito al ritorno alla comunanza e a una vita naturale.

 

Il binomio nazione-nostalgia, se da una parte si può intendere quale corrispondente sociale di una temporalità «sospesa tra l’attesa e il ricordo come è quella della costruzione biografica dell’Io», dall’altra affonda le sue radici nel contesto materiale in cui si sviluppa. Siamo infatti agli albori della modernità di tipo industriale, momento in cui si diffonde parallelamente, e non a caso, il termine Heimat nell’area linguistica tedesca. Esso resta ad oggi intraducibile nella maggior parte degli idiomi, da quelli neolatini all’inglese, ma non in alcune lingue come il serbo-croato, il greco e il ceco. Come spiega il regista Edgar Reitz, creatore di un’omonima serie di film lanciata a partire dagli anni ’70:

La parola tedesca Heimat è certamente connessa a diversi significati secondari carichi di emotività (…). Non descrive soltanto il luogo della propria infanzia, ma anche la particolare sensazione che colleghiamo alle nostre origini, la sicurezza e la felicità correlate al senso di identificazione, e nello stesso tempo, la percezione di aver perso tale appartenenza.

L’Heim nel corso del tempo è passato a indicare - dall’originario giaciglio o luogo in cui riposarsi - la casa paterna con tutta una serie di connotati, che rimandano a sensazioni di piacere e protezione. Di conseguenza, l’Heimat ottocentesca diventa espressione della critica mossa in coro dai popoli all’espansione industriale e capitalistica che mina l’ambiente, le tradizioni, l’intimità dei luoghi dell’infanzia.  In questo senso la nostalgia, usando le parole della studiosa russa Svetlana Boym, è una «ribellione contro l’idea moderna di tempo, del tempo della storia e del progresso».

 

La trasposizione semantica di questa parola contribuisce dunque a creare una legittimità ideologica alla nazione, cementificando il senso di appartenenza territoriale e perciò inserendo irrevocabilmente la cittadinanza nella dimensione emotiva. La nostalgia diverrà in effetti un «tropo centrale nel nazionalismo romantico. (…) Essere a casa, nella casa nazionale, d’ora innanzi aveva da significare essere in sé».

 

Il processo moderno di nazionalizzazione ha, in definitiva, accentuato il «carattere eminentemente sociale di ogni costruzione dell’Io» in direzione dell’unità statale, e di conseguenza l’interdipendenza tra memoria collettiva e memoria biografica. Rispetto a quanto accadeva nella società premoderna infatti, dove l’elemento popolare restava maggiormente estraneo agli accadimenti “superiori” e limitato a un orizzonte ristretto, nella contemporaneità il cittadino si specchia sempre più «nelle mode, nel senso di generazione, nelle trasformazioni sociali ed economiche, nelle cesure politiche, nei drammi bellici, nei conflitti violenti, nei simboli (…) delle comunità di appartenenza».

 

Tale consapevolezza è evidente dal modo in cui i governi nazionali («Chi rispetta la bandiera da piccolo, la saprà difendere da grande» scriveva De Amicis in Cuore), ma soprattutto i regimi totalitari, gestiscono la scansione della vita collettiva: non è un caso che far interiorizzare sin dall’infanzia i simboli di appartenenza politica, associandoli all’identità personale, sia il primo obiettivo di una dittatura. Se c’è qualcosa di difficilmente attaccabile per un uomo, infatti, è il concetto di sé.

 

 

Per saperne di più:

Per chi ha dimestichezza con l’inglese, si consiglia il fondamentale testo di Svetlana Boym, The future of Nostalgia, New York, Basic Books, 2001. Chi invece preferisce l’italiano, può dare un’occhiata al libro curato da Antonio Prete, Nostalgia. Storia di un sentimento, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2018; ancora, il volume a cura di Rolf Petri, Nostalgia. Memoria e passaggi tra le sponde dell'Adriatico, Collana Venetiana (Centro Tedesco di Studi Veneziani), numero 7, 2010, con un focus più specifico sulle identità nazionali nostalgiche di Italia, Grecia ed ex-Jugoslavia.

 

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