29 ottobre 2020

Al di Là del Mondo

Una Breve Riflessione su Mobilità e Prossimità nella Storia della Scienza Cinese

  

«Cerca la conoscenza, fosse essa lontana quanto la Cina».

Ḥadīth traslitterazione dall’Arabo: “Uṭlub al-ʿilm wa law fī Ṣīn”.

 

Difficilmente una buona riflessione può essere affermativa. Ogniqualvolta ci imbattiamo o rimbattiamo nei medesimi punti focali, qualcosa sembra essere diverso da prima, lasciandoci con risposte differenti e rimandandoci continuamente ad ulteriori domande, in un eterno ritorno che ostacola la piena comprensione.

 

Forse il modo migliore per aprire un varco nello studio della Scienza cinese è con l’ottimismo di Robert Hooke, presente nel primo volume di Science and Civilization in China: quest’opera «schiuderà di fronte a noi un impero di conoscenze, finora descritto solo in termini leggendari», permettendoci «di entrare in contatto con tutto ciò che di meglio e di più grande questo impero abbia mai creato, nel passato come nel presente».

 

O forse un’altra via è percorribile. Un fitto intreccio di persone, denaro, saperi e oggetti, proiettati in lungo e in largo nel mondo, ha cucito la Storia della Scienza. La linfa vitale di cui essa ancora vive non scorre tanto nei luoghi cristallizzati in cui la scintilla si è accesa quanto nella marea incendiaria prodotta, nelle vene e arterie di diffusione e assimilazione di queste scoperte, invenzioni, innovazioni. È la Storia delle strade lastricate o polverose e delle rotte marittime e fluviali, di percorsi vicini e legami lontani, di contatti rapidi ed elettrici e connessioni lunghe e silenziose. È la lunga narrazione delle vie della seta, in cui storie di mercanti e diplomatici, guerrieri e pellegrini, sono state scritte in tutti i dialetti conosciuti nel Vecchio Mondo. È il racconto dello splendore abbaside, tra VIII e XII secolo, e quello della Pax Mongolica, tra XIII e XIV, che hanno affiancato e favorito la convergenza e la comunicazione tra mondi diversi. È al contempo il bassorilievo di molteplici invasioni che hanno ridisegnato, nel bene e nel male, lo scacchiere che inframmezzava i due poli di questa relazione profonda: i Parti, gli Unni, gli Arabi, i Normanni, i Crociati, i Selgiuchidi, gli Ottomani, i Mongoli e vari altri ne sono talora i pedoni, talora i cavalli, talora i re e le regine.

 

È anche, ahinoi, lo svanire della Storia, un affresco ormai quasi totalmente scrostato per quanto concerne i contatti condivisi nel periodo che precede gli ultimi due millenni. Permane qualche moneta Romana, uno stralcio di racconto greco, una descrizione affrettata di una rotta commerciale; resta, più grande, l’amarezza per quanto perduto.

 

Si tratta di un quadro antico e raffinato, in cui emerge il profumo della Baghdad abbaside, ove si traducevano le opere europee antiche al pari di quelle cinesi di ogni secolo. E da essa dipartivano le lunghe carovane che trasportavano questi libri fino in Cina, che sin dal Medioevo era a conoscenza dei saperi occidentali nell’intermediazione araboislamica, e più minutamente verso l’Europa, ove nullo era l’interesse per il mondo dell’Asia orientale, se non per quegli studi matematici indiani che, con il tramite di al-Khwārizmī (fine VIII – metà IX secolo), avrebbero riscritto la storia della Matematica.

 

È una sinfonia, in cui i respiri affannati dei monaci buddhisti, come il sognante Xuánzàng (Chinese: 玄奘; 603 – 664), che silenziosamente trasportavano con sé il peso delle conoscenze, si mescolano ai saperi più terreni e pragmatici dei grandi viaggiatori. Fanno qui la propria comparsa Marco Polo (1254 – 1324) e Ibn Baṭṭūṭah (1304 – 1377), tra i più straordinari avventurieri della storia umana. E, nell’immaginario simposio intellettuale, essi banchettano con geografi arabi e persiani, scambiano facezie al limite del sacrilego con mercanti e discutono della vita con medici, quali il persiano di origini ebraiche Rashīd al-Dīn al-Hamadānī (1247 – 1318). Tutti hanno visto la Cina, tutti ne hanno scritto: della sua Scienza e della sua civiltà; ne hanno lasciato una testimonianza indelebile. Gli Arabi arrivarono a descriverla geograficamente; gli Europei si limitarono a qualche sentito dire, qualche storia esotica con cui stupire le corti principesche e riunire i familiari attorno ad un focolare nella domesticità più semplice.

 

In questa nuvola di relazioni, lo scrosciare scintillante del ferro e il vapore incalzante della battaglia fecero da contraltare all’orrore dei silenzi pestilenziali che si spandevano nei campi e diroccavano anche le città dalle più solide mura. Da lontano si percepivano le urla del mercato, in tutte le lingue conosciute e soprattutto in quelle sconosciute; si commerciavano granaglie, animali e strani oggetti mai visti in precedenza; si scambiavano idee e pareri, che coinvolgevano gli argomenti più vari, dalle belle donne alla religione, dal cibo alle macchine per produrlo. La fragranza di thé, la leggerezza levigata della porcellana, la seta più delicata, gli straordinari macchinari per sollevare l’acqua, il carbone e la sua ombra sporca, la carta moneta e tutti quei prodotti che rientrano nel nome e nel profumo di spezie lentamente venivano rinchiusi nero su bianco e, passo dopo passo, arrivavano da un angolo all’altro del Vecchio Mondo. Ad essi si rispondeva con il rilucente sorriso dell’oro e dell’argento, che colava nelle fessure tra un porto e l’altro, avvicinando molto punti tanto distanti da risultare impossibile unire anche sulla mappa. Naturalmente, è anche la storia di presunte cure miracolose, provenienti dal paese al di qua o al di là del vento del Nord; la storia di pietre contraffatte e magie fallaci; la storia di ladri e imbroglioni, di trafficanti e contrabbandieri, di contraffattori ed assassini.

 

È il racconto di stilemi artistici che si imbarcano in viaggi lontani, venendo riscoperti in funzioni del tutto nuove; è la visione di un pensiero, un’idea, talvolta un concetto, capace di influenzare la filosofia di un luogo e muovere le anime delle persone. È la religione che si fa carne ed ossa e attraversa i credi e le frontiere mutando al mutare delle stagioni il loro senso e la loro direzione. È una narrazione lontana da condividere a tavola; è un muro costruito in un modo e non in un altro o una punta di freccia capace di fendere l’aria dalle pianure dell’Asia alle foreste nordeuropee.

 

Se le tecnologie sovente sono state in grado di superare le onde del mare e le cime innevate, diffondendosi e apportando vantaggi a civiltà separate da mesi di viaggio e montagne di pericoli, il mondo della Scienza si è dimostrato assai più solitario. Una voce bastava ad alimentare la fantasia dall’altra parte del mondo e, dopo anni di tentativi, una tecnica si riusciva a riprodurre, spesso male-interpretando le dicerie e scoprendo qualcosa di totalmente innovativo, come nel caso dei battelli a pale cinesi. Sempre e comunque senza trasferire con sé tutta la cornice culturale in cui quelle tecnologie si erano sviluppate. Ma, visti i limiti dell’adesione intellettuale, non era possibile se non in limitatissimi casi la comunione scientifica. Un sistema che comprendeva l’Europa e la dār al-Islām si contrapponeva ad uno cinese e indiano, ognuno con una storia a sé; tra essi la dimensione di scambio, conversazione e riflessione scientifica era praticamente assente. E se, da un lato, tutte le invenzioni e le scoperte fondamentali, come il fuoco, la ruota, l’addomesticamento degli animali e dei vegetali e la metallurgia sono nate pressappoco in Mesopotamia, diffondendosi rapidamente in entrambe le direzioni, dall’altro, vari sono stati i periodi di rifiuto dei prestiti culturali, di isolazionismo ante litteram, in cui le strutture di pensiero cinesi ed europee si consideravano talmente stabilizzate da rendere quasi impossibile l’accettazione di ogni elemento di origine esterna. Fu sovente la negazione, il rifiuto della migrazione di idee, oggetti e persone. E talvolta si trattò altresì di un viaggio apparente, del trasferimento unicamente immaginato di una tecnologia, dello sviluppo parallelo in due contesti, separati da quanto la Natura è capace di immaginare, della medesima soluzione a problemi di egual caratura. Ulteriore riprova che la natura umana converge al di là di qualsivoglia differenza essenziale.

 

Proprio il viaggio è il cuore pulsante della conoscenza. Questa forse la lezione più preziosa di Joseph Needham, attraverso cui le sue pagine sono ricamate e i suoi attori prendono vita. L’ammiraglio eunuco Zhèng Hé (Chinese: 鄭和; 1371 – 1433) condusse, tra il 1405 e il 1433, una flotta di 63 giunche oceaniche in sette spedizioni marittime, navigando attraverso i Mari del Sud, collezionando informazioni sulla geografia e le rotte marine e portando indietro beni preziosi e specie esotiche, oltre ad aver ottenuto tributi da Stati lontani quanto il Golfo Persico. Le missioni incoraggiarono lo sviluppo delle tecnologie di navigazione e incrementarono la conoscenza cinese del mondo esterno; ad ogni modo, i burocrati confuciani, opposti a questo genere di intraprese che arricchivano enormemente la fazione avversa degli eunuchi, favoriti dalla contemporanea crisi finanziaria, ne determinarono la cessazione, accusandole di prosciugare il tesoro imperiale senza alcuna necessità.  D’altronde, dal loro punto di vista, la Cina non aveva alcun bisogno di paesi stranieri.

 

D’altro canto, tra il XVI e XVII secolo, strane navi incominciarono a giungere sempre più di frequente in terra cinese. Da esse bizzarre figure sbarcavano nei porti ricolmi di persone incuriosite; esse portavano sovente al collo un singolare oggetto a forma di croce, simbolo di un culto assai lontano. In breve tempo, i compagni di Matteo Ricci (1552 – 1610), o confratelli, come si facevano chiamare, incominciarono a convertire molte genti, a studiare e a rispettare gli usi e i costumi locali e a importarne di propri. Dovreste immaginarne la stravaganza: gli abiti di forme e colori unici, il modo incomprensibile di parlare, quelle strane modalità di intendere il mondo e gli uomini. Senza poi dimenticare il profilo tondeggiante e goffo dei loro occhi. Ad ogni modo, non sarebbero durati a lungo: il tempo di un rigurgito di chi aveva a cuore le nostre tradizioni e via, come fiori di ciliegio che staccatisi dall’albero danzano sulla patina docile dell’acqua sottostante.

 

Niente di tutto ciò è propriamente Scienza. Che cos’è la Scienza se non tutto questo?

 

 

Per saperne di più:

David Saul LANDES, La Ricchezza e la Povertà delle Nazioni. Perché Alcune sono così Ricche e Altre così Povere, Milano, Garzanti Editore (2002; Edizione Originale: New York City, W. W. Norton & Company, 1998).

Joseph NEEDHAM, Scienza e Civiltà in Cina, Volume Primo, Lineamenti Introduttivi, Torino, Giulio Einaudi Editore (1981; Edizione Originale: Cambridge, Cambridge University Press, 1954).

Joseph NEEDHAM, Science and Civilization in China, Volume Settimo, The Social Background, Parte Seconda, General Conclusions and Reflections, Cambridge, Cambridge University Press (2004).

 

 

Shitao, Searching for immortals. Image by BotMultichill on Wi kimedia - libera per usi commerciali

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